Montecitorio. Foto di Manfred Heyde, CC BY-SA 3.0 , da Wikimedia Commons

Alcune cose si possono fare da remoto ma l’attività parlamentare richiede la presenza, e non solo per questioni di sicurezza informatica. Intervista all’informatico ed ex-deputato Stefano Quintarelli

16/04/2020 -  Niccolò Caranti

Stefano Quintarelli è informatico e imprenditore, dal 2013 al 2018 è stato deputato indipendente eletto con Scelta Civica (senza esservi iscritto), e attualmente è presidente del comitato di indirizzo dell’AgID, l’Agenzia per l'Italia digitale . Per questa sua doppia veste gli abbiamo chiesto di parlare di politica e cybersecurity, questione di particolare attualità anche considerando che ora a causa dell’emergenza coronavirus vi sono appelli affinché il parlamento lavori da remoto.

Per alcuni mesi nel 2013 lei ha fatto il parlamentare da remoto : in quel caso era per problemi di salute personali, oggi invece è l’epidemia COVID-19 che impedisce al parlamento di riunirsi dal vivo, per lo meno normalmente. Ci racconta la sua esperienza? Quali i limiti? Quali superabili e quali no?

Stefano Quintarelli

Stefano Quintarelli

All'epoca non era prevista la possibilità di partecipare a riunioni da remoto. Seguivo i lavori dell'aula grazie a un numero di telefono che li trasmette e alla WebTV . Poi seguivo quello che veniva messo in streaming della commissione di cui facevo parte, però erano pochi materiali. Inoltre non si poteva partecipare in videoconferenza: si poteva solo fruire di quello che vi era in streaming. Adesso invece si può anche partecipare in videoconferenza, quindi è un po’ più semplice.

Tutta la presentazione di atti, documentazione, proposte di legge, emendamenti, risoluzioni interrogazioni, interpellanze, ecc. si può fare da remoto da sempre, o comunque da prima del 2013, perché c'è un sistema di deposito elettronico con firma digitale.

Quello che non si può fare è votare, per il quale è richiesta la presenza fisica, perché il voto deve essere garantito libero, e se io sono a casa nessuno vede ad esempio se ho una pistola puntata alla tempia.

Il problema riguarda solo il voto segreto o anche quello palese?

In parte anche il voto palese, perché dal vivo io posso decidere di non votare o di non andare in aula, ma queste sono possibilità che da remoto nella pratica reale decadono: "Potevi votare con lo smartphone dal gabinetto, perché non l'hai fatto?”

Però la parte del voto è tutto sommato la meno rilevante del lavoro svolto, nel senso che è la ratifica, la concretizzazione, il consolidamento di quanto fatto da tempo. Buona parte del lavoro è parlare, convincere, ecc., poi una volta che si è convinti si va e si vota, però è la punta dell'iceberg. Tutto questo si perderebbe non andando in aula, per cui andarvi è importante. La distanza fa perdere la percezione della persona, e invece la presenza fa vedere la persona e quindi trovare i punti di conciliazione, le mediazioni. È molto più facile fisicamente che non da remoto, in fondo siamo animali. Quindi è importante che l'aula resti aperta, e infatti Camera e Senato lo sono. D’altronde sono rimasti aperti anche sotto i bombardamenti.

Quindi anche risolvendo tutti i problemi tecnici comunque è preferibile il lavoro dal vivo?

Il voto segreto non è risolvibile. E il fatto di non essere in presenza condiziona rispetto al complesso dell’attività e in modo particolare per quanto riguarda il voto non segreto, perché impedisce di praticare tante sfumature. La gente pensa sempre che fare il parlamentare sia solo andare e schiacciare un bottone. C'è anche chi la interpreta così, però è solo un'esigua minoranza. Il grosso del lavoro è mettersi d'accordo con le altre persone.

Quanto e come i partiti e la politica si occupano della cybersecurity del paese?

Fino alla legislatura scorsa molto poco. Nella legislatura scorsa la sensibilità è un po' aumentata, anche grazie al lavoro di chi era lì, dell'intergruppo innovazione dell'epoca, e oggi è una cosa sulla quale c'è un po' di attenzione. Poi la sicurezza è una cosa che non si raggiunge in termini assoluti, è un asintoto: si può investire sempre di più, avvicinarsi sempre più... Chiunque si occupa di sicurezza vorrebbe ottenere investimenti infiniti, tempistiche infinite e risorse infinite, ma questo non accade. Comunque, è un tema che oggi ha un'attenzione che prima non aveva.

Quanta comprensione c’è del problema?

Viene capito poco, però per fortuna ci sono esperti, tecnici, studi, ecc. Nella legislatura scorsa eravamo solo in due parlamentari ad essere esperti di cybersecurity, che capivamo cosa volesse dire.
Il problema è che in generale c'è una scarsa comprensione di tutti i temi digitali perché non si è costretti ad occuparsene per il proprio lavoro. Gli aspetti di Information and communications technology (ICT) stanno all'interno della Commissione trasporti , e risultano avere meno dignità della rotonda del ponte sul Tanaro o di altre cose. Sarebbe opportuno enucleare questi temi e metterli in una Commissione per l'innovazione tecnologica dove si parla di queste cose e ci si specializza su quello. Non solo i parlamentari ma anche lo staff delle varie commissioni è altamente competente su quello che è la parte più rilevante dell'attività della commissione, non sull'attività marginale. Fintanto che questi temi rimangono un'attività marginale anche i funzionari non ne sanno un granché. Sarebbe opportuno avere una commissione specializzata.

I partiti e i parlamentari quanta attenzione prestano alla sicurezza informatica delle loro comunicazioni?

L'attenzione è molto poca. Anche Hillary Clinton usava una mail esterna. Non ho mai fatto parte di un partito quindi non posso dire come funzioni all’interno, ma in generale la sensibilità è molto bassa, anche per lo spionaggio. Il problema non è solo quello tecnologico: sono gli stessi colleghi e amici che ti accoltellano, il "traditore interno" è cosa normale, e una foto allo schermo si può sempre fare.

Si può fare qualcosa perché aumenti la sensibilità per questi temi da parte dei partiti?

Secondo me dovrebbe esserci una legge che implementi la norma della Costituzione che prevede la gestione democratica dei partiti. Oggi i partiti salvo eccezioni non sono gestiti democraticamente, non sono aperti alla contesa democratica ma sono espressione di gruppi di potere, cordate, ecc., e quindi anche un grave errore non ha conseguenze. Se invece i partiti fossero gestiti democraticamente diventerebbero più esposti all'accountability e a quel punto se fai un errore ne diventi responsabile.

 

 

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto ESVEI, co-finanziato da Open Society Institute in cooperazione con OSIFE/Open Society Foundations. La responsabilità dei contenuti di questa pubblicazione è esclusivamente di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. 


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