"Niente lobbisti oltre questo punto", un cartello nella sede del governo dello Stato del Maryland (foto di Daniel Huizinga, CC BY 2.0, da Flickr)

"Niente lobbisti oltre questo punto", un cartello nella sede del governo dello Stato del Maryland (foto di Daniel Huizinga, CC BY 2.0, da Flickr )

In Italia oggi il lobbying è regolato in maniera disorganica e le regole non sono applicate. Maggiore trasparenza è necessaria anche agli investitori, ma alla politica fa comodo così. Intervista a Pier Luigi Petrillo

29/07/2019 -  Niccolò Caranti

Pier Luigi Petrillo è professore alla LUISS Guido Carli, dove insegna Teoria e tecniche del Lobbying, e all'Università telematica Unitelma Sapienza. Nel 2012 ha coordinato  l'Unità per la Trasparenza del Ministero dell'Agricoltura, che aveva regolamentato la partecipazione dei gruppi di interessi ai processi decisionali del dicastero. In passato ha affermato che "in tutte le democrazie l'attività di lobbying è considerata un elemento essenziale del processo decisionale. La presenza di cittadini, associazioni, società che si organizzano per cercare di influenzare il decisore pubblico al fine di ottenere un vantaggio, è ciò che dimostra la vitalità della democrazia, la sua essenza pluralista".

Com'è regolato oggi il lobbying in Italia?

In Italia il lobbying è regolato secondo un modello che ho definito di regolamentazione strisciante ad andamento schizofrenico. Si caratterizza per 3 fattori: assenza di una normativa organica sul fenomeno lobbistico, presenza di una marea di norme e disposizioni di varia natura che provano a fissare regole di comportamento per i lobbisti e per i decisori e, terzo fattore, disapplicazione costante di queste stesse norme da parte di chi le ha introdotte. In sostanza abbiamo una normativa che striscia all'interno dell'ordinamento ma che è totalmente disapplicata: la schizofrenia del Legislatore sta nel fatto che fa di tutto per non applicare le norme sulla trasparenza da esso stesso introdotte.

Quali sono gli impedimenti alla sua regolamentazione e perché è importante che venga regolamentato?

L'OCSE in numerosi studi ha evidenziato che la mancata regolazione del lobbying costa almeno 1 punto di PIL perché l'assenza di regole nell'accesso al decisore pubblico allontana gli investimenti: un investitore ha bisogno di certezze, di conoscere con anticipo i comportamenti del decisore pubblico, di poter accedere al decisore ad armi pari e senza logiche di clientela e parentela. In Italia questo non è possibile. Il motivo è essenzialmente connesso alla volontà della classe politica di non far emergere i rapporti oscuri tra taluni lobbisti e loro: le lobby oggi sono un paravento della politica. La politica può accusare le lobby delle peggio cose. È sempre colpa delle lobby se qualcosa non funziona. Se fossero regolate, si scoprirebbe che invece sono i decisori pubblici a decidere e ad assecondare certe lobby, favorendo spesso quelle meno utili all'interesse generale.

Che relazione c’è tra il lobbying e il finanziamento alla politica?

Il finanziamento della politica è uno degli strumenti di pressione sulla politica. Tu finanzi la politica per indirizzarne le posizioni.

Lobbying e finanziamento ai partiti possono andare ad integrare il reato di corruzione? Se sì, in che modo?

Dal punto di vista giuridico no: il finanziamento della politica è un diritto costituzionale in tutto il mondo democratico. Il problema è la regolazione del finanziamento della politica: fino al gennaio 2019, dopo l'approvazione della legge cosiddetta spazzacorrotti, chi finanziava la politica restava nella totale oscurità. Bisogna dare atto alla legge Bonafede di aver imposto l'obbligo di rendere pubblici, senza se e senza ma, i nomi di chi finanzia la politica. La pubblicità dei finanziatori consente poi agli elettori di votare consapevolmente: se io so che un certo partito è finanziato dai produttori di armi e sono un pacifista, potrei decidere di non votarlo, ad esempio.

Esistono in Europa modelli a cui potrebbe ispirarsi l’Italia per la regolamentazione?

Di modelli ne esistono diversi ma penso che l'Italia dovrebbe creare un modello proprio. Non possiamo prescindere dalla cultura del nostro paese e pensare di importare un modello straniero. Tempo fa si disse di introdurre regole "all'inglese" ma, a mio avviso, per introdurre regole "all'inglese" prima di tutto dovremmo introdurre gli inglesi nel nostro paese. Ogni norma produce gli effetti a seconda del popolo che è chiamato a dare applicazione a quelle norme. In Italia, a mio avviso, dovremmo introdurre una prima regolamentazione sperimentale, minimale, tutta rivolta a rendere trasparenti i contatti con i lobbisti: non servono albi o registri professionali; serve far emergere la relazione lobbistica e far comprendere al cittadino come, dove, quando e perché i lobbisti hanno influenzato il processo decisionale.

 

 

Questa pubblicazione è stata prodotta nell'ambito del progetto ESVEI, co-finanziato da Open Society Institute in cooperazione con OSIFE/Open Society Foundations. La responsabilità dei contenuti di questa pubblicazione è esclusivamente di Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa. 


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