I classici del teatro serbo: il fascino ammaliante di Koštana

Da oltre un secolo ormai il dramma “Koštana” dello scrittore serbo Borisav Stanković domina i più prestigiosi palcoscenici della Serbia, e non solo, incantando il pubblico con la sua capacità di toccare le corde più profonde dell’animo umano

06/11/2026, Božidar Stanišić
Una scena dell'opera Koštana di Petar Konjović (2019), regia di Jug Radivojević; Foto: Teatro Nazionale di Belgrado

Una scena dell’opera Koštana di Petar Konjović (2019), regia di Jug Radivojević; Foto: Teatro Nazionale di Belgrado

Una scena dell'opera Koštana di Petar Konjović (2019), regia di Jug Radivojević; Foto: Teatro Nazionale di Belgrado

Il dramma “Koštana” fu messo in scena per la prima volta nel 1900 al Teatro nazionale di Belgrado. Il giovane autore non aspettò la fine dello spettacolo. “Sono scappato!”, dichiarò Bora. Con quel primo adattamento teatrale del dramma, il regista e gli attori cercarono di trasformare la tristezza e la tragicità in gioia, canto e danza in quattro atti.

Bora modificò il testo di “Koštana” diverse volte, fino alla versione definitiva del 1904. È risaputo che non si dedicava alla scrittura tutti i giorni. Scriveva solo quando gli veniva voglia di farlo, quando sentiva di aver concepito nella mente un’opera completa e compiuta, si sedeva finalmente al tavolo e, impugnando la penna, univa o scartava i frammenti scritti in precedenza.

Riprese in mano il manoscritto di “Koštana” diverse volte, anche per intervenire sull’autentica parlata di Vranje (afferente al gruppo dei dialetti della regione di Prizren e Timok), che contribuì a rendere quest’opera unica nel suo genere. Non lo fece – ne sono convinto – per compiacere un pubblico eterogeneo in una città dove non si era mai sentito a casa. Semplicemente, dovette fare qualche compromesso formale affinché il lessico dialettale non dominasse l’intero dramma.

Sentiva che alcuni dettagli della prima versione del testo, come anche di quelle successive, non erano abbastanza intensi. Mancavano le pause senza parole, quando il silenzio è più importante della voce e offre all’attore l’opportunità di dire di più con il volto che con le parole e i movimenti.

La trama di “Koštana” in apparenza è semplice (non sono forse semplici le trame di tutte le grandi opere del mondo? Penso, ad esempio, a Verdi). Si svolge, in modo molto drammatico, nell’arco di un solo giorno, la Pasqua, e ogni atto è ambientato in un luogo diverso.

Koštana, una giovane donna rom, seduceva tutti con la sua danza e il suo canto a Vranjska Banja, portando un’esplosione di sensualità in una società fondata sull’ordine tradizionale e sulle regole patriarcali. Bora sentiva e comprendeva che il cuore, così come l’eros represso, non sempre era guidato dalla ragione.

Bora apre il dramma con una scena caratterizzata da un clima festoso nella casa di Hadži-Toma. Dubito (a dire il vero, non ho mai trovato informazioni al riguardo) che Stanković avesse letto “Casa di bambola” di Ibsen, dove una pesante ombra di realtà cala rapidamente sull’iniziale atmosfera festosa. Il primo di una serie di fatti importanti che influenzano il crescendo drammatico è la rabbia di Hadži-Toma. A provocare l’ira del tipico proprietario terriero di Vranje, custode del vecchio ordine, fu la passione amorosa che Stojan, figlio di Hadži-Toma, prova per Koštana.

Se riuscite a staccare le vostre mani e la vostra mente per un’ora e mezza dal vostro smartphone, ecco la prima delle tante versioni cinematografiche di “Koštana”. Basato sui motivi del dramma di Bora, il film “Ciganka” [La zingara] fu realizzato nel 1953 (sceneggiatura: Aleksandar Vučo, regia: Vojislav Nanović).

L’essenza della tragedia di Koštana

Mitke, uno dei protagonisti del dramma, non è come tutti gli altri che, nonostante l’età adulta, si recano in taverna spinti da desideri erotici nascosti. In lui, il canto di Koštana fa rivivere la “nostalgia della giovinezza”, un sentimento che Bora esplora anche in altre sue opere, e in “Koštana” lo intreccia con antichi canti popolari.

È facile comprendere il dolore di cui parla Mitke nel suo monologo? Ecco un frammento del suo rimpianto per la giovinezza.

“Il figlio crebbe… Arrivò la forza, la giovinezza… Arrivarono giardini, fiori, il chiaro di luna; Le ragazze profumavano!… Il figlio spiegò le ali. Ottenne tutto ciò che desiderava. Cavalli, fucili, sciabole, donne. Qualunque ragazza guardasse, le scompigliava i capelli e la baciava sulla bocca. Nessuna di loro lo rifiutò, nessuna lo ingannò; e lui le baciò tutte e le ingannò tutte – che dolore. […] Cammino, bevo, vago per le taverne, solo per dimenticare, per lasciarmi sopraffare dal sonno. Ma il sonno non arriva. La terra mi inghiotte… La notte mi inghiotte… Il chiaro di luna mi inghiotte… Sto bene, sono sano, eppure – soffro! Soffro per colpa mia. Soffro perché sono vivo. Ho sofferto da quando sono venuto al mondo”.

Il quarto atto si conclude con le parole di Koštana, che seguono l’ammonizione di Mitke: “Forza, Koštana! Alzati, svegliati! Forza, gli ospiti ti stanno aspettando, lo sposo ti sta aspettando. Alzati! Non piangere! Non versare una lacrima! Stringi il cuore e soffri! Sii un essere umano; e gli esseri umani sono stati creati solo per soffrire e tormentarsi”.

Le parole di Koštana, solo in apparenza, sono scarne e orgogliose: “Faccio da sola!”, disse dal profondo dell’anima, rassegnata al suo destino. Era stata costretta a sposare un uomo che non amava, solo perché la città potesse ritornare al vecchio ordine.

Tutti i personaggi dell’opera di Bora hanno, a modo loro, un destino simile: nessuno si sposa per amore, ma per accordo, piegandosi alle decisioni e alla volontà degli anziani. Il tragico nel dramma di Bora si distingue però da quello di Lorca, un’altra anima poetica del Sud, in “Bodas de sangre” [Nozze di sangue, 1931], dove si sparge il sangue (ma si suona e si canta anche molto).

In Bora, la sofferenza è esclusivamente interna, quindi tutto rimane nascosto, senza tracce esterne visibili. E non si tratta di sevdah, come in Bosnia, ma di karasevdah [termine di origine turca che indica grande desiderio d’amore, sofferenza per un amore non corrisposto]. Tipico di Vranje, irripetibile.

Bora parla di sé e del suo dramma

“Mi hanno rimproverato per aver definito quei tipi ‘balcanici’ e non ‘serbi’. Ammetto di aver sempre pensato, anche allora, che a dominare le mie opere fossero i tratti caratteriali generali delle persone e delle vicende dei Balcani. Se in esse non ci fosse nulla di generale, di balcanico, capace di trascendere l’ambito puramente provinciale, di Vranje, come sottolineano anche i critici, allora come si spiegherebbe il fatto che il pubblico risponde a ‘Koštana’ con applausi, con lo stesso entusiasmo e la stessa comprensione, avvertendovi qualcosa di proprio, di familiare, a Belgrado, come anche a Sofia, Skopje, Mostar, Sarajevo e persino a Spalato?”.

Oltre al meno noto dramma “Jovča”, Bora scrisse un’altra opera drammatica, “Tašana”, ma il manoscritto andò perduto durante la guerra. Provò più volte a riscriverlo basandosi su alcuni frammenti conservati e su ricordi incerti. Era contrario all’idea di un adattamento teatrale di un’opera così incompleta e frammentaria. Per coincidenza, poco prima della morte dell’autore, “Tašana” fu messa in scena a Belgrado, nonostante le parole che Bora aveva rivolto ad un interlocutore: “Non si insegue un uccello una volta che è volato via”.

“Koštana” è un dramma realistico. Proprio come la prosa di Bora, che in certi passaggi tende al naturalismo. A tal proposito, lo scrittore affermò: “Sono arrivato al realismo spontaneamente, senza pensarci. A quel tempo non sapevo cosa fossero il naturalismo o l’idealismo. Sono un uomo che non si interessa di teorie né di costruzioni intellettuali. L’intelligenza non crea opere d’arte, può solo comprendere o affinare ciò che i sentimenti creano. Anche la mia concezione dell’arte è semplice: se un’opera d’arte non suscita qualche nobile sentimento, non è arte. In secondo luogo, dovrebbe spingere le persone ad amare il prossimo”.

L’opera di Petar Konjović

Per il critico letterario Jovan Skerlić, Koštana è “uno dei poemi più belli, poetici e profondi della nostra letteratura. […] Nessun’altra opera letteraria serba esprime questo amore speciale, travolgente e fatale meglio di ‘Koštana’, e poche opere sono capaci di lasciare un’impronta così duratura e profonda”.

Con la sua tragica bellezza e i suoi versi, “Koštana” colpì il compositore serbo Petar Konjović tanto da trarne un’opera lirica, eseguita in prima assoluta a Zagabria nel 1931. Prima del debutto, Konjović dichiarò di aver portato a lungo questo dramma nel cuore e di aver sognato “motivi caldi di Vranje e un’atmosfera profumata” dove poter eseguire “una nuova Carmen”.

Secondo molti, “Koštana” è l’opera lirica realizzata da un compositore slavo meridionale più famosa d’Europa. In quegli anni, venne rappresentata anche a Brno e Praga, e la presenza di una donna rom come protagonista fu percepita come un segno di resistenza all’ascesa del nazismo, che considerava i rom una razza inferiore. L’opera ricevette recensioni molto positive anche in Austria.

Una delle produzioni più recenti ha debuttato il 15 giugno 2019 al Teatro nazionale di Belgrado, con la regia di Jug Radivojević. Nell’autunno dello stesso anno, l’opera è stata eseguita in occasione della riapertura del Teatro “Bora Stanković” a Vranje. (L’edificio, custode per eccellenza dell’eredità letteraria di Bora, era andato distrutto in un incendio nel 2012, ma è stato poi ristrutturato con successo.)

La vera storia di Koštana

Al pari di Mitke, anche Koštana era una persona reale. (Nella vita reale, Mitke si suicidò pensando di aver ucciso la moglie. La sua tomba si trova vicino alla Chiesa Vecchia di Vranje, un luogo solitario, per i suicidi). Stanković pensava che il soprannome Koštana derivasse dai suoi grandi occhi, “come quelli di una košuta [termine serbo-croato che significa cerva]. C’è però un altro termine, koštan, che nel dialetto di Vranje significa castagno. Il suo giovane albero è snello, tremolante.

Si chiamava Malika Eminović. Bora affermò di averla vista e sentita cantare solo una volta, in una taverna a Vranjska Banja, dopo le prime rappresentazioni della sua opera teatrale. (Secondo alcuni, Bora aveva visto e sentito Koštana quando era ancora uno studente delle superiori). Ad ogni modo, non la percepì come una seduttrice, ma come un simbolo della vitalità della danza e del canto, ed è così che rappresentò questo personaggio tragico. Nella vita reale, anche lei fu costretta ad un matrimonio e bandita dalla città.

Koštana comparve ancora una volta nella vita di Bora quando, su sollecitazione del marito Maksut, citò in giudizio lo scrittore per non averle dato alcun compenso per i diritti d’autore derivanti dalle sue rappresentazioni teatrali. Bora vinse la causa in tribunale nella primavera del 1927. Morì nell’autunno dello stesso anno.

Un dettaglio curioso: un giornalista del quotidiano Politika, poco prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, scoprì che Malika era ancora viva. Il suo articolo dedicato a Malika solo di recente è riemerso dalla polvere del tempo. Si tratta del numero di Politika del 6 aprile 1941, giorno in cui gli aerei del Terzo Reich bombardarono Belgrado. Non giunse mai ai lettori. Riportiamo qui di seguito un estratto.

“E quando la conquisti, parla tanto, tanto… Sigarette e qualche spiccio aiutano molto. Forse vorrebbe rifare tutto, cantare ancora una volta e scuotere il tamburello con le dita, ma non ci riesce. È tutto finito. La sua esistenza è dominata dalla vecchiaia e dalla miseria. Solo il brandy, quando ne ha, riscalda la sua vecchia anima, e Maksut la rimprovera per quello che beve. Ai suoi rimproveri, lei lo guarda implorante con un luccichio spento negli occhi, come se volesse dirgli: ‘Lasciami stare, ho solo questo’”.

Per chi volesse vedere la commovente e triste fotografia dell’anziana Koštana – che sedusse anche il re Milan Obrenović tanto da spingerlo a recarsi nella taverna dove cantava e a donarle dei ducati – la si trova in rete. Secondo i ricordi incerti dei suoi contemporanei, probabilmente morì nel 1945 a Vranjska Banja.

Un’immagine più bella, per concludere. Tre attrici cantano interpretando Koštana: Maja Odžaklijevska, Usnija Redžepova e Snežana Savić.


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Tag: Teatro