Bosnia Erzegovina: Džeko, il grande cuore di un calciatore
Edin Džeko, calciatore d’eccellenza, ha deciso di ritirarsi dalla nazionale della Bosnia Erzegovina. Nonostante la decisione di appendere le scarpe al chiodo, resterà il simbolo della nazionale e sarà ricordato per la grande umanità che ha sempre dimostrato, come nel recente episodio col piccolo Uroš, di sette anni, di Banja Luka

Edin Džeko con la maglia dell’inter © sbonsi/Shuttertock
Edin Džeko con la maglia dell'inter © sbonsi/Shuttertock
Alcune storie riescono a toccare il cuore essendo sincere, commoventi e umane. È il caso di Edin Džeko, una vera icona dello sport e uomo di grande umanità, e del piccolo Uroš, di sette anni, di Banja Luka.
La Bosnia Erzegovina, forse più di molti altri paesi, è consapevole di quanto oggi ci sia bisogno di persone capaci di costruire ponti. Un paese dalla storia complessa e dalle identità diverse, segnato da ferite non ancora del tutto rimarginate, ha spesso cercato piccoli spazi dove le differenze non fossero un ostacolo e la convivenza fosse possibile.
Edin Džeko ne è la prova. Durante la sua carriera, lunga quasi vent’anni, nella nazionale di calcio della Bosnia Erzegovina, è riuscito a riunire attorno a sé persone di diverse generazioni, origini e identità.
A confermarlo nuovamente è una storia insolita, che ha avuto una forte eco nei media di tutta la Bosnia Erzegovina. Il piccolo Uroš, di sette anni, di Banja Luka, si era rattristato durante la partita d’addio di Edin Džeko con la maglia della nazionale bosniaco-erzegovese, lo scorso 2 ottobre, contro la Svezia (1-1).
La lezione di umanità
Uroš ha disegnato il suo idolo durante l’ora di religione a Banja Luka, centro della vita politica della Republika Srpska [una delle due entità che compongono la BiH, a maggioranza serba]. Il disegno raffigura Džeko mentre fa il segno della croce [secondo le regole della fede ortodossa, nonostante il calciatore sia musulmano] e il bambino ha aggiunto un cuore.
La madre di Uroš ha pubblicato il disegno sui social esprimendo un solo desiderio: che la storia giungesse in qualche modo a Džeko. Alcune brave persone si sono attivate, hanno taggato Edin Džeko, e lui…
Ha reso il ragazzo felice per tutta la vita. Gli ha inviato un video di ringraziamento, il cui contenuto riportiamo integralmente.
“Ciao Uroš, spero che tu stia bene”, ha esordito Džeko nel videomessaggio.
Il bambino, in presenza dei suoi cari, è saltato sul letto, continuando a guardare con un’espressione di felicità dipinta sul viso e difficile da descrivere.
“Volevo solo salutarti e ringraziarti. Ho visto il tuo disegno, è davvero bellissimo e mi piace molto. Spero di vederti presto ad una partita della nostra nazionale”, ha continuato Džeko mentre il ragazzo ascoltava e guardava.
“Ti voglio tanto bene e ti mando i miei migliori auguri. Ciao, piccolo mio”, ha concluso Edin Džeko il suo videomessaggio, breve ma più significativo di quanto si possa immaginare.
A quel punto il bambino si è gettato tra le braccia della madre.
Per Uroš, è stato un momento che probabilmente ricorderà per il resto della sua vita. Per il calciatore, forse solo un breve episodio di una delle sue giornate. Ma sono eventi come questi che dimostrano con maggiore chiarezza perché l’eredità di Džeko non può essere ridotta al numero di gol e trofei vinti.
Edin Džeko ha segnato gol nei più grandi stadi d’Europa, ha vinto campionati e ha giocato per alcuni dei club più prestigiosi del continente nel corso della sua carriera. Allo stesso tempo, è sempre stato consapevole di cosa significhi essere considerato un modello da seguire. Per Uroš, Džeko è semplicemente una figura a cui ispirarsi, e questo tipo di riconoscimento non arriva con un titolo di campione.
Crescere a Sarajevo
La storia di Džeko inizia nella sua città natale, Sarajevo. Era più giovane di Uroš quando scoppiò la guerra. Fu proprio a Sarajevo che mosse i primi passi nel mondo del calcio, all’FK Željezničar, per poi trasferirsi nella Repubblica Ceca, dove fu invitato da Jiří Plíšek.
“Quando ci siamo conosciuti più di vent’anni fa allo Željezničar, Edin era un ragazzo all’inizio del suo percorso. Aveva talento e potenziale, ma soprattutto qualcosa che non si può misurare facilmente: carattere, voglia di lavorare, imparare e migliorare costantemente. Il nostro percorso insieme è continuato dalla Bosnia alla Repubblica Ceca, passando per Ústí nad Labem e Teplice […] Grazie, Edin. […] Anche per l’amicizia che è durata tutti questi anni”, ha scritto Plíšek in occasione dell’annuncio del ritiro di Džeko dalla nazionale.
Un grande del calcio europeo
Fu nella Repubblica Ceca che Edin Džeko venne notato dal famoso Felix Magath, avviandosi così verso il grande palcoscenico europeo. L’arrivo al Wolfsburg fu uno spartiacque: oltre ad essere considerato un attaccante di talento, Džeko divenne un giocatore di spicco del calcio europeo.
Quando, nel gennaio di quest’anno, Džeko è tornato in Bundesliga, dopo quindici anni, firmando un contratto con lo Schalke 04, la decisione è stata accolta con grande rispetto dal suo primo importante club.
“Abbiamo sentito voci sul ritorno della leggenda nel calcio tedesco? Bentornato in Germania, Edin Džeko! Buona fortuna”, ha scritto il Wolfsburg.
Nel gennaio 2011, Džeko firmò un contratto con il Manchester City, entrando così a far parte della generazione che avrebbe cambiato la storia del club. Una vittoria in particolare è indimenticabile. Nell’ultima giornata della stagione 2011/12, quando il City era sul punto di perdere contro il Queens Park Rangers, Džeko pareggiò sul 2-2, ridando speranza alla sua squadra. Pochi istanti dopo, Sergio Agüero segnò un gol che divenne il simbolo di un’epoca. Il City vinse il campionato e il gol di Džeko è ricordato come uno dei momenti decisivi del finale più drammatico nella storia della Premier League.
“Tutte le strade portano a Roma” è un detto famoso in tutto il mondo, e si applica anche a Džeko.
Fra i tanti suoi gol con la maglia della Roma rimasti impressi nella memoria collettiva, uno spicca in particolare: la celebre conclusione al volo contro il Chelsea a Stamford Bridge nella Champions League del 2017. Federico Fazio fece un fantastico lancio lungo dalla propria metà campo verso Džeko, che si posizionò dietro la difesa, controllò il pallone con la spalla e con un tiro di prima intenzione di sinistro superò Thibaut Courtois.
“Che tiro del bosniaco!”, esclamarono entusiasti i commentatori. “Gol del decennio”, titolavano alcuni giornali. Il Chelsea era in vantaggio per 2-1 e il gol di Džeko portò il risultato sul 2-2. Sei minuti dopo, Džeko siglò di testa il pareggio per il 3-2, ma il Chelsea riuscì infine a pareggiare sul 3-3.
L’arrivo all’Inter ha conferito una nuova dimensione alla carriera di Džeko: lì ha dimostrato che l’esperienza può essere preziosa quanto la velocità e la giovinezza. Dopo l’Inter, sono seguite le esperienze al Fenerbahçe e alla Fiorentina, poi il ritorno in Germania.
Tuttavia, la nazionale della Bosnia Erzegovina è sempre stata qualcosa di speciale. Džeko è stato il volto di una generazione che ha portato la Bosnia Erzegovina ai Mondiali in Brasile nel 2014 e poi in America nel 2026, grazie alla sequenza dei rigori in cui l’Italia è stata sconfitta a Bilino Polje.
Un messaggio emozionante
Poi è arrivato il 3 settembre di quest’anno e l’annuncio del ritiro di Džeko.
“Mi sono chiesto più volte quando sarebbe arrivato questo momento… Ma non avrei mai immaginato che mi sarei emozionato così tanto scrivendo queste parole. […] Nulla nella mia carriera può essere paragonato all’orgoglio che ho provato ogni volta che ho indossato quella maglia. Nulla. […] Se sono arrivato a 40 presenze con la nazionale, è perché ho dato tutto me stesso. Ogni volta. Tutto. Giocare per il mio paese è stato il privilegio più emozionante che il calcio mi abbia mai regalato. […] Vedere la mia gente festeggiare per le strade delle nostre città è stato un altro regalo incredibile che il calcio mi ha fatto”.
Džeko rimane un simbolo della nazionale di calcio bosniaco-erzegovese, ma anche dell’umanità, come uomo che ha partecipato a progetti dedicati ai bambini e a numerose iniziative umanitarie. Il messaggio a Uroš è la conclusione migliore di una grande carriera: dopo tutti i gol, tutti i trofei, tutti gli stadi e tutte le grandi serate, uno dei più importanti calciatori bosniaco-erzegovesi è rimasto un uomo pronto a dedicare il suo tempo ad un bambino.
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