“Sessanta miglia”- Crescere in Albania quando l’Italia era un sogno

Ingrid Rudi, nata a Tirana ma residente a Cagliari, da sempre attenta alla cooperazione culturale tra Italia e Albania, racconta in un podcast la propria esperienza di vita nell’Albania comunista. Il titolo di questa miniserie, sessanta miglia, ricorda significativamente la distanza che separa la costa albanese da quella italiana

06/11/2026, Artan Puto
Tirana, Albania - Museo del comunismo e del periodo di isolamento © Ingrid Pakats/Shutterstock

Tirana, Albania – Museo del comunismo e del periodo di isolamento © Ingrid Pakats/Shutterstock

Tirana, Albania - Museo del comunismo e del periodo di isolamento © Ingrid Pakats/Shutterstock

Ingrid Rudi, oltre al suo interesse per la letteratura, questa volta intraprende un progetto rivelatore: raccontare, attraverso la propria esperienza di vita, com’era l’Albania comunista di un tempo (1944-1990).

Lo fa attraverso una miniserie podcast, intitolata “Sessanta miglia”. Il titolo richiama la breve distanza che separa la sponda albanese dell’Adriatico da quella italiana e che, in termini geografici, coincide con il Canale d’Otranto.

Oggi questa distanza non viene nemmeno percepita come un ostacolo tra i due paesi. Si traduce in meno di un’ora di volo da Tirana a Bari, o in poche ore di traghetto dal porto più grande dell’Albania, Durazzo, o da quello più piccolo di Valona, verso Bari e Brindisi.

C’è poi un altro fatto che oggi cancella l’importanza di questo “ostacolo” geografico, il flusso sempre crescente di persone tra le due sponde.

Nei primi anni Novanta, dopo la caduta del regime comunista, gli investitori italiani arrivavano in Albania in numero piuttosto ridotto. Oggi passerebbero quasi inosservati tra le moltissime persone che si spostano tra Albania e Italia, in un movimento quasi simmetrico. D’altra parte, l’Albania del dopo 1990 è diventata la fonte di un’emigrazione di massa verso l’Italia.

Oggi le cose sono molto cambiate. Molti italiani vengono in Albania come turisti, e molti albanesi vanno sempre più spesso in Italia per incontrare i parenti emigrati, ma anche per godersi le bellezze del Bel Paese. La comunità albanese in Italia è oggi la seconda per numero, con circa 400mila persone, segno dei legami stretti tra i due paesi.

Italia, il sogno (o miraggio) di una vita

C’è stato però un tempo in cui queste “Sessanta miglia” erano una barriera invalicabile. Da un lato rendevano l’Albania comunista invisibile e del tutto sconosciuta agli occhi degli italiani. Dall’altro, sulla sponda albanese, suscitavano curiosità, nutrivano l’immaginazione e accendevano negli albanesi il desiderio ardente di toccare un giorno un paese che somigliava molto al paradiso in terra. Era l’Italia che guardavano di nascosto attraverso la RAI, o che si costruivano nella mente captando le onde di Radio RAI, all’epoca le uniche capaci di superare senza ostacoli la distanza delle “Sessanta miglia”.

Gli albanesi di prima degli anni Novanta erano completamente schiacciati da un regime totalitario e repressivo, che li aveva tagliati fuori e isolati dal mondo. L’Italia “conosciuta” in modo virtuale era per loro il sogno di una vita. Quell’Italia era allo stesso tempo vicinissima e lontanissima perché pochissimi potevano uscire dai confini dell’Albania comunista prima del 1990, ed era impensabile avere la possibilità di vivere anche solo qualche giorno in Italia.

In poche parole, per gli italiani l’Albania comunista era un mistero, un buco nero sconosciuto, pur trovandosi sulla soglia di casa. Per gli albanesi di allora, invece, l’Italia era un sogno, un miraggio.

L’ideologia comunista albanese

È proprio la ricostruzione di quell’Albania, che oggi ci sembra così lontana, che Ingrid Rudi ci offre con questo podcast. È anche un tentativo originale di mostrare al pubblico italiano di oggi quanto fossimo vicini e, insieme, quanto fossimo sconosciuti gli uni agli altri, in un’epoca in cui l’ideologia aveva il potere di dominare la geografia fisica.

Il filo rosso che attraversa le poche puntate di “Sessanta miglia” è il potere che l’ideologia comunista esercitava sulla vita quotidiana degli abitanti dell’Albania di allora.

Non c’era alternativa all’obbedienza, perché chi non si piegava all’ideologia andava incontro a conseguenze molto gravi.

L’ideologia era presente in ogni aspetto della vita, e Ingrid Rudi ce lo spiega dividendo per temi il suo racconto dell’Albania di quegli anni. Vediamo il ruolo dell’ideologia nell’alimentazione, nell’abbigliamento e nella vita di tutti i giorni, nel comportamento che si doveva tenere a scuola, nelle tattiche usate per sfuggire alla propaganda della televisione di Stato. E vediamo come le persone fossero divise tra chi aveva una “buona biografia” e chi, più sfortunato, era considerato di “cattiva biografia” e con ogni probabilità sarebbe rimasto escluso dal progetto con cui il Partito voleva creare l'”Uomo nuovo socialista”.

Il podcast di Ingrid Rudi va ben oltre i cliché che si sono consolidati oggi sul passato comunista dell’Albania, cliché che vedono solo la repressione, i bunker e l’isolamento.

Ingrid ci offre un’immagine più autentica dell’Albania comunista, quella della vita quotidiana, delle privazioni, delle restrizioni, della povertà diffusa e di un egualitarismo imposto. Eppure, anche in queste condizioni, le persone vivevano, sognavano, lottavano per una vita migliore. Le piccole gioie della vita avevano forse perfino più importanza di oggi, proprio perché accadevano in un ambiente che chiedeva solo sacrifici e fatiche per raggiungere un futuro radioso, il “comunismo”, un futuro che non è mai arrivato.

Il podcast di Ingrid Rudi è costruito in modo che il pubblico italiano possa conoscere in modo più ricco e sfaccettato che cosa fosse la vita nell’Albania comunista, e conoscere meglio un popolo che si è sempre sentito spiritualmente vicino all’Italia.

Il podcast è disponibile su tutte le principali piattaforme di ascolto

https://open.spotify.com/show/033Y8d9HZj1MniBu3xdCvi

https://www.spreaker.com/podcast/sessanta-miglia–7219307

Personalmente, appartenendo a una generazione che ha vissuto per intero gli anni del comunismo in Albania, provo un sentimento misto. Da un lato mi tocca una sorta di nostalgia per l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza. Dall’altro capisco quanto ci sembri lontano oggi quel tempo, perché le condizioni in cui vivevano gli albanesi assumono i contorni dell’assurdo. Un assurdo che allora credevamo fosse il nostro destino per sempre e la nostra routine quotidiana.

Devo ammettere che la nostalgia nasce anche dal fatto che il podcast di Ingrid è realizzato con un linguaggio semplice e sentito, con toni molto umani. In fin dei conti, è un racconto molto sincero di un’epoca lontana, che ha segnato profondamente e in modo decisivo anche l’Albania postcomunista.


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