Turchia, giro di vite e brutale repressione contro la comunità LGBT+

Nuovo giro di vite in Turchia contro la comunità LGBT+: a settembre l’operazione ” La mia famiglia è al sicuro” ha segnato il passaggio dal semplice blocco delle manifestazioni pubbliche all’effettivo smantellamento dell’infrastruttura organizzativa che sostiene le attività di advocacy, l’assistenza legale e l’informazione sanitaria della comunità

05/10/2026, Franco Rivera
Turchia, huseyin ozdemir1 Shutterstock

© huseyin ozdemir1/Shutterstock

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Nelle prime ore del 13 settembre, la polizia turca ha condotto blitz simultanei in diverse grandi città nell’ambito di un’operazione denominata “La mia famiglia è al sicuro”. Il ministro della Giustizia Akın Gürlek ha annunciato che la procura stava indagando su 162 sospettati, nove associazioni e 13 attività commerciali in 15 province, collegando l’operazione all’iniziativa del presidente Erdoğan “Decennio della famiglia e della popolazione” (2026–2035).

Tra i soggetti presi di mira figuravano le organizzazioni per i diritti umani più consolidate del Paese, tra cui Kaos GL, SPoD e Lambda Istanbul. Alcune di esse, come hanno poi sottolineato quasi 1.250 accademici in una lettera aperta, sono regolarmente registrate e operano nel Paese da oltre 30 anni. I blitz hanno colpito i consigli di amministrazione e i collegi sindacali, organi la cui presenza è un requisito legale per l’esistenza stessa di un’associazione.

Il ricorso ad un uso sproporzionato della forza contro la comunità LGBT+ non è una novità in Turchia. Da oltre un decennio, la situazione dei diritti LGBT+ nel Paese è in costante declino. Le autorità vietano il Pride di Istanbul dal 2015, arrestando in massa le persone che ogni anno si presentano all’evento nonostante il divieto.

Da anni esponenti del partito di governo, e lo stesso Erdoğan, criticano aspramente, negano l’esistenza e disumanizzano i membri della comunità. Nell’aprile di quest’anno, 11 dirigenti dell’associazione giovanile Genç LGBTİ+ sono finiti sotto processo a Smirne a causa di alcune immagini pubblicate sui social media, che ritraevano coppie dello stesso sesso mentre si baciavano.

Ciò che contraddistingue questa ondata repressiva è la portata e la rapidità dell’azione. Come ha osservato il sociologo Erkan Saka, l’operazione di settembre ha segnato un passaggio dal semplice blocco delle manifestazioni pubbliche allo smantellamento dell’infrastruttura organizzativa che sostiene le attività di advocacy, l’assistenza legale e l’informazione sanitaria; il tutto nel corso di una sola notte.

Motivazioni degli arresti

Secondo diversi organismi internazionali per i diritti umani, oltre cento persone sono state trattenute in custodia. Al 17 settembre, almeno 81 persone erano state incarcerate in attesa di processo. Sono state arrestate anche le persone che protestavano contro tali provvedimenti, compresi i giornalisti che seguivano le manifestazioni. Sebbene non sia ancora chiaro se ciò rientrasse nell’ambito dell’operazione, la sera del 26 settembre la polizia ha fatto irruzione nelle abitazioni di alcune donne trans in Bayram Sokak, una strada del distretto di Beyoğlu a Istanbul dove vivono insieme da decenni e che le autorità hanno tentato più volte di sgomberare, sigillando gli appartamenti e sfrattando i residenti. Dodici persone sono state trattenute durante la notte e rilasciate la mattina seguente.

L’omosessualità non è illegale in Turchia e l’operazione non si basa su alcuna nuova legge. Piuttosto, la procura di Istanbul ha arrestato degli attivisti con l’accusa di “fondare, dirigere o far parte di un’organizzazione criminale”, “atti osceni”, esercizio della prostituzione, reati legati alla droga e violazioni della legge sulle associazioni.

A Smirne, Kuşadası e Mersin, i tribunali hanno disposto il fermo di altre decine di persone, che non risultano essere attiviste, con accuse di atti osceni, prostituzione e reati legati alla droga. Secondo Human Rights Watch, questi fermi dimostrano la determinazione del governo a criminalizzare le persone LGBT+ senza varare nuove leggi.

Delfi, citando Der Standard e l’agenzia di stampa statale Anadolu, ha riferito che la procura ha dichiarato di aver trovato prove del fatto che le attività delle organizzazioni influenzavano i minori in merito all’orientamento sessuale e all’identità di genere, e che l’operazione mirava a impedire che tali attività venissero “considerate normali nella società”.

Le richieste di arresto nell’ambito dell’indagine di Istanbul si sono spinte oltre, sostenendo che le associazioni “incoraggiavano, promuovevano e diffondevano” le identità LGBT+ e che le loro attività indebolivano “la natura della struttura familiare turca”, pur insistendo sul fatto che l’indagine non riguardasse l’orientamento sessuale o la difesa dei diritti di alcuno. Il ministro della Giustizia Gürlek ha aggiunto che i bilanci delle associazioni mostravano ingenti somme ricevute da istituzioni pubbliche straniere, la cui provenienza è ora oggetto di indagine.

Il Consiglio dei sindacati globali (Council of Global Unions) ha sollevato un’obiezione più specifica, ma incisiva: includendo organizzazioni che sostengono le persone che vivono con l’HIV, l’operazione rischia di sovrapporre lo stato di sieropositività all’identità LGBT+ e potrebbe scoraggiare le persone dal cercare cure.

Censura, online e offline

Le retate sono state accompagnate da un’ondata di censura online. Secondo l’aggiornamento del monitoraggio del web, tra il 12 e il 16 settembre sono stati bloccati 319 tra siti web, account sui social media e singoli contenuti. Il 12 settembre, il giorno precedente ai blitz, un provvedimento congiunto dei tribunali di Istanbul e Mersin ha disposto il blocco di 173 siti web e account, la maggior parte dei quali riconducibili a organizzazioni LGBT+, tra cui Kaos GL, SPoD, Lambdaistanbul, Pembe Hayat, Mersin 7 Renk, HEVİ, ÜniKuir, l’associazione per la salute sessuale CETAD, il gruppo per i diritti dei sex worker Kırmızı Şemsiye, LGBTİ News Turkey e la rivista online Velvele.

Nei giorni e nelle settimane seguenti, i blocchi hanno interessato anche account social e soggetti che riportavano notizie sui blitz. Amnesty ha censito oltre 180 account bloccati o soggetti a restrizioni, dedicando loro un’apposita sezione sulla Turchia.

I blocchi sono proseguiti anche nella terza settimana dell’operazione. Il 30 settembre, T24, uno dei principali siti di informazione indipendenti turchi, ha reso noto che il proprio sito web e i relativi account sui social media erano stati bloccati dal Primo tribunale penale di pace di Istanbul nell’ambito dell’indagine in corso. Secondo una nota diffusa dal ministero della Giustizia, il provvedimento è stato motivato dalla pubblicazione, nell’ultimo anno, di 118 contenuti “caratterizzati come propaganda LGBT”; alla nota erano allegati i file relativi alla copertura mediatica della testata sui temi LGBT+.

Come riportato da Delfi, la rapida reazione internazionale ha sortito scarsi effetti. Il portavoce della Commissione UE, Christian Wigand, ha ricordato ad Ankara che, in quanto paese candidato, la Turchia è tenuta a garantire il rispetto dei diritti di tutte le persone, a prescindere dall’identità di genere o dall’orientamento sessuale; già nel rapporto sull’allargamento del 2025, la Commissione aveva rilevato l’insufficienza delle tutele giuridiche per le persone LGBT+. Il relatore del Parlamento europeo per la Turchia, Nacho Sánchez Amor, ha definito i raid un'”allarmante escalation di repressione”.

Il 17 settembre, i rappresentanti per i diritti umani di Germania, Francia, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e Islanda hanno rilasciato una dichiarazione congiunta definendo le misure “profondamente preoccupanti” e richiamando la Turchia ai suoi obblighi ai sensi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’Alto commissario ONU Volker Türk e il Commissario del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty hanno chiesto il rilascio delle persone detenute arbitrariamente.

Anche la società civile si è mobilitata. Il 22 settembre, oltre 450 organizzazioni provenienti da 65 paesi , tra cui ILGA, CIVICUS, IPPF, AWID e PEN Norway, hanno sottoscritto un appello intitolato “Stop alla criminalizzazione del movimento LGBT+ in Turchia”, contestando l’uso strumentale di concetti quali “famiglia”, “moralità” e “oscenità”, nonché il ricorso a norme contro la criminalità organizzata per reprimere l’attivismo LGBT+.

La lettera degli accademici, tra i cui firmatari figurano Judith Butler, Slavoj Žižek ed Étienne Balibar, ha chiesto il rilascio di tutti i detenuti, la conclusione delle indagini, la restituzione delle attrezzature sequestrate e la revoca dei blocchi di accesso. Nel frattempo, si sono svolte proteste davanti alle rappresentanze diplomatiche turche a Washington, New York, Londra, Madrid, Berlino e Buenos Aires.

A New York, dove il presidente Erdoğan partecipava all’Assemblea generale dell’ONU, un cartellone pubblicitario a Times Square mostrava Zeki Müren, l’amato ed eccentrico cantante della tradizione classica turca, incorniciato dai colori dell’arcobaleno e accompagnato dalla scritta: “Saremo sempre qui”.

In patria, lo slogan stesso del governo è diventato oggetto di dibattito. Il centro di ricerca SAMER ha analizzato 1.300 post su X tra il 13 e il 21 settembre, rilevando che l’espressione “la mia famiglia è al sicuro” non veicolava un significato univoco. I sostenitori la usavano per invocare la tutela della struttura familiare e dell’ordine morale; alcuni chiedevano addirittura la chiusura delle associazioni e la criminalizzazione dell’attivismo LGBT+.

I critici, invece, ne hanno fatto oggetto di ironia (“meno male che hanno rastrellato tutti i gay, ora la mia famiglia è al sicuro”), facendo riferimento ai femminicidi, alla violenza domestica e agli abusi sui minori, e chiedendosi chi lo Stato ritenga degno di protezione. I genitori di figli LGBT+, intervistati da Bianet, hanno posto una domanda più semplice: “Non siamo forse una famiglia?”.

La zona grigia che aveva retto per un decennio sembra essere un ricordo. Le persone arrestate restano in custodia, i siti web delle associazioni rimangono bloccati, l’elenco delle testate oscurate continua ad allungarsi e non vi sono segnali di un possibile passo indietro da parte delle autorità, nonostante l’attenzione internazionale sia puntata sul Paese.


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Questo articolo è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali

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