Georgia, la psichiatria torna ad essere strumento contro il dissenso
Seguendo il modello utilizzato in Unione sovietica, e più recentemente in Russia, anche la Georgia è tornata ad utilizzare la psichiatria come strumento di repressione del dissenso politico. Crescono i casi in cui chi si oppone al governo di Tbilisi viene internato o inserito in elenchi di “persone problematiche”

© transylvania/Shutterstock
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Nell’Unione Sovietica la psichiatria fu sistematicamente usata come arma politica: oppositori, dissidenti e critici del regime venivano diagnosticati come affetti da “schizofrenia a decorso lento” o altri disturbi inventati, per poi essere internati in ospedali psichiatrici speciali (le famigerate psichuški) e sottoposti a trattamenti coatti, farmaci e isolamento.
Questa pratica trasformava la protesta politica in sintomo di malattia mentale, neutralizzando il dissenso senza dover ammettere processi politici.
Oggi, a oltre trent’anni dalla fine dell’URSS, diversi osservatori denunciano segnali di un ritorno a logiche simili in Georgia, dove da oltre 600 giorni è in corso il più lungo movimento di protesta della storia del paese contro la sospensione del percorso di adesione all’Unione Europea e contro le leggi restrittive approvate dal governo del Partito del Sogno Georgiano.
Le manifestazioni, quotidiane e sostanzialmente prive di leader unici, hanno provocato centinaia di fermi, multe, detenzioni amministrative fino a 60 giorni e oltre 150 condanne in procedimenti definiti “ingiusti e politicamente motivati” da Amnesty International, che documenta anche torture e maltrattamenti sui manifestanti.
In questo marasma repressivo, il caso dell’insegnante e attivista Nino Datashvili è diventato emblematico.
Il caso Nino Datashvili
Docente di educazione civica e partecipante alle proteste, Datashvili si è recata, il 9 giugno 2025, presso il tribunale di Tbilisi per assistere al processo di otto manifestanti antigovernativi.
Bloccata all’ingresso con la motivazione di una mancanza di spazio in aula, è stata trascinata a forza fuori dall’edificio da diversi agenti della sicurezza. È stata arrestata formalmente il 20 giugno 2025 con l’accusa di aver aggredito un ufficiale giudiziario durante dei tumulti, rischiando una pena da quattro a sette anni di carcere.
Mentre era in detenzione preventiva, nell’agosto 2025 il tribunale di Tbilisi ha accolto la richiesta della procura di sottoporla a una valutazione psichiatrica forzata di 20 giorni, basandosi su cartelle cliniche del 2019 che menzionavano una “labilità emotiva” associata a una grave patologia della colonna vertebrale.
La misura è stata ampiamente criticata da avvocati, organizzazioni per i diritti umani e media indipendenti come un tentativo di stigmatizzare e discreditare l’attivista, sfruttando la psichiatria in modo analogo alle pratiche sovietiche.
Datashvili è stata rilasciata su cauzione solo nell’ottobre 2025, quando le sue condizioni di salute si erano aggravate fino a richiederle due interventi alla colonna e a compromettere la capacità di deambulare.
La lista
Oltre alle perizie psichiatriche forzate, in Georgia è stata approvata un’altra misura controversa: un registro centralizzato delle persone con disturbi mentali, alcolismo e dipendenze. Il 9 dicembre 2025 il parlamento georgiano ha adottato, in terza lettura, un pacchetto di emendamenti alla legge sulla salute mentale e alla legge sulle armi, che ha imposto al Ministero della Salute di creare, entro il 1° marzo 2026, una banca dati informativa unificata su persone con problemi psichiatrici, alcolismo, tossicodipendenza e abuso di solventi.
Il database è amministrato dal Ministero della Salute, ma la legge prevede l’accesso diretto del Ministero degli Affari Interni (polizia) e di altre istituzioni statali.
Sulla carta, la motivazione ufficiale è la sicurezza pubblica e la razionalizzazione delle procedure di rilascio di licenze (armi, patente, alcune assunzioni). Tuttavia, gli osservatori sottolineano che l’impatto va ben oltre il controllo delle armi: il registro crea un meccanismo strutturale di stigmatizzazione, in cui una diagnosi psichiatrica – anche non grave, temporanea o legata a traumi da protesta – può diventare motivo automatico di esclusione da diritti civili e professionali.
Human Rights Watch avverte che la norma rischia di dissuadere le persone dal cercare cure per timore di finire nel database e di essere poi sanzionate in ambiti non sanitari.
Inoltre, la legge impone al Ministero degli Interni di verificare, entro il 1° ottobre 2026, tutti i detentori di licenze di armi rilasciate prima del 1° marzo 2026 contro il nuovo database e, ove esistano motivi appropriati, revocare i permessi.
In un contesto di proteste di massa e di uso strumentale della psichiatria, questo significa che il registro può diventare uno strumento di controllo politico indiretto: chi è stato etichettato come instabile per aver partecipato a manifestazioni, o chi ha subito perizie psichiatriche contestate, o si è trovato droga addosso o in casa durante una persecuzione a cui il suo legale non ha potuto partecipare, potrebbe vedersi negare o ritirare il porto d’armi e, in futuro, subire limitazioni analoghe in altri settori regolati dalla stessa banca dati.
Modello russo
La Georgia non si sta muovendo in modo isolato: le nuove norme sul registro psichiatrico e sulle perizie forzate ricalcano da vicino pratiche già consolidate nella Russia contemporanea, dove la psichiatria punitiva è tornata a essere uno strumento ordinario di repressione del dissenso.
Secondo le Nazioni Unite e diverse organizzazioni per i diritti umani, dal 2022 il numero di persone sottoposte a misure psichiatriche coercitive per motivi politici è cresciuto in modo marcato, passando da una media di circa cinque casi all’anno (2015-2021) a oltre venti all’anno, con decine di attivisti anti-guerra e oppositori internati in ospedali psichiatrici.
L’internamento viene spesso ordinato nell’ambito di procedimenti penali per diffusione di false informazioni sulle forze armate o estremismo. A differenza di una pena detentiva standard, il trattamento sanitario obbligatorio in un ospedale psichiatrico giudiziario può essere esteso indefinitamente dai giudici su raccomandazione dei medici della struttura.
Viene frequentemente segnalata la somministrazione forzata di antipsicotici pesanti a persone che non presentano patologie mentali, configurandosi come una forma di tortura o trattamento degradante.
Un caso emblematico è quello del blogger Il’ja Remeslo, un tempo vicino al Cremlino e poi divenuto critico di Putin dopo aver pubblicato un manifesto contro la guerra: arrestato nel luglio 2026, è stato trasferito in un ospedale psichiatrico di San Pietroburgo a poche ore dal suo cambio di posizione politica.
Il Centro per i diritti umani “Memorial” e l’organizzazione OVD-Info hanno documentato almeno 49 condannati a trattamento psichiatrico obbligatorio per motivi politici solo nel 2024, e oltre 84 casi dal 2022, tra cui attiviste anti-guerra come la giornalista Marija Ponomarenko, obbligata a cure psichiatriche coatte anche durante la detenzione.
Il rapporto del governo britannico sull’obbligo di leva in Russia (agosto 2026) descrive esplicitamente il trasferimento forzato in ospedali psichiatrici come una punizione per chi denuncia abusi o si oppone alla guerra, nonché per chi si trova in centri detenzione russa, ove notoriamente l’uso della tortura è sistematico.
Le riforme georgiane sembrano seguire lo stesso modello: non solo ricoveri eccezionali, ma un’infrastruttura normativa (registro centralizzato, accesso incrociato tra ministeri, verifiche retroattive) che consente di etichettare in via permanente come instabili intere categorie di oppositori, attivisti e manifestanti, seguendo la logica russa di trasformare il dissenso in patologia.
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