La crisi di Van, la città turca che vive di iraniani
Van, il principale centro dell’Anatolia orientale, è diventato negli ultimi anni un polo di attrazione per i turisti iraniani, in cerca di prodotti introvabili nel loro paese e di una parentesi di libertà, soprattutto per le donne. La guerra con gli USA, però, ha messo in crisi il settore. Nostro reportage

Panorama di Van © Andrea Lazzaroni
Panorama di Van © Andrea Lazzaroni
Atterro di prima mattina all’aeroporto di Van, intitolato a Ferit Melen, un importante politico locale che negli anni Settanta ricoprì per un breve periodo la carica di primo ministro della Turchia. L’hotel dove alloggio è nei pressi di via della Repubblica, una delle principali arterie della città. Con i mezzi pubblici impiegherei troppo tempo, perciò salgo su un taxi.
Di traffico ce n’è parecchio, d’altronde Van conta più di mezzo milione di abitanti ed è il centro urbano più popoloso dell’Anatolia Orientale. Il tassista impreca nel traffico, ma sembra divertirsi a infilarsi in ogni varco possibile. Dopo circa mezz’ora raggiungo l’albergo.
Devo attendere qualche minuto prima di prendere possesso della camera. Nella hall noto due coppie di iraniani di mezza età. Al di là della lingua, li si riconosce abbastanza facilmente, hanno un portamento differente dai locali. Mi accomodo su una poltrona e scambio qualche parola con quello che si rivela essere il proprietario della struttura. Dopo qualche convenevole gli chiedo come vanno gli affari. “Diciamo che teniamo botta grazie ai guadagni degli anni scorsi”, mi confida.
Gli effetti del conflitto iniziato il 28 febbraio, con gli attacchi israeliani e americani contro l’Iran, si sono fatti sentire anche in questo angolo di mondo. Van dista circa un’ora e mezza dal confine iraniano e, grazie alla sua posizione geografica, è da anni una delle destinazioni preferite dai turisti iraniani, che rappresentano la principale fonte di reddito per la città.
Il mercato dei russi e la crisi
Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, in molte città turche di confine, tra cui Van, prese piede una forma di commercio transfrontaliero informale. Uomini, ma soprattutto donne di nazionalità russa, trasportavano merci oltre confine, stipandole in grosse valigie, per poi rivendere il contenuto su bancarelle improvvisate.
Vestiti, porcellane, elettrodomestici, orologi e attrezzature da caccia: un mercato spontaneo che col tempo divenne sempre più popolare, tanto che all’inizio degli anni Duemila le autorità decisero di assegnare un’area specifica per la vendita. Nacque così il Rus Pazarı, il “Mercato dei Russi”, che conserva ancora oggi questo nome.
Oggi la clientela del Mercato dei Russi è perlopiù iraniana, come si evince dalle insegne in doppia lingua, turco e persiano, e dai prezzi indicati in rial. Mi fermo a parlare con alcuni commercianti.
“Con la guerra gli iraniani sono diminuiti e di soldi ne girano pochi”, dice Şehmus, un venditore di frutta secca. Poco più avanti Muhammed, che vende soprammobili e cianfrusaglie, conferma il momento difficile con ironia: “Senza i turisti iraniani non si vende molto. I miei concittadini vengono qui solo a fare una passeggiata: guardano, guardano, ma alla fine non comprano niente”.
È quindi un anno difficile per il turismo, e pensare che la Camera di Commercio e dell’Industria di Van aveva fissato per il 2026 l’obiettivo di un milione di arrivi. Anche la municipalità si era mossa, aprendo una scuola di persiano per gli operatori dell’ospitalità.
La disoccupazione resta alta, in una provincia che offre poche opportunità di lavoro: l’economia si basa principalmente su agricoltura e pastorizia e la produzione manifatturiera è limitata. Chi non trova lavoro nel pubblico impiego finisce per migrare verso le grandi città dell’ovest.
Le caratteristiche del turismo iraniano e la vita notturna
Gli iraniani che visitano Van arrivano soprattutto da Urmia e Tabriz, le due principali città vicine al confine turco. Il tragitto in autobus o in macchina non supera le cinque ore. Appartengono in prevalenza alla classe media: non dispongono dei mezzi per una vacanza a Istanbul o Antalya, ma non rinunciano a un soggiorno in Turchia, uno dei pochi paesi che possono visitare senza visto.
Dal 2011, anno in cui venne ammodernato il valico di frontiera di Kapıköy, Van è diventata una destinazione sempre più frequentata. Qui gli iraniani trovano prodotti tecnologici e marchi di abbigliamento non presenti in Iran, per via dell’isolamento del paese.
Il periodo preferito è il Nevruz, il capodanno persiano, quando hanno a disposizione quasi due settimane di ferie. Oltre allo shopping, l’itinerario classico prevede una visita alla fortezza che domina la città e dove si trova anche un’iscrizione attribuita a Serse I, e una gita all’isola di Akdamar, per ammirare la cattedrale armena della Santa Croce, costruita nel decimo secolo.
Tuttavia, il vero motivo per cui molti iraniani scelgono Van e la Turchia è un altro: una maggiore libertà nei costumi e l’assenza di rigidi codici di abbigliamento. Non c’è segregazione di genere, e questo permette soprattutto alle donne iraniane di muoversi con una disinvoltura altrimenti impossibile in patria. L’alcol inoltre si può consumare liberamente, senza incorrere in sanzioni o arresti.
Si crea così una situazione per certi versi contraddittoria: Van è una città non certo bigotta ma sicuramente conservatrice, eppure la sera è possibile imbattersi in iraniani vestiti a festa e reduci da qualche bicchiere di troppo.
Vita notturna a Van
Camminando per le vie del centro si notano qua e là dei locali notturni. La musica rimbomba fino in strada e i promoter fuori dagli ingressi parlano persiano, chiaro segno che la clientela è per lo più iraniana. Spinto dalla curiosità decido di entrare nel primo che mi capita davanti, dall’insegna fluorescente.
Si trova in un palazzone che di giorno ospita uffici e attività commerciali. Per arrivarci si prende un ascensore fino all’ultimo piano, si percorre poi un lungo corridoio buio e ci si ritrova davanti a una porta nera in stile saloon. Prima di entrare chiedo all’uomo seduto alla cassa se l’ingresso è a pagamento.
Si chiama Murat e gestisce il locale per conto di un’altra persona. Ne approfitto per farmi raccontare come funzionano queste discoteche. “Abbiamo degli accordi con alcune agenzie di viaggio che ci portano gruppi di persone, per le quali organizziamo delle feste”, mi spiega. “Questa sera non c’è tanta gente per via della guerra, ma sono ottimista: appena finisce tutto tornerà come prima.”
Effettivamente all’interno del locale ci saranno una ventina di persone al massimo, la pista da ballo è quasi deserta. Il bar offre una selezione di alcolici scarsa, controvoglia ordino una birra. Quando il dj abbandona la consolle mi avvicino e gli chiedo se ha voglia di scambiare due parole.
Si chiama Yaser e viene da Urmia. È iraniano ma di etnia turca. “Faccio avanti e indietro: se ci sono eventi e la paga è giusta, vengo volentieri”, mi dice. “Anche da noi queste serate esistono, ma c’è sempre il rischio di venire scoperti.” Si uniscono alcuni suoi amici che vorrebbero offrirmi da bere, ma si è fatto tardi e domani devo svegliarmi presto per recarmi al confine. Ringrazio e rientro a piedi in albergo.

Il lago di Van © Andrea Lazzaroni
Kapıköy
La strada che da Van conduce a Kapıköy è completamente asfaltata e in ottime condizioni. A mezz’ora dall’uscita dalla città si incontra il lago di Erçek, circondato da canneti. Proseguendo il paesaggio si fa brullo e monotono, anche se le montagne intorno nobilitano il tragitto. La ferrovia corre parallela fino alla cittadina di Özalp, ormai solo il distretto di Saray mi separa dal confine.
L’ultimo tratto della statale D300 è il più caratteristico: i rilievi dei monti Zagros si fanno più serrati e sembrano annunciare l’altopiano iranico. Finalmente appare il valico di frontiera: Kapıköy dal lato turco, Razi da quello iraniano.
Mentre attendo l’arrivo dei primi gruppi di iraniani, mi avvicino ad un uomo appoggiato sul cofano di un’auto dell’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Sta monitorando la situazione.
“In maniera simile a quanto è accaduto durante la guerra civile siriana, ci si aspettava un esodo verso i confini turchi. Eppure i valichi di frontiera non sono stati presi d’assalto, anche durante le fasi più dure del conflitto, tra fine febbraio e inizio marzo”, mi spiega. “La gente entra ed esce in maniera ordinata e gli iraniani che richiedono lo status di rifugiato si contano sulle dita della mano: in questo senso non siamo oberati di lavoro”, conclude sorridendo.
Gli ultimi bombardamenti risalgono a mesi fa, ma il ricordo dei primi giorni di guerra è ancora vivo, come racconta Hamid, un insegnante di inglese che vive nella capitale. “Il rumore delle esplosioni ci teneva svegli tutta la notte, chi ha potuto si è rifugiato fuori città, ma noi eravamo bloccati a Teheran. È stato terribile.”
Hamid si trova in Turchia perché deve raggiungere la compagna, che nel frattempo si è rifugiata in Germania. Con i voli internazionali spesso cancellati, l’unica strada è partire dall’aeroporto di Van e fare scalo a Istanbul. Per molti iraniani la Turchia è diventata quindi l’unico corridoio rimasto verso il mondo esterno.
Congedo Hamid e risalgo in macchina. Se faccio in tempo, potrò vedere il treno in arrivo dall’Iran.
Teheran – Tabriz – Van

Stazione di Van © Andrea Lazzaroni
“Non si possono fare fotografie né girare video all’interno della stazione”, mi ricorda la guardia giurata all’ingresso. Gli prometto che mi comporterò bene. Il treno che due volte alla settimana collega Teheran a Van, passando per Tabriz, è in ritardo.
La porta dell’ufficio movimento è aperta: all’interno c’è il capostazione, Cihan, un uomo sulla cinquantina dai modi affabili. Mi spiega che per via delle ostilità, i controlli alla frontiera si sono intensificati: inoltre va effettuato il cambio della locomotiva, vanno stampati i visti, controllati i bagagli. Tutte operazioni che prendono tempo.
Nell’attesa, scambio due parole con Ali, un architetto originario di Shiraz. Si finisce a parlare del sostegno americano, per quanto ridimensionato, verso Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto. Ali non ha dubbi: “Non penso proprio sia la figura adatta per governare l’Iran. Sono decenni che non mette piede nel paese. La sua offerta politica mi è sempre sembrata priva di contenuti. Al massimo può apparire una figura salvifica agli occhi della diaspora o di qualche nostalgico.”
Dopo poco più di due ore, arriva l’annuncio: il treno sta per entrare in stazione. I passeggeri scendono e si ritrovano assediati dai tassisti. Si creano dei siparietti per ottenere un prezzo migliore, in fondo entrambi i popoli sono abituati a contrattare. In una ventina di minuti torna il silenzio nel piazzale antistante. Rimane solo una manciata di persone: il treno ripartirà in serata in direzione opposta.
Tra di loro c’è una ragazza che sta preparando una sigaretta con del tabacco trinciato. Ha le punte dei capelli colorate di blu, indossa una gonna a balze e una maglietta larga. Si chiama Sabra, è un’iraniana che vive in Canada da anni, dove lavora come psicologa in un istituto penitenziario. Il nome è un omaggio ai palestinesi uccisi nel settembre del 1982 nel massacro di Sabra e Shatila: i suoi genitori erano militanti di sinistra che avevano partecipato alla Rivoluzione del 1979, nella quale prevalsero gli islamisti.
Sabra si appresta a rientrare in patria ed è visibilmente emozionata. “I movimenti di protesta all’interno del paese non si fermeranno di certo, ma dobbiamo essere noi iraniani a cambiare le cose. Non abbiamo bisogno dell’intervento esterno. Vogliamo essere artefici del nostro destino. Nel mio piccolo voglio dare un contributo.”
Gli attacchi contro le infrastrutture civili e le aree urbane hanno compattato la popolazione, anche tra chi considera il regime illegittimo. La Repubblica Islamica teme il ritorno alla normalità: finché esiste una minaccia esterna, la popolazione non può chiedere conto di un’economia in macerie, di anni di isolamento e dei massacri del passato.
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Tag: Iran
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