L’Accademia di Romania: un progetto architettonico tra Italia e Romania
Il quadrante architettonico di Valle Giulia a Roma, che si snoda all’interno del parco di Villa Borghese, ospita l’Accademia di Romania a Roma. Un edificio la cui costruzione rivela legami inaspettati con Bucarest

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Archivio personale - S. Kelner
Valle Giulia a Roma è un elegante quadrante all’interno del parco di Villa Borghese, incontro di architetture e memoria collettiva. Lungo il boulevard principale, Viale delle Belle Arti, e poi su a salire verso la salita dedicata ad Antonio Gramsci, vi si snodano la scalinata Liberty della Galleria Nazionale di Arte Moderna (GNAM), la rinascimentale Villa Giulia che ospita il Museo nazionale etrusco, la sede storica della Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza costruita negli anni Trenta del Novecento. Poeti legatissimi alla capitale hanno impresso nella memoria collettiva Valle Giulia attraverso le immagini degli scontri tra studenti e polizia del 1968.
Eppure, questo angolo della villa romana, costituisce anche un incontro tra culture amiche, ospitando numerosi degli istituti culturali stranieri, inaugurati tra il 1911, anno in cui Roma ospitò l’Esposizione Universale, ed il 1967. Edifici caratterizzati da estetiche neoclassiche, brutaliste come anche da esperimenti di sintesi a cavallo tra le rispettive culture.
Tra queste, Valle Giulia accoglie l’Accademia di Romania, collocata in posizione privilegiata, sul lato opposto rispetto la GNAM, con ingresso principale da piazza José de San Martin. Con la sua elegante facciata, le sue colonne ed i fregi neoclassici, la struttura dialoga con gli edifici che allora circondavano il boulevard principale, eppure è fedele anche all’architettura romena dell’epoca.

Veduta aerea dell’Accademia di Romania a Roma, © Shutterstock/Stefano Tammaro
Monumentale dall’esterno, varcando la soglia d’ingresso, ci si rende conto che l’edificio gira intorno ad un cortile interno, attorno al quale, disposti su tre piani, si trovano una grande sala conferenze, gli appartamenti dedicati ad ospitare i borsisti romeni, atelier per gli artisti, le cucine, gli uffici degli impiegati, un’ala destinata alla direzione della Banca Nazionale romena (finanziatore della costruzione dell’accademia stessa), ed una biblioteca che custodisce pubblicazioni provenienti da donazioni e acquisizioni, malgrado molti dei volumi siano andati perduti negli anni del regime comunista.
La storia dell’edificio racconta delle ambizioni coltivate dal giovane stato nel periodo interbellico, dei legami, diplomatici e culturali tra Italia e Romania, come anche delle eredità architettoniche che legano Bucarest e Roma.
I primi contatti politico-diplomatici e culturali in epoca moderna tra i due paesi sono rintracciabili a metà dell’Ottocento, un avvicinamento facilitato dalle spinte liberali e rivoluzionarie che animavano l’élite intellettuali dei due paesi. Gli anni che precedettero il primo conflitto mondiale, come quelli appena successivi, avvicinarono i due paesi, i quali inizialmente avevano aderito entrambi alla Triplice Alleanza, il patto con gli imperi, per poi trovarsi entrambi, in ragione di analoghe rivendicazioni territoriali, a combattere l’Impero austro-ungarico.
Del resto, l’Italia aveva validi motivi per rinsaldare i rapporti con la Romania, vista la presenza non trascurabile di un flusso di immigrati italiani in Romania: contadini, manovali, ingegneri ed architetti che nella seconda metà dell’Ottocento si trasferirono a Bucarest e lungo il Danubio, attirati dalle grandi opere di modernizzazione che lo stato romeno stava attuando. Il quasi migliaio di italiani immigrati nella sola Bucarest fondarono nel 1902 il primo comitato della Società Dante Alighieri, associazione diretta a “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiana fuori del Regno”. Qualche anno più tardi, nel 1924, venne inaugurato l’Istituto di cultura italiana di Bucarest.
L’enfasi sulla comune appartenenza alla latinità ha costituito la chiave di volta delle relazioni culturali tra Bucarest e Roma. L’eccezionalismo romeno, concettualizzato dagli studiosi romeni dopo la Grande Unione del 1918 – che aveva annesso ai territori de Vechiul Regat (il vecchio regno) le regioni della Transilvania e della Moldavia – dissociava Bucarest “dal mare di slavi”, gli altri paesi confinanti, designando un ruolo distintivo per la Romania nella regione, in quanto erede diretta della Dacia di Traiano.
Per Bucarest, la costruzione di un istituto culturale a Roma faceva parte di un’agenda di più ampio respiro che mirava a promuovere i propri valori culturali in paesi che le autorità romene dell’epoca percepivano come affini. Sulla spinta della riscoperta latinità, si rivendicava la propria appartenenza all’Occidente europeo. In quegli stessi anni venne infatti aperta anche la succursale dell’accademia di Romania a Parigi.
Gli accordi che avrebbero dato l’avvio ai lavori della struttura a Valle Giulia, e attraverso cui il comune di Roma si impegnava alla concessione perpetua del terreno ad uso esclusivo dell’Accademia romena, furono siglati nel gennaio del 1922. La cerimonia di inizio dei lavori, datata sei anni più tardi a causa delle difficoltà che il governo romano aveva avuto nel reperire i fondi per finanziare l’opera, culminò con il sigillo ad una pergamena che bene sintetizzava l’importanza di quel progetto per la diplomazia culturale di Bucarest: “[questo edificio] rappresenta il progresso della scienza e dell’arte romene nella luce eterna della latinità e come simbolo dei patti di sangue e cultura tra Romania e Italia”.
Il progetto fu portato a compimento dall’architetto romeno Petre Antonescu, il quale aveva progettato alcuni degli edifici più significativi della capitale romena, come l’arco di Trionfo, l’edificio che ospita l’amministrazione comunale di Bucarest, e la sede del rettorato dell’Università di Bucarest. Eppure, l’autore del progetto architettonico originale dell’accademia, che poi affiancò Antonescu come capo cantiere, fu Giulio Magni. Architetto velletrano cui Roma deve molti dei suoi begli edifici, tra cui la sede del ministero della marina, e uno dei suoi quartieri più iconici, Testaccio. Magni non si limitò alla progettazione dell’edifico che avrebbe ospitato l’istituto culturale romeno, egli giocò un ruolo decisivo nell’assegnazione di un lotto alla Romania nel parco di Villa Borghese.
Del resto, Magni è considerato una delle figure più incisive nella storia dell’architettura romena, in virtù dei progetti architettonici che lo avevano legato a Bucarest. Magni era uno di quel migliaio di emigrati italiani che avevano scelto Bucarest come propria destinazione, e tra i fondatori della già citata Società Dante Alighieri. Per più di un decennio, tra il 1893 ed il 1903, progettò opere pubbliche in Romania. Alcune di queste sono perite sotto la furia dei faraonici interventi urbanistici che Ceausescu avrebbe avviato dopo il 1977. Altre però possono ancora essere ammirate, come ad esempio Hala Traian, padiglione dal nome che evoca il desiderio di consolidare il legame con la latinità, e che era stato destinato ad ospitare il mercato coperto del quartiere ebraico di Bucarest, oggi sede di un supermercato di una nota catena danese.
La sintesi dei progetti di Magni ed Antonescu, combinate alle richieste del consiglio superiore delle belle arti italiano, che imponeva che tutte le costruzioni del quartiere si ispirassero all’architettura classicista, risultò nell’edificio dallo stile eclettico che tutt’oggi si può ammirare.
L’Accademia di Romania venne così inaugurata nel gennaio del 1933, alla presenza dei dignitari romeni a Roma, del ministro romeno dell’Istruzione, nonché dell’allora primo ministro italiano, Benito Mussolini. Fu quello un periodo segnato da una certa diffidenza diplomatica tra le due capitali. Una simpatia politica, dovuta anche all’ambizione di Mussolini di imporsi come potenza di riferimento alternativa alla Francia per la regione balcanica e di creare una cooperazione anti-Jugoslava, si era trasformata in un sentimento di diffidenza quando il dittatore italiano cominciò a sostenere le rivendicazioni territoriali ungheresi rispetto ai territori transilvani. Eppure, la diplomazia culturale messa in atto dai rispettivi istituti culturali a Bucarest e Roma resistette alle distanze dettate dalla politica.
Meno bene andò nel secondo dopoguerra, quando la distanza ideologica della prima fase del conflitto bipolare convinse la leadership comunista a chiudere l’Academia di Romania per più di vent’anni. Solo nel 1969, a ridosso di anni in cui Nicolae Ceausescu inaugurò la retorica che presentava la Romania, e quindi se stesso, come l’alleato ribelle di Mosca, accompagnata da un intensificarsi delle relazioni con l’Italia ed il resto del campo occidentale, venne riaperta la sezione bibliotecaria dell’Accademia a Valle Giulia. Tra gli anni Novanta e Duemila, ripresero gradualmente le attività di promozione culturale. Oggi, l’Accademia è tornata alla sua finalità originaria, quella di promuove attivamente la cultura romena in Italia, un’offerta culturale ricca che si rivolge sia agli italiani sia alla cospicua diaspora che risiede a Roma.
Per la ricostruzione della storia dell’Accademia di Romania a Roma, si è fatto riferimento a due monografie, entrambe consultabili presso la Biblioteca dell’Accademia di Romania a Valle Giulia: Nicolae Lascu, Banca Naţională a României şi arhitectura (Enciclopedica; 2006); Mihai Barbulescu, Veronica Turcus, Iulian M. Damian, Accademia di Romania in Roma 1922-2012 (2013).
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Tag: Architettura | Patrimonio culturale
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