Global Sumud Flotilla, un atto di immaginazione politica collettiva
Recentemente la Global Sumud Flotilla è ripartita verso Gaza. Per Morana Miljanović, attivista e giurista croata, comandante di una delle navi coinvolte nell’iniziativa, la flottiglia è la reazione ad un’ingiustizia sociale estrema, un movimento di resistenza che ci insegna ad immaginare mondi alternativi e a batterci per la libertà collettiva

Durante i preparativi per la partenza dalla Spagna della Global Sumud Flotilla (2025)
Durante i preparativi per la partenza dalla Spagna della Global Sumud Flotilla (2025) © NICORIVERAPH/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da Novosti)
Nell’autunno del 2025, la Global Sumud Flotilla, un convoglio umanitario di circa quaranta navi civili con attivisti provenienti da oltre quaranta paesi, ha tentato di forzare il blocco navale israeliano della Striscia di Gaza. Le forze israeliane hanno intercettato la flottiglia in acque internazionali, sequestrando e imprigionando gli attivisti. Dopo il rilascio dal carcere, dove alcuni hanno subito violenze, gli attivisti sono stati rimpatriati.
A guidare una delle navi della flottiglia del 2025 è stata Morana Miljanović, attivista, velista e giurista croata. Recentemente, la Global Sumud Flotilla è ripartita verso Gaza e una delle imbarcazioni è nuovamente guidata dalla comandante croata, che da anni partecipa alle azioni di ricerca e soccorso in mare, salvando i rifugiati e i migranti nel Mediterraneo. L’attivista fa parte anche del collettivo Pirate Care che si batte contro la criminalizzazione della solidarietà.
L’anno scorso Morana Miljanović ha ricevuto il premio “Krunoslav Sukić” per la promozione della pace, della nonviolenza e dei diritti umani, in particolare per il suo coraggio e la sua perseveranza nel salvare vite umane.
L’attivista croata, nelle sue azioni ed esternazioni pubbliche – come si legge nella motivazione della giuria – “riporta costantemente l’attenzione sul valore dell’empatia, della solidarietà e dei piccoli atti di resistenza che rendono il mondo più umano”, ispirando molti a “pensare, percepire e praticare la solidarietà”.
Com’è organizzata la Global Sumud Flotilla 2026? Quante navi sono coinvolte? Chi partecipa alla flottiglia e chi è responsabile dell’organizzazione e del finanziamento?
Si parte da porti diversi. Il primo gruppo è partito lo scorso 4 aprile da Marsiglia verso la Sicilia dove si incontrerà con le altre navi. La maggior parte delle imbarcazioni sarebbe dovuta partire lo scorso 12 aprile da Barcellona [la partenza è stata posticipata di diversi giorni e le navi sono salpate il 15 aprile, ndt]. Saranno coinvolte circa cento navi, ma non conosciamo ancora il numero definitivo.
Si tratta perlopiù di piccole barche a vela, lunghe circa quindici metri. Ogni imbarcazione ha un equipaggio composto da tre membri. I partecipanti alla flottiglia provengono da tutto il mondo. Ventiseimila persone avevano chiesto di partecipare alla flottiglia del 2025. Di queste soltanto cinquecento erano state selezionate e avevano effettivamente preso parte all’iniziativa.
La procedura di selezione è molto accurata e tutti i candidati vengono intervistati. I partecipanti poi ricevono una formazione specifica, dal training psicologico allo sviluppo di diverse competenze. Elaboriamo protocolli per diverse situazioni.
Nella Global Sumud Flotilla 2025 ho guidato un’imbarcazione particolare. La barca a vela “Shireen” aveva il compito di fornire supporto legale alla flottiglia. Tuttavia, oltre agli avvocati, a bordo dell’imbarcazione c’erano anche un medico, una studentessa, un giornalista, una donna con una laurea in ingegneria – che però lavora come soccorritrice in mare – e un’attivista impegnata in iniziative dal basso. Anche a bordo di altre navi c’erano persone di diverse professioni. Ad accomunarci è stata la capacità di contribuire agli obiettivi della flottiglia.
Migliaia di persone lavorano alla logistica e ad altri aspetti organizzativi e di supporto, senza i quali il nostro viaggio non sarebbe possibile. A sostenere la flottiglia sono tre organizzazioni: Thousand Madleens to Gaza, Global Sumud Flotilla e Freedom Flotilla Coalition. Ognuna ha i propri team e siti web dove è possibile trovare molte informazioni.
Per quanto riguarda l’aspetto finanziario, non me ne occupo personalmente, ma posso dire che il finanziamento si basa sulle donazioni. Nessuna delle organizzazioni che fanno parte dell’iniziativa riceve finanziamenti statali. Collaboro anche con Inicijativa za slobodnu Palestinu [Iniziativa per una Palestina libera], che segue il nostro viaggio e organizza diverse iniziative a Zagabria e non solo.
Qual è l’obiettivo della flottiglia? Cosa spinge gli attivisti a parteciparvi?
L’obiettivo principale, sin dal 2007, anno dell’inizio del blocco marittimo di Gaza, è quello di rompere questo blocco illegale di accesso al territorio palestinese illegalmente occupato. La flottiglia è un’azione di solidarietà diretta e transnazionale che riunisce migliaia di persone con motivazioni molto diverse. Personalmente sono in disaccordo con alcune di queste persone su tantissime questioni, ma siamo tutti uniti dall’idea di un mondo più giusto.
Durante il viaggio si crea un legame molto particolare. Non è un legame di sangue, non si tratta di amicizia né di relazioni amorose. Certo, anche questi sentimenti sono presenti, ma far parte di un’azione diretta implica un percorso specifico di cura reciproca e di apprendimento. La partecipazione alla battaglia per la giustizia genera sempre una solidarietà particolare, che si rafforza ulteriormente quando si è in mare come membri dell’equipaggio di una nave, in un ambiente già di per sé impervio.
Le mie motivazioni sono reattive e proattive allo stesso tempo. Nessuno ti chiede mai di spiegare i motivi dell’inazione, ma ti interrogano sempre sui motivi che ti spingono ad agire.
In realtà, alla radice di tutto c’è un atto di violenza. La flottiglia è la reazione ad un’ingiustizia sociale estrema. Vorrei ricordarvi la storia di Ahed al Tamimi, una ragazza palestinese, all’epoca diciassettenne, che [nel 2017] aveva dato uno schiaffo ad un soldato israeliano. La notizia aveva fatto il giro del mondo. Con quel gesto la ragazza aveva reagito alla pulizia etnica nel suo villaggio, in particolare al fatto che i soldati [israeliani] avevano sparato mirando alla testa dei civili che protestavano.
La Global Sumud Flotilla fa parte di un movimento di resistenza, è l’annuncio di un mondo nuovo, uno stimolo e un contributo al tentativo di costruire un mondo migliore in cui saremo tutti liberi e in cui voglio vivere. La flottiglia non è fine a se stessa, né tanto meno è isolata da altri movimenti di liberazione. Rappresenta una specifica scuola di autonomia, un’alleanza di insegnamento e aiuto reciproco, un tentativo di scardinare le ottusità imposte e di collegare teoria, pratica e valori politici. È un processo di espansione dell’immaginazione politica collettiva.
La flottiglia è un’iniziativa che abbraccia la vulnerabilità radicale e la consapevolezza che solo attraverso la solidarietà possiamo raggiungere la sicurezza e la libertà collettive. La partecipazione alla flottiglia non è una questione di altruismo o sacrificio, è l’affermazione di quello che Mark Fisher definisce “desiderio post-capitalista”.
Quali risultati hanno ottenuto le flottiglie precedenti nella costruzione della solidarietà globale con la Palestina, ovvero nella mobilitazione dell’opinione pubblica mondiale contro l’apartheid, contro l’assedio di Gaza e i crimini perpetrati da Israele, crimini che dal 2023 comprendono anche il genocidio?
È un compito ingrato giudicare il successo di un movimento a cui si appartiene, soprattutto se l’iniziativa è ancora in corso. L’impegno civico regala emozioni davvero meravigliose. Allo stesso tempo, ci interroghiamo costantemente su cosa avremmo potuto fare meglio e cosa possiamo fare meglio. Tra i successi concreti della Global Sumud Flotilla 2025 vi è sicuramente il fatto che i lavoratori portuali italiani, dopo l’interruzione delle comunicazioni della flottiglia, avevano mantenuto la promessa, avviando uno sciopero generale e bloccando le strade. L’economia dell’intero paese si era fermata.
Situazioni analoghe si erano verificate in Belgio e, in misura minore, anche in Francia. Certo, è difficile mantenere la continuità. Si tratta di scintille di energia, e la questione è in quale misura questo slancio possa tradursi in processi sostenibili. Allo stesso tempo, ho visto come molti individui abbiano acquisito una nuova consapevolezza riguardo agli orizzonti del possibile, liberandosi da un’impotenza imposta, dalla disperazione, dalla paura, dalla sensazione di essere piccoli e irrilevanti. Questo è un elemento chiave del movimento di solidarietà globale.
Inoltre, grazie alla flottiglia, tantissime persone hanno messo in discussione le proprie idee sulla Palestina e sul genocidio. Non mi riferisco ai partecipanti alla flottiglia, ma ai cittadini di tutto il mondo. Abbiamo informazioni dirette sugli eventi pubblici a cui hanno partecipato i membri della flottiglia. Molte persone non sapevano nemmeno cosa stesse realmente accadendo in Palestina. Se la flottiglia ha contribuito a cambiare il loro modo di pensare, questo è un grande risultato.
Israele gode del sostegno di numerosi paesi, Croazia compresa. Da cittadina croata, lei ha informato le autorità di Zagabria della sua decisione di partecipare alla flottiglia? Come hanno reagito?
Ho informato il ministero degli Esteri della mia intenzione di unirmi alla flottiglia per difendere le libertà fondamentali, il diritto internazionale e i più alti valori sanciti dalla Costituzione della Repubblica di Croazia. Naturalmente, il ministero mi ha consigliato di non partecipare all’iniziativa. Ad ogni modo, sono stati informati e sanno qual è il loro dovere secondo il diritto internazionale.
Allo stesso tempo, alcuni sottolineano che la nostra azione è necessaria proprio perché le autorità non rispettano il diritto internazionale. Da paese membro dell’Unione europea, la Croazia ha un grande potere finanziario. Ad esempio, solo nell’ambito del programma Horizon Europe, ad oggi sono stati destinati ad Israele un miliardo e cento milioni di euro, una parte significativa dei quali viene spesa per lo sviluppo di tecnologie militari, ossia per il genocidio. La Croazia non è favorevole alla sospensione di questo programma e, in questo senso, è complice del genocidio.
La precedente flottiglia è stata attaccata da un drone nel porto tunisino di Sidi Bou Said. Possiamo aspettarci attacchi più gravi questa volta, considerando il conflitto che attualmente coinvolge gran parte del Medio Oriente?
Purtroppo, quello avvenuto nelle acque tunisine non è stato l’unico attacco. Ce n’è stato un altro, molto più grave, in acque internazionali nel bel mezzo del Mediterraneo. Si è trattato di un tentativo di scoraggiare e fermare almeno una parte della flottiglia. Abbiamo una squadra speciale che si occupa dei cosiddetti rischi geopolitici e, sulla base delle sue valutazioni, prenderemo delle decisioni.
Sappiamo bene cosa fa Israele e come lo fa. Non posso prevedere nulla, ma non è da escludere che questa volta si possano verificare attacchi ancora più gravi. Il rischio esiste e il nostro compito è prepararci al meglio. Tuttavia, l’alternativa alla nostra flottiglia, ovvero l’inazione, è più spaventosa di qualsiasi scenario immaginabile.
Durante il viaggio della Global Sumud Flotilla del 2025 la sua nave, responsabile del supporto legale, a differenza delle altre imbarcazioni, non si è avvicinata troppo a Gaza, quindi le forze israeliane non l’hanno attaccata. Questa volta non vi tirerete indietro. Oltre agli attacchi con droni, rischiate di essere arrestati e incarcerati. Israele aveva sequestrato e rinchiuso nel carcere di Ketziot molti membri della precedente flottiglia, e alcuni hanno subito violenza. Lei ha paura?
Provo paura e spero che la provino tutti. La paura è un’emozione molto utile. Ogni marinaio sa di dover essere sempre all’erta, consapevole dell’ambiente che lo circonda e dei pericoli nascosti. Non mi riferisco a quella paura che paralizza e rende passivi, guidando il comportamento umano, né tanto meno penso alla paranoia socialmente indotta. Parlo di una paura che protegge. Esistono diversi tipi di paura. Considerando le esperienze passate, compresi gli attacchi con droni e le torture nelle carceri, è inevitabile che ora proviamo un timore nuovo e specifico.
Lei come si è unita alla flottiglia per Gaza? Ci può dire qualcosa di più sulla sua esperienza come donna di mare e attivista? Quali sono le scene più memorabili a cui ha assistito?
Diversi gruppi di attivisti nel Mediterraneo sono collegati e collaborano strettamente. Solco i mari da quando avevo quindici anni, quindi da ormai ventisei anni, soprattutto l’Adriatico, dove lavoro come istruttrice di vela. Da sette anni mi occupo anche della ricerca e del salvataggio in mare con le navi “Sea Watch” e “Louise Michel”, e con altre due organizzazioni. Ho svolto diversi ruoli, dall’assistenza ai sopravvissuti all’incarico di capo missione, che comprende la responsabilità di coordinare diverse squadre e strategie, passando per la conduzione di una nave di soccorso veloce.
Mentre i droni israeliani ci attaccano nel Mediterraneo, i droni di Frontex ci sorvegliano. Questa agenzia viola pesantemente e in modo sistematico i diritti umani, o meglio il diritto internazionale. Quello che fa Frontex equivale ad uccidere, poiché lascia annegare o riduce in schiavitù persone in pericolo in alto mare.
Ci opponiamo a queste dinamiche esprimendo solidarietà con i sopravvissuti, ma anche combattendo la disinformazione e le narrazioni false e malevole che disumanizzano le persone in fuga da guerre, torture, trattamenti inumani e schiavitù. Dietro a queste narrazioni si cela un intreccio tra colonialismo, capitalismo e razzismo, fenomeni che si alimentano a vicenda da cinquecento anni. Le vittime di questa collusione sono le vite e i sogni di esseri umani resi sacrificabili dalle tecnologie della morte. Gran parte della nostra lotta politica consiste nell’educazione e nell’impegno politico per emancipare l’umanità.
Forse l’episodio più memorabile a cui ho assistito è quello avvenuto il giorno di Natale del 2018 a bordo della “SeaWatch 3”. Si tratta di una nave che si occupa della ricerca di persone disperse in mare, nonostante alcuni stati continuino a negarle l’accesso ai porti, violando così il diritto internazionale. Quel giorno, sul ponte della nave c’erano persone profondamente traumatizzate ma coraggiose che suonavano e cantavano insieme per non perdere la speranza.
Nonostante negli ultimi mesi sia entrato in vigore un cessate il fuoco ufficiale a Gaza, Israele continua a uccidere civili. In questo contesto, la nuova flottiglia è anche uno strumento per mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale su quanto sta accadendo nella Striscia di Gaza e con ogni probabilità non sarà l’ultima iniziativa di questo tipo…
L’ultima volta che ho controllato, oltre cinquecentocinquanta civili sono stati uccisi nei raid aerei dall’inizio del cessate il fuoco. Nel frattempo, il numero delle vittime è ulteriormente aumentato. Le flottiglie non si fermeranno finché non sarà rotto il blocco di Gaza. Come ho accennato prima, questo obiettivo è stato fissato nel 2007, e ora siamo nel 2026.
La Global Sumud Flotilla da sola non può e non pretende di fermare il genocidio. Si tratta di navi civili che trasportano aiuti umanitari, ma la flottiglia è molto di più. La continuità e la consapevolezza sono fondamentali: qualunque cosa facciano le autorità israeliane e quelle di altri paesi, non saranno in grado di fermare la mobilitazione transnazionale per un mondo più giusto.
Quindi, in un momento in cui molti paesi in tutto il mondo partecipano al genocidio o lo approvano tacitamente, i cittadini stanno prendendo l’iniziativa?
Non credo che la responsabilità dei cittadini inizi solo quando lo stato fallisce. Preferisco seguire idee come quelle di Abdullah Öcalan, pensatore del movimento di liberazione curdo. Le sue analisi dimostrano come lo stato riesca a privare le persone della capacità di prendere decisioni etiche e politiche. L’aspetto più preoccupante è che i cittadini sono convinti che sia nel loro interesse che le decisioni che riguardano le loro vite non vengano prese da loro stessi, bensì dallo stato, e che – a differenza della democrazia diretta, considerata impossibile – la guerra intesa come un affare, il genocidio, l’ecocidio e la distruzione della vita sulla Terra siano possibili e normali.
Spero che la nostra flottiglia possa contribuire a riflettere sui concetti di militarizzazione, stato e capitale, ma anche a spingere le persone a considerare, immaginare ed esplorare concretamente le alternative, rendendosi conto che il realismo capitalista è un mito. Mi auguro che la flottiglia stimoli la consapevolezza che le alternative sono ormai in larga misura raggiungibili e che il processo di sperimentazione e di conquista di una libertà collettiva porta grandi soddisfazioni.
Questo non è l’unico mondo possibile, esistono tanti altri universi e ne stanno emergendo di nuovi. Un altro mondo non solo è immaginabile, ma – per parafrasare Arundhati Roy – quando tutto tace, lo si può sentire arrivare.
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