Dom, tornare a Sarajevo alla ricerca dell’infanzia perduta
Il documentario “Dom” di Massimiliano Battistella ricostruisce il ritorno a Sarajevo di Mirela Hodo, che arrivò in Italia nel 1992 durante l’assedio assieme ad altri bambini dell’orfanotrofio “Dom Bjelave” e, come gli altri, non fu più riportata a casa. Un’intervista alla protagonista

Backstage del documentario Dom – Kama Productions
Backstage del documentario Dom © Kama Productions
Come è stato il primo incontro con Massimiliano Battistella, il regista del documentario “Dom” di cui sei protagonista? Quali sono state le emozioni che hai provato quando ti ha detto di volerlo realizzare?
Fin dal primo momento è stato quello che potrei chiamare un “colpo di fulmine”. Cioè mi sono detta “questo ragazzo mi capirà”. Ho capito che solo lui poteva raccontare la mia storia, che era una storia grande, difficile. Mi sono sentita accompagnata ad affrontare questa strada. Fin da subito ho sentito che potevo essere me stessa, per la prima volta dopo trent’anni.
È riuscito a darti la libertà e lo spazio di raccontarti?
Più che darmi lo spazio, nel suo sguardo mi sono vista come la bambina che in tutti questi trent’anni era rimasta nascosta, invisibile. Come se nel suo sguardo avessi trovato uno specchio di me stessa e mi sono vista bambina. Non c’è stato bisogno di comunicare tutto questo a parole, è nato da sé.
Detto questo, ho anche provato paura. Perché sono una persona che non si fida subito, faccio fatica a condividere cose personali, forse proprio per il mio passato difficile. E aver provato questa fiducia nei confronti del regista rispetto a ciò che mi proponeva mi ha un po’ impaurita, ma è stato come un libro aperto, un dono, e mi sono detta “è lui”.
Il documentario “Dom”, di Massimiliano Battistella (Kama Productions, 2025), ricostruisce il ritorno a Sarajevo di Mirela Hodo, rifugiata in Italia nel 1992 durante l’assedio della sua città con altri 66 bambini dell’orfanotrofio “Dom Bjelave”, e mai più riportati in patria, prendendo spunto da un’inchiesta di OBCT.
Dopo la prima nazionale alle Giornate degli Autori, Notti veneziane, in occasione della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e la presentazione al 31° Sarajevo Film Festival e a Dok Leipzig nel 2025, da marzo 2026 è stato proiettato in diverse città italiane. Ora torna il 21 aprile a Sarajevo, al MESS Festival all’interno della sezione Modul Memorije che è tra i sostenitori del documentario stesso.
La fiducia che hai provato è rimasta in tutta la realizzazione del documentario, anche nel tuo difficile ritorno al Bjelave a Sarajevo, l’incontro con i tuoi compagni di orfanotrofio, la ricerca di tua madre biologica?
Ho passato anche delle crisi, di rabbia, di dolore… anche perché durante le riprese ho scoperto di essere nata da un errore. “Tu sei stata l’errore più grande della mia vita”, mi ha detto mia madre biologica in una telefonata, proprio mentre giravamo il documentario. Mi ha sorpreso, nonostante in realtà io mi sia sentita sempre così, sbagliata, un errore. Ricevere da lei la conferma ha significato però confrontarmi con il fatto che io “sono questo”.

Mirela Hodo, nel documentario Dom © Kama Productions
Nel documentario si percepisce quello che dici. Ma grazie alle inquadrature prese all’altezza della bambina quale eri, attraverso “silenziosi” primi piani o accompagnandoti nei tuoi pensieri e nei tuoi passi, direi che emerge al contempo anche un gran rispetto da parte del regista. Non credi?
Con Battistella è stato come un incontro tra due anime, come se lo conoscessi da prima, come avesse sempre fatto parte della mia vita. Mi ha dato la libertà di raccontarmi per ciò che sono, senza filtri. Quando mi ha detto “andiamo insieme per questa strada e prendiamoci per mano”, non ho provato quella paura di poca fiducia nel prossimo che provo fin dall’infanzia.
Mi ha reso possibile vivere questa paura, nel pianto, nelle crisi, nel dolore, nella rabbia, che ho anche sfogato con lui. Ho potuto farlo perché mi ha dato lo spazio per farlo, non l’ho mai vissuto come regista ma come persona, con un’umanità infinita. Nel mondo dello spettacolo è raro trovare persone così sensibili e attente. Massimiliano ha avuto il coraggio di entrare dentro di me e di vivere le mie emozioni. E’ sbagliato pensare che chi non ha avuto il tuo vissuto non possa capire, soprattutto la paura, anche se non la condividi, la capisci.
Immagino che il tuo dolore sia legato all’abbandono di chi ti ha generato, allo sradicamento dal tuo paese nel 1992 durante la guerra e al fatto di non essere stata più riportata a Sarajevo. Mentre la paura dove origina?
Paura di non essere me stessa. Paura di non essere vista. Certo, ho costruito una famiglia in Italia, sono contenta di questo, ma la sensazione di “non essere vista” me la porto dentro da sempre. Una parte di me non c’è più, per cui ho dovuto costruire con l’altro lato della mia anima, che è sopravvissuta al dolore del passato, e riempirla da zero di cose positive per proteggerla dalla parte distrutta. La paura sta in questo, come fossero dei fili che possono intrecciarsi tra loro, e poi spariscono. Per questo forse ho paura dei legami, di affezionarmi alle persone, perché potrebbero scomparire o da cui temo di essere usata.
La paura di essere “usata” da dove nasce?
Come dico nel film, chi non ha avuto la fortuna di andare via, quindi è rimasto a Sarajevo all’orfanotrofio, avrebbe voluto andare via, mentre chi è partito avrebbe voluto restare. Noi bambini, in quanto tali, non abbiamo potuto scegliere, qualcun altro lo ha fatto per noi. E il bambino che non ha nemmeno i genitori, diventa un oggetto… si sente usato, come una scatola che viene riempita e poi usata.
Quel bambino poi cresce, pensando di potersi legare a qualcuno o a qualcosa, in realtà viene spostato continuamente, e non trova più se stesso. Per cui continua a chiedersi “Chi mi vede?”, urla nel silenzio e si chiede “Chi mi sente?”. In passato è stato così per me, mi sentivo un fantasma, dovevo ascoltare gli altri, capire gli altri, essere contenta per forza… ma io non esistevo.
Pensi che questa sensazione di “urlare nel silenzio” sia un vissuto anche degli altri bambini e bambine dell’orfanotrofio di Bjelave? È forse il segno di un’infanzia colpita dalla guerra, sradicata e che non ha avuto voce?
Assolutamente sì, senza dubbio. Lo vedo anche oggi, lo percepisco sia con i miei compagni di orfanotrofio con cui ero partita per l’Italia sia con quelli che erano rimasti, che ho incontrato nuovamente da adulti. Quando penso ai bambini che come me sono stati portati in Italia, ancora oggi da adulta mi chiedo cosa ne è stato dopo, quando non ci è stata data la possibilità di tornare a Sarajevo come promesso. E’ una domanda del passato ma che si ripresenta al presente.
Quando siete stati portati via da Sarajevo, in emergenza a causa della guerra, nessuno sapeva cosa sarebbe poi successo, se sarebbe durata solo “15 giorni” come vi dissero o a lungo. O addirittura se non sareste più tornati, come accaduto… Di tutto questo e di come ti sei sentita, oggi che sei madre ne parli con i tuoi figli?
Ne ho parlato pochissimo. Preferisco che i miei figli vivano la loro vita distinta dalla mia… voglio che si godano la loro infanzia, la bellezza della loro età. Le poche volte che ne abbiamo parlato, su loro richiesta, l’ho fatto con serenità perché comunque sono fiera di ciò che ho avuto, di aver vissuto a Bjelave e anche dell’esperienza avuta in Italia dove conosciuto tante belle persone.
Però, le poche volte che ne abbiamo parlato ho percepito anche che loro non volevano essere coinvolti… hanno capito che la mia storia era molto complessa, dura, e mi hanno chiesto di non parlarne oltre. Per altro, hanno già visto il documentario, e questo è un passo importante, e preferisco che siano loro con i propri tempi a decidere se e quando riaffrontare la mia storia.
Penso non vadano mischiati i due mondi, la mia infanzia e la loro. Non per nascondere, ma per lasciare tempo al tempo.

Documentario Dom, durante le riprese © Kama Productions
A proposito di “tempo”. Oggi, a documentario che da mesi sta girando nelle sale, l’esperienza di aver reso pubblica una storia così intima cosa ti ha lasciato?
Mi risento un po’ in bilico, perché ho riaperto tutto da capo per narrarmi nel documentario. Mentre prima ero solo una madre che si prende cura dei figli e gestisce la normale quotidianità, durante la lavorazione ho riaperto delle ferite e scoperto delle verità che un po’ mi hanno sconvolta. Diverso scoprirle da ragazzina, un conto da madre quale sono oggi. Al contempo, in positivo, questa esperienza mi ha portato a pensare che se ce l’ho fatta io, ad affrontare e superare tutto, possono farcela anche altri.
Alla fine, non è questione di coraggio o forza, importante è saper amare ciò che sei. Solo così puoi trovare te stesso e trovare pace con gli altri, nell’imperfezione. L’imperfezione è la bellezza più grande che possa esistere, in questa vita…
Tag: I bambini di Bjelave









