Montenegro: il Tara di nuovo in pericolo
La Serbia e la Republika Srpska hanno rilanciato l’idea di una grande centrale idroelettrica sul fiume Drina, sostenendo che il progetto – abbandonato da Podgorica più di vent’anni fa – non avrà impatti negativi sul canyon del fiume Tara, protetto dall’UNESCO. Esperti ed attivisti per l’ambiente non ne sono però convinti

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Fiume Tara © Elizaveta Galitckaia/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da CIN-CG)
Il progetto della centrale idroelettrica di Buk-Bijela, che dovrebbe essere realizzato sul fiume Drina dalla Republika Srpska e dalla Serbia, potrebbe comportare conseguenze di vasta portata per la flora e la fauna, la popolazione locale, il clima e il turismo in Montenegro. Gli esperti mettono in guardia sul fatto che la gola del fiume Tara, e l’intero parco nazionale del Durmitor, rischiano di perdere lo status di patrimonio dell’umanità riconosciuto dall’UNESCO.
Le aziende elettriche di Serbia e Republika Srpska affermano invece che non ci sarà alcun impatto ambientale transfrontaliero. In Montenegro, che ha abbandonato il progetto ventidue anni fa adottando la Dichiarazione sulla difesa del Tara, le istituzioni al momento non hanno una risposta adeguata alle potenziali minacce. Anzi, alcuni partiti della compagine di governo e funzionari locali, come anche la direzione dell’Azienda elettrica del Montenegro (EPCG) continuano a sostenere il progetto idroelettrico.
All’inizio di quest’anno, il ministero della Pianificazione Territoriale, dell’Edilizia e dell’Ambiente della Republika Srpska ha informato i colleghi montenegrini del processo – tuttora in corso – di elaborazione di un nuovo studio di impatto ambientale per il progetto di costruzione della centrale idroelettrica di Buk Bijela. Ad effettuare la valutazione è un consorzio composto dall’azienda ViZ zaštita di Banja Luka, dall’Energoprojekt Hidro inženjering di Belgrado, dall’Istituto per la gestione delle risorse idriche di Bijeljina e dalla compagnia ECO Energy Consulting di Podgorica.
Uno dei contributi allo studio riguarda l’impatto transfrontaliero della centrale idroelettrica di Buk-Bijela sul Montenegro. Nella sintesi del documento, si sottolinea che la costruzione della centrale idroelettrica “non avrà alcun impatto negativo significativo sull’ambiente delle aree transfrontaliere, cioè sul territorio del Montenegro. Le eventuali ripercussioni equivarrebbero grosso modo a quelle della centrale idroelettrica sul fiume Piva”.
A prescindere dalle stime che parlano del cosiddetto impatto zero, le convenzioni internazionali prevedono l’obbligo di consultazione con i paesi limitrofi e un monitoraggio regolare. Nel documento di cui sopra, le autorità montenegrine vengono criticate per non aver collaborato durante l’elaborazione dello studio di impatto ambientale, nello specifico del capitolo relativo alle conseguenze transfrontaliere. Si sottolinea che tali attività “non sono state seguite in modo adeguato dal Montenegro, pur trattandosi di una procedura avviata dal Montenegro stesso”.
Tentativi di mettere a tacere la società civile
Dopo aver ricevuto lo studio dai colleghi della Republika Srpska, il ministero dell’Ambiente e della Pianificazione Territoriale e Urbanistica del Montenegro ha organizzato una consultazione pubblica lo scorso 17 marzo a Plužine, nel nord del paese. Il dibattito sulla valutazione dell’impatto ambientale transfrontaliero del progetto Buk-Bijela è stato molto acceso. Dopo tre ore di discussione, i rappresentanti della società civile hanno abbandonato l’incontro.
“La consultazione pubblica è stata formalmente aperta dai rappresentanti del ministero dell’Ambiente del Montenegro con alcune brevi dichiarazioni. A moderare l’incontro sono stati i rappresentanti degli investitori e delle istituzioni della Republika Srpska e della Serbia che sostengono il progetto e che hanno completamente dominato il dibattito”, spiega Nataša Kovačević, coordinatrice dell’ong Bankwatch.
“Hanno controllato l’andamento della discussione, approvando tacitamente l’atmosfera che ha sminuito e limitato le voci critiche delle ong e dei cittadini presenti”, denuncia Kovačević. “Non hanno reagito ai commenti sarcastici e inappropriati degli autori dello studio, che avrebbero dovuto fornire ai cittadini risposte autorevoli”.
Il biologo Vuk Iković ha avuto la stessa impressione. “Il dibattito si è di fatto trasformato in una promozione della costruzione di dighe sulla Drina e sui suoi affluenti, dove i rappresentanti del settore energetico di Montenegro, Bosnia Erzegovina e Serbia si sono congratulati a vicenda e hanno elogiato i politici”.
“Il Tara e la Piva sono fiumi montenegrini che confluiscono nella Drina, quindi una diga sulla Drina, prevista ad una decina di chilometri dal nostro confine, secondo il diritto internazionale dovrebbe portarci benefici, non danni”, sottolinea Iković. “Tuttavia, i rappresentanti del ministero dell’Energia e del ministero dell’Ambiente del Montenegro non hanno nemmeno sollevato questa questione durante la consultazione pubblica. A dominare il dibattito sono stati gli investitori. Anche dopo tre ore di discussione, non abbiamo ricevuto risposte concrete dalle autorità montenegrine”.
“Le istituzioni montenegrine tacciono mentre il paese rischia di perdere parte del proprio territorio. Non si tratta più di ignoranza, ma di irresponsabilità e di agire per gli interessi altrui. Qui sorge spontanea una domanda: chi e sotto quali condizioni ha ordinato alla dirigenza dell’EPCG di tacere a danno del Montenegro e a favore degli interessi di altri?”, chiede polemicamente Iković.
Interpellate dal Centro per il giornalismo investigativo del Montenegro (CIN-CG), le istituzioni montenegrine non hanno voluto commentare la vicenda, definendo l’intervento delle ong una messinscena e accusando gli attivisti di non aver avuto la pazienza di attendere le risposte alle domande. Al momento della pubblicazione di questo articolo, il ministero dell’Ambiente non ha risposto alle domande dei giornalisti, giustificandosi con la scusa della mancanza di tempo per via degli impegni legati ai negoziati di adesione all’UE.
Tra i presenti al dibattito pubblico c’erano anche Dušan Živković, direttore dell’Azienda elettrica della Serbia, e Danilo Mrdak, professore dell’Università del Montenegro e uno degli autori dello studio di impatto ambientale. Entrambi hanno affermato che il progetto non avrà alcun impatto negativo sul Montenegro.
È intervenuto anche Slobodan Delić, sindaco di Plužine, affermando che è ora di iniziare a considerare i progetti come traguardi da realizzare, anziché scartarli a priori. Per Miro Vračar, direttore finanziario dell’EPCG, progetti come la centrale idroelettrica di Buk-Bijela dovrebbero essere sostenuti con determinazione e con un approccio serio in modo da superare tutte le questioni spinose.
“Riteniamo che prendere una decisione sulla base di un dibattito condotto in questo modo costituirebbe una violazione delle procedure previste. Tale decisione non sarebbe quindi giuridicamente valida e potrebbe comportare gravi conseguenze a lungo termine per la tutela dell’ambiente e per la credibilità internazionale del progetto”, si legge in una nota di protesta relativa alla consultazione pubblica organizzata a Plužine.
La nota, inviata al ministero dell’Ambiente lo scorso 24 marzo, è stata firmata da Nataša Kovačević, Vuk Iković, Veselin Bajčeta del Centro per le innovazioni e Jelena Popović dell’Associazione degli ecologi del Montenegro.
La consultazione pubblica in BiH
Alla fine di febbraio, a Foča, in Bosnia Erzegovina, si è tenuta una consultazione pubblica sulla bozza dello studio di impatto ambientale del progetto della centrale idroelettrica di Buk Bijela. “Durante il dibattito pubblico non si è fatto alcun cenno ai possibili impatti negativi sul Montenegro”, afferma l’ambientalista Jelena Ivanić del Centro per l’ambiente di Banja Luka.
“Il progetto è stato sospeso diverse volte in passato proprio per via delle preoccupazioni relative al canyon del fiume Tara. Il nuovo studio di impatto non fornisce dati sufficienti sugli impatti transfrontalieri e si basa su ipotesi”, spiega Ivanić. “Si sostiene, ad esempio, che il progetto non possa mettere a rischio la popolazione del salmone del Danubio presente nel fiume Tara. Le conseguenze transfrontaliere non sono state studiate in modo approfondito e con ogni probabilità sono sottostimate”.
La consultazione pubblica a Foča, a cui hanno partecipato numerosi cittadini, esperti ed attivisti, ha messo in luce le divergenze tra i sostenitori e gli oppositori del progetto. Dopo l’incontro si sono riaccese le polemiche sul progetto Buk-Bijela in Bosnia Erzegovina.
“Le principali critiche riguardano l’impatto cumulativo che non è stato valutato in modo adeguato. Il progetto in realtà prevede un sistema più ampio che comprende tre grandi centrali idroelettriche sul fiume Drina (Buk-Bijela, Foča e Paunci), undici centrali idroelettriche più piccole sugli affluenti Sutjeska, Hrčavka, Klobučarica e Jabušnica, nonché ulteriori sedici interventi sui letti dei fiumi con l’obiettivo di prevenire la deposizione di sedimenti nel bacino artificiale lungo circa trenta chilometri”, spiega Jelena Ivanić.
“Lo studio non mostra la reale portata degli interventi e ignora gli effetti cumulativi che potrebbero modificare in modo significativo l’intero sistema fluviale”, sottolinea l’ambientalista. “A ciò si aggiungono gli effetti ambientali come la frammentazione del flusso del fiume, l’interruzione delle rotte migratorie dei pesci e la messa in pericolo dell’habitat del salmone del Danubio, protetto a livello internazionale. Anche le misure di tutela proposte, come i corridoi per i pesci e il ripopolamento, che spesso si rivelano molto inefficaci, sono problematiche sotto vari aspetti”.
D’altra parte, gli investitori insistono sui potenziali benefici energetici e di sviluppo del progetto, tra cui una produzione stabile di energia elettrica e la creazione di nuovi posti di lavoro.
Il nuovo studio di impatto ambientale ha risollevato le polemiche sulla costruzione della centrale idroelettrica di Buk-Bijela, sospesa nel maggio 2021 a causa degli scontri tra i paesi interessati dal progetto, ma anche per via dei litigi interni alla Bosnia Erzegovina. Le due entità costitutive del paese – la Federazione BiH e la Republika Srpska – non hanno ancora risolto la disputa relativa al progetto.
Nel 2012, la Corte Costituzionale della Bosnia Erzegovina ha stabilito che la Republika Srpska non può disporre autonomamente del fiume Drina, che riveste un’importanza internazionale. In attesa della risoluzione della controversia tra le due entità, ad oggi sono stati investiti oltre venti milioni di euro in lavori preparatori, alloggi per gli operai e strade di accesso.
“Il progetto della centrale idroelettrica di Buk-Bijela è attualmente nella fase di una nuova valutazione di impatto ambientale, ma permangono questioni irrisolte”, spiega Jelena Ivanić. “Il punto fondamentale riguarda le controversie sul rilascio della concessione, controversie che le istituzioni competenti evitano di affrontare”.
L’ambientalista spiega che i potenziali appaltatori, comprese alcune aziende cinesi, esprimono preoccupazione per la situazione legale ancora irrisolta. “Nonostante il progetto sia formalmente in fase di approvazione, la sua realizzazione è incerta e dipende dalla risoluzione della controversia legale”, conclude Ivanić.
Che cosa prevede il progetto?
La costruzione della centrale idroelettrica di Buk-Bijela è un progetto congiunto tra la Serbia e la Republika Srpska per un valore complessivo di oltre duecento milioni di euro. Dovrebbe essere finanziato dalle aziende elettrica pubbliche di Serbia e Republika Srpska. È stata creata anche una società congiunta, Hidroelektroenergetski sistem Gornja Drina, e la posa della prima pietra è avvenuta nel 2021.
L’ingegnere elettrico Milan Niković spiega che la centrale idroelettrica di Buk-Bijela fa parte di un progetto più ampio per lo sfruttamento del potenziale idroelettrico del fiume Drina e del suo affluente Sutjeska, più precisamente il progetto idroelettrico Gornja Drina, che comprende tre centrali più piccole (Foča da 44 MW, Paunci da 43 MW e Sutjeska da 44 MW), con una capacità totale di 224 MW, una produzione annua di energia elettrica di 871 GWh e costi totali di 390 milioni di euro.
“La costruzione della centrale idroelettrica di Buk-Bijela e di altre due centrali idroelettriche previste, nell’ambito del progetto che riguarda il corso superiore della Drina, trasformerebbe quel tratto del fiume in un lago lungo quasi trenta chilometri”, afferma Niković. “Il bacino artificiale della centrale idroelettrica di Buk Bijela dovrebbe essere lungo circa 11,5 chilometri, con quasi sedici milioni di metri cubi d’acqua, una lunghezza totale della diga di 187 metri e un’altezza massima di 57 metri”.
“Il progetto della centrale idroelettrica – sottolinea l’ingegnere elettrico – non contribuisce in alcun modo al sistema energetico del Montenegro, considerando che la centrale prevista sarebbe parte integrante del sistema energetico di un altro paese”.
Nel luglio 2017, il governo della Republika Srpska e la China National Aero-Technology International Engineering Corporation (AVIC-ENG) avevano firmato un memorandum di cooperazione per la costruzione della centrale idroelettrica di Buk-Bijela sul fiume Drina. Sette anni dopo, durante la campagna elettorale per le elezioni del 2024, l’allora presidente della Srpska, Milorad Dodik, ha annunciato che le risorse finanziarie necessarie per il progetto sono state garantite da banche e investitori cinesi.
“Quanto al potenziale impatto del progetto della centrale idroelettrica di Buk-Bijela sul Montenegro, le opinioni sono divergenti. Esistono due prospettive contrastanti: stando alle stime ufficiali e agli investitori, non ci saranno impatti negativi, mentre alcuni esperti e organizzazioni ambientaliste parlano di rischi seri per l’ambiente”, spiega l’ingegnere Niković.
Dati poco chiari
“Il progetto della centrale idroelettrica di Buk-Bijela sul fiume Drina è tornato in auge, ma il modo in cui il progetto viene presentato oggi solleva numerosi interrogativi”, sottolinea l’idrologo Slavko Hrvačević. “Particolarmente preoccupante è il fatto che i parametri tecnici fondamentali, che determinano il potenziale impatto sul territorio del Montenegro, non vengano valutati in modo chiaro, preciso e trasparente”.
L’idea di costruire un grande bacino idrico destinato a sommergere un lungo tratto del canyon del fiume Tara in Montenegro, oltre ad un tratto del fiume Piva, risale ai tempi della Jugoslavia. Nel 2004, il governo di Podgorica, guidato da Milo Đukanović, aveva raggiunto un accordo con la Republika Srpska per la costruzione della centrale idroelettrica di Buk-Bijela.
Il progetto prevedeva un’alta diga il cui bacino idrico si sarebbe esteso fino alla confluenza dei fiumi Tara e Piva in territorio montenegrino. L’accordo aveva suscitato proteste di oltre trenta organizzazioni non governative, che nel giugno del 2004 erano scese in piazza con lo slogan “Neću baru, hoću Taru!” [Non voglio uno stagno, voglio il Tara!]. Nel dicembre dello stesso anno, sulla scorta della protesta popolare, il parlamento di Podgorica aveva adottato la Dichiarazione sulla difesa del fiume Tara, che vieta in modo permanente qualsiasi intervento nel canyon di quel fiume.
L’élite politica non ha però mai veramente rinunciato al progetto. Nel marzo 2024 il Montenegro ha ricevuto un invito da Milorad Dodik a partecipare alla costruzione della centrale idroelettrica di Buk-Bijela a nuove condizioni. Il nuovo progetto prevedeva una diga di altezza inferiore a quella originariamente prevista. In questo modo, secondo i promotori del progetto, il bacino idrico non sarebbe entrato nel territorio del Montenegro e non avrebbe avuto alcun impatto sull’area protetta del fiume Tara. Tuttavia, Saša Mujović, l’allora ministro dell’Energia montenegrino, è rimasto fermo nella sua posizione, affermando che il governo di Podgorica non avrebbe partecipato alla costruzione della centrale idroelettrica di Buk-Bijela.
Secondo il progetto degli anni Settanta, la centrale idroelettrica di Buk Bijela prevedeva una diga con un’altezza di 500 metri sul livello del mare, una potenza installata di circa 450 MW e una produzione annua stimata di circa 1068 GWh. L’idrologo Slavko Hrvačević spiega che il nuovo progetto è di dimensioni molto più ridotte, con un’altezza di 434 metri sul livello del mare, una potenza installata di circa 118 MW e una produzione di circa 354 GWh.
“L’altezza prevista del pendio normale è di 434 metri sul livello del mare, mentre l’altitudine del terreno al confine tra Montenegro e Bosnia Erzegovina è di circa 432,37 metri sul livello del mare”, precisa Hrvačević. “Inoltre, questo valore non rappresenta l’altezza calcolata dal fondo del fiume, ma è determinato al punto di contatto tra acqua e terreno in condizioni di portata sconosciute, il che significa che l’altezza effettiva potrebbe essere inferiore”.
L’idrologo spiega che il livello previsto del bacino idrico è superiore al livello di alcuni tratti del terreno in Montenegro. Inoltre, non si conosce la quota minima del fondo del bacino al confine.
“Questi dati dovrebbero rappresentare il parametro di input fondamentale per qualsiasi modellazione idraulica, quindi senza di essi non è possibile determinare in modo affidabile l’estensione del bacino idrico ed escludere qualsiasi impatto transfrontaliero. Eppure, c’è chi sostiene che il progetto non possa in alcun modo influenzare il territorio del Montenegro. Questo atteggiamento è inaccettabile”, sottolinea Hrvačević.
L’idrologo critica le valutazioni ufficiali del nuovo studio di impatto ambientale, secondo cui gli impatti transfrontalieri non sarebbero quantificabili. Le considerazioni sul regime idrico invariato non si basano su dati affidabili e mancano calcoli idraulici fondamentali. Inoltre, viene ignorato l’effetto previsto del rallentamento del flusso, che inevitabilmente porta alla deposizione di sedimenti alla confluenza dei fiumi Tara e Piva, un fenomeno che può modificare la morfologia del letto dei due fiumi e il regime idrico a lungo termine.
“Le stime preliminari indicano che il bacino artificiale potrebbe coprire circa 1,5 km del corso del fiume Tara e 500-600 metri del fiume Piva, ma non esistono modelli dettagliati, si tratta quindi di valori indicativi. Date queste premesse, insistere sulla realizzazione del progetto senza ulteriori ricerche e senza il pieno coinvolgimento del Montenegro rappresenta un grave rischio professionale e istituzionale”, denuncia Hrvačević. “In definitiva, senza quote altimetriche precise e analisi idrauliche affidabili, l’ipotesi di ‘impatto zero’ non può essere basata su criteri professionali”, conclude Hrvačević.
La dimensione internazionale
Dopo che la Bosnia Erzegovina aveva rilanciato il progetto della centrale idroelettrica di Buk-Bijela nel 2012 senza informarne il Montenegro, nel 2013 Podgorica ha contattato il paese vicino, avviando consultazioni dirette e un dibattito pubblico in Montenegro, creando anche un’apposita commissione nazionale.
Dopo uno stallo durato tre anni, nel 2017 la Bosnia Erzegovina ha rilanciato il progetto senza però effettuare un nuovo studio di impatto ambientale. Successivamente, nella sua denuncia alla Commissione per l’attuazione della Convenzione di Espoo sulla valutazione dell’impatto ambientale in un contesto transfrontaliero, Podgorica ha spiegato che la Bosnia Erzegovina non aveva fornito al Montenegro le informazioni pertinenti né lo aveva informato delle attività pianificate, negando così al paese vicino l’opportunità di partecipare alla relativa valutazione di impatto ambientale.
Nella denuncia è stato inoltre sottolineato che la Bosnia Erzegovina non aveva rispettato il Protocollo evitando consultazioni transfrontaliere in merito alla pianificazione del sistema idroelettrico del corso superiore della Drina (compresa la scelta di un partner strategico).
Podgorica ha citato numerosi potenziali effetti dannosi del progetto per il territorio montenegrino, dalla penetrazione del bacino idrico durante i normali e massimi livelli di elevazione, alla variazione della temperatura dell’acqua e della concentrazione di ossigeno, passando per l’impossibilità per i pesci del fiume Tara di raggiungere i loro luoghi di riproduzione e la riduzione degli stock ittici, compreso quello del salmone del Danubio, specie a rischio di estinzione. In particolare, è stato sottolineato che il fiume Tara, nella zona del canyon, a causa di un sistema fluviale molto turbolento e di un numero limitato di affluenti accessibili, può fornire un habitat molto scarso per la riproduzione di alcune delle specie ittiche più importanti.
Nella sua decisione del dicembre 2023, la Commissione per l’attuazione della Convenzione di Espoo ha rilevato numerose omissioni commesse dalla Bosnia Erzegovina durante l’elaborazione del progetto a scapito del Montenegro. La Commissione ha invitato la Bosnia Erzegovina, più precisamente la Republika Srpska, ad effettuare una nuova valutazione di impatto ambientale, con un capitolo dedicato all’impatto transfrontaliero.
Inoltre, durante una riunione del Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO del 2023, è stata adottata una decisione che obbliga la Bosnia Erzegovina a valutare il potenziale impatto del progetto Buk Bijela sugli elevati valori naturalistici del Durmitor e del fiume Tara.
“L’UNESCO non ha commentato il nuovo studio di impatto ambientale, ma nel 2025 ha ribadito la sua richiesta che lo studio venisse realizzato in conformità con le linee guida e il manuale per la valutazione di impatto nel contesto del Patrimonio Mondiale, garantendo che tutti i potenziali impatti sui siti di eccezionale valore universale fossero valutati in modo approfondito e sottoposti al Centro del Patrimonio Mondiale per una revisione prima di prendere decisioni irreversibili”, afferma Pippa Gallop, esperta di energia nel sud est Europa dell’ong Bankwatch.
Gallop precisa che l’UNESCO, come anche la Direttiva UE sulla Convenzione di Espoo, sottolinea l’importanza di una consultazione aperta con il pubblico. “Durante le consultazioni pubbliche a Plužine e Foča, gli autori dello studio hanno ostacolato qualsiasi seria discussione sull’impatto del progetto, rivolgendo commenti inappropriati e persino minacciosi a chi ha osato criticare lo studio”, sottolinea Gallop. “Questo è assolutamente inaccettabile e significa che il processo non è stato condotto in conformità con gli standard dell’UNESCO e con la Direttiva UE sulla valutazione dell’impatto ambientale”.
Nataša Kovačević del Bankwatch Network spiega che esiste un rischio concreto per lo status UNESCO del Parco Nazionale del Durmitor, inserito nella lista del patrimonio mondiale. Il Comitato UNESCO ha espressamente ordinato alla Bosnia Erzegovina di effettuare uno studio di impatto ambientale approfondito e aggiornato, con particolare attenzione dedicata al parco nazionale del Durmitor e al fiume Tara, con l’obbligo di una stretta consultazione con il Montenegro. “Il Comitato ha messo in guardia sul fatto che il progetto Buk Bijela, insieme alle centrali idroelettriche di Foča e Paunci, rischia di compromettere gli elevati valori naturalistici di queste aree e la continuità dell’ecosistema fluviale”, sottolinea Kovačević.
Critiche
Le organizzazioni non governative concordano sul fatto che la nuova documentazione sulla centrale idroelettrica di Buk-Bijela, come quella precedente, non sia stata redatta nel formato standardizzato dell’UNESCO, che richiede una valutazione dettagliata e strutturata secondo le linee guida del Patrimonio Mondiale. L’impatto sul patrimonio dell’umanità è stato menzionato solo en passant, senza rispettare la metodologia completa richiesta dal Comitato UNESCO.
“Approvando questo approccio, il Montenegro non tutela a sufficienza i propri interessi. Podgorica ha il diritto e il dovere di insistere sulla necessità di realizzare uno studio di impatto ambientale completo e in conformità con gli standard internazionali. Tuttavia, le istituzioni montenegrine non stanno reagendo con sufficiente decisione”, denuncia Nataša Kovačević.
“Un ulteriore motivo di preoccupazione è l’idea, espressa durante la consultazione pubblica a Plužine, secondo cui il fiume Tara rappresenterebbe solo una parte di una riserva della biosfera e che, pertanto, non sarebbe necessaria un’ulteriore valutazione. Questa interpretazione denota una scarsa comprensione della portata e dell’importanza delle aree protette UNESCO, nonché una valutazione insufficiente dei potenziali impatti del progetto sulla integrità ecologica e funzionale delle riserve naturali”, sottolinea Jelena Popović dell’Associazione degli ecologi del Montenegro.
Popović mette in guardia sul fatto che il nuovo studio di impatto ambientale non soddisfa gli standard internazionali ed europei, e quindi non può costituire la base per prendere una decisione informata sul progetto.
“Se la centrale idroelettrica di Buk-Bijela venisse costruita sulla Drina, il Montenegro perderebbe parte del suo territorio, parte dei fiumi Tara e Piva, e le famiglie che si dedicano ad attività come rafting e turismo rurale lungo il Tara e la Drina rimarrebbero senza mezzi di sostentamento”, sottolinea il biologo Vuk Iković, soffermandosi anche sulla questione dell’incompletezza dei dati. Secondo alcune stime, il Montenegro potrebbe perdere 700 metri del fiume Tara, secondo altre 1.500 metri, ma c’è chi parla di rischi ancora maggiori.
“Naturalmente, l’impatto negativo maggiore sarebbe la scomparsa dei fiumi e della loro fauna. Una diga non è un semplice muro, è una barriera che compromette la vita nel fiume. Costruire una barriera significa interrompere per sempre le migrazioni dei pesci”, avverte Iković. “Non dobbiamo dimenticare che l’habitat più importante del salmone del Danubio è proprio il corso superiore della Drina con i suoi affluenti Tara, Sutjeska e Ćehotina, che rappresentano il 30% degli habitat di questa specie a livello mondiale”.
Il biologo ricorda che Podgorica ha ricevuto un compenso per la produzione di energia elettrica nel lago artificiale di Bileća, in Bosnia Erzegovina, parzialmente riempito con acqua proveniente dal Montenegro. Questa tassa è stata corrisposta fino alla dissoluzione della Jugoslavia e, decenni dopo, nel 2024, è stato raggiunto un accordo per ripristinare l’imposta. “Anche i potenziali benefici della centrale idroelettrica di Buk-Bijela per il Montenegro dovrebbero essere discussi. Tuttavia, non abbiamo nemmeno toccato questo punto durante la recente consultazione pubblica perché i rappresentanti degli investitori, invece di fornirci spiegazioni, ci hanno accusato di aver orchestrato una messinscena”, conclude Iković.









