Politica di coesione, i rischi per la società civile
Flessibilità e semplificazione nella proposta del nuovo bilancio dell’UE 2028-2034 potrebbero facilmente portare a “deregolamentazione anche nell’ambito dei fondi europei”. Una rivoluzione che potrebbe escludere la società civile. Intervista a Chiara Catelli, advocacy officer presso PICUM

Bandiera UE © Parlamento UE
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Mentre procedono le discussioni politiche e i negoziati istituzionali sul prossimo budget dell’Unione europea – il Quadro finanziario pluriennale (QFP) 2028-2034 – anche la società civile si interroga su quali potrebbero essere le conseguenze e i rischi di una possibile rivoluzione nella gestione e allocazione dei fondi europei.
Ancora una volta, inevitabilmente, la questione ruota attorno ai Piani di partenariato nazionali e regionali che, secondo la proposta della Commissione europea, dovrebbero accorpare i fondi della politica di coesione con molti altri, dall’agricoltura alla pesca, fino a migrazione, gestione delle frontiere e sicurezza interna.
Ma i rischi sono soprattutto legati alle modifiche di un impianto ben rodato e basato su obiettivi da raggiungere, quote minime di fondi da destinare a politiche specifiche e coinvolgimento attivo di enti locali e organizzazioni di monitoraggio lungo l’intero processo dei fondi.
“Da quando è entrata in carica, questa Commissione ha deregolamentato molte politiche e ora, a nostro avviso, sta facendo lo stesso con i fondi”, avverte Chiara Catelli, advocacy officer presso PICUM, una rete europea di organizzazioni che si occupano dei diritti delle persone migranti prive di documenti, in un’intervista per OBCT.
Come cambierà il bilancio dell’UE con la proposta della Commissione?
Il punto principale da sottolineare è che il nuovo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034 introduce un’architettura di finanziamento completamente diversa rispetto al passato. Mi riferisco in particolare ai fondi di coesione.
Stiamo passando a un nuovo modello che offre agli Stati membri maggiore libertà e un ampio margine di manovra nell’utilizzo del bilancio europeo in base ai propri interessi.
La Commissione voleva aumentare la flessibilità e semplificare i fondi, un obiettivo comprensibile se si considerano gli eventi degli ultimi anni, dalla crisi causata dal Covid-19 alla guerra in Ucraina.
Ma alla fine si è deciso di seguire una strada di deregolamentazione anche nell’ambito dei fondi europei.
In che modo?
Se esaminiamo i regolamenti che disciplinano i fondi di coesione – ma anche l’agricoltura, la migrazione e altri settori – troviamo testi brevi che contengono poche indicazioni e lasciano quindi un ampio margine di manovra.
Il nuovo sistema richiederà agli Stati membri di elaborare piani nazionali, che includeranno capitoli su diversi argomenti e settori.
Tutti i programmi che esistevano in precedenza a livello nazionale e, soprattutto, regionale e locale – particolarmente importanti per i fondi di coesione – scompariranno e saranno sostituiti da un unico programma per ciascuno Stato membro.
Sono pochi i dettagli se si analizza ciò che il nuovo regolamento prevede per i Piani di partenariato nazionali e regionali. Secondo questa proposta, l’Unione europea fornirà solo un quadro generale, con obiettivi ampi e specifici, e nulla più.
Come confronto, il regolamento AMIF [Fondo Asilo, migrazione e integrazione, ndr] forniva un elenco di misure che gli Stati membri potevano utilizzare per accedere ai fondi. Non era esaustivo, ma forniva un quadro entro cui si poteva operare. Ora questo elenco non esisterà più.
Le uniche disposizioni un po’ più precise sono contenute nel regolamento Performance Framework [il quadro di riferimento per la valutazione delle prestazioni, ndr], che mira a semplificare il sistema di rendicontazione. In questo caso è un po’ più chiaro ciò che la Commissione europea si aspetta in termini di utilizzo dei fondi.
Tuttavia, nutriamo molti dubbi sul modo in cui si sta tentando di affrontare quello che è sempre stato un problema importante per tutti i fondi europei.
Si va quindi verso una centralizzazione dei fondi?
Sì. Un’altra grande differenza rispetto al passato è che le autorità di gestione saranno i governi nazionali, che decideranno poi se trasferire i fondi alle regioni. Si tratta di un cambiamento procedurale. Finora le regioni negoziavano i programmi direttamente con la Commissione, ora ci sarà un passo in più.
Questo cambiamento è stato fortemente criticato anche dal relatore del Partito popolare europeo in Parlamento. Ci saranno importanti battaglie politiche su questo punto, considerato quanto è stato contestato da più parti sociali, politiche e istituzionali.
Qual è il rischio per enti locali e organizzazioni della società civile?
Il rischio è che vengano esclusi, soprattutto nei Paesi in cui possono esserci divergenze politiche tra il livello locale e il governo centrale.
Abbandonare la tradizione consolidata, in particolare nei fondi di coesione, di coinvolgere tutte le parti direttamente interessate potrebbe essere molto problematico.
Secondo la legislazione vigente, la società civile e gli organismi per i diritti fondamentali devono essere consultati in fase di elaborazione dei programmi e poi inclusi nei comitati di monitoraggio per supervisionarne l’attuazione.
Ci chiediamo come sarà possibile mantenere questo aspetto e quanto sarà facile escludere questi organismi dall’intero processo.
Nella proposta della Commissione è previsto almeno un comitato di monitoraggio per ciascuno dei 27 piani nazionali, che copriranno tutti i capitoli contenuti. Si tratta di una soluzione che rischia di allentare la supervisione dei fondi da parte di organizzazioni competenti, dal momento in cui solo quelle più grandi e strutturate saranno in grado di partecipare.
Tuttavia, il coinvolgimento degli enti di monitoraggio non è fine a se stesso, ma è essenziale per l’efficacia dei fondi. Queste organizzazioni sono le più vicine alle popolazioni vulnerabili ed emarginate, o esse stesse possono richiedere finanziamenti. Coinvolgerle nel processo è un modo per garantire che le priorità riflettano ciò che accade sul campo.
Cosa succederà al Fondo Sociale Europeo+?
Il regolamento per il Fondo sociale europeo+ è stato aggiunto all’ultimo dalla Commissione sotto pressione del gruppo dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici. Nei fatti costituirà uno dei capitoli dei Piani di partenariato nazionali e regionali.
Il rischio però è che il Fondo sociale europeo+ non diventi altro che una scatola vuota, considerato il fatto che non ci sono né un budget dedicato né priorità chiare. I fondi saranno incanalati tramite i piani nazionali secondo obiettivi predefiniti ma molto meno stringenti che in passato.
Per questo abbiamo firmato una lettera congiunta insieme a oltre 350 organizzazioni nel sociale in tutta Europa per chiedere un Fondo sociale veramente separato e con obiettivi chiari.
Per esempio, uno degli obiettivi principali del pilastro europeo dei diritti sociali è quello di ridurre di 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale entro il 2030, in particolare 5 milioni di bambini. La revisione in corso ha dimostrato che questo obiettivo è tra quelli non ancora raggiunti e richiede ancora uno sforzo considerevole.
A livello di dichiarazione politica, l’obiettivo rimane, ma ciò che è scomparso – e questo, a nostro avviso, è un altro grave problema del nuovo bilancio – sono gli obblighi di destinazione, cioè l’obbligo per i programmi nazionali di destinare una certa percentuale a obiettivi specifici.
Questo cosa potrebbe implicare?
Un esempio è quello della Child Guarantee [il sistema europeo di garanzia per i bambini vulnerabili, ndr], dove l’obbligo era del 5% per i Paesi al di sopra della media europea.
Nella proposta del nuovo quadro finanziario, invece, le soglie minime sono scomparse. Lo stesso è accaduto per quanto riguarda il finanziamento minimo destinato a contrastare la privazione materiale tra le persone più svantaggiate.
Si tratta di un problema importante perché, quando esiste un obbligo minimo, gli Stati tendono a impegnare risorse. Quando questo obbligo non esiste, spesso non lo fanno.
L’unico vincolo di spesa rimasto nel nuovo bilancio in ambito sociale riguarda la destinazione vincolata dei fondi per le politiche sociali. I piani nazionali dovranno dedicare almeno il 14% agli obiettivi sociali, escluse le politiche agricole. Fino a oggi il requisito era del 25% per l’inclusione sociale solo nell’ambito del Fondo sociale europeo+.
A prima vista questo vincolo di spesa del 14% potrebbe sembrare positivo.
Ma se si comparano le attività che gli Stati membri potranno includere nel calcolo della percentuale, ci si rende conto che in sostanza si tratta di un target di spesa ben più basso del passato Fondo sociale europeo+, dove con meno soldi si cercavano di finanziare molte più attività .
C’è qualcosa di positivo in questa proposta di bilancio?
Molto dipenderà dall’attuazione. A PICUM lavoriamo con migranti privi di documenti e ci concentriamo molto sui dettagli, perché di solito sono proprio i dettagli a escludere queste persone dai benefici delle azioni finanziate dall’UE, come dimostra l’attuale definizione dell’AMIF.
Con la nuova proposta gli obiettivi di integrazione si basano maggiormente sulle esigenze piuttosto che sulle categorie di persone. Questo potrebbe potenzialmente essere uno sviluppo positivo. Tuttavia, va tenuto presente che il nuovo quadro finanziario darà agli Stati membri un ampio margine di manovra.
Il rischio è che, nella pratica, nulla cambi in termini di dettagli. O, al contrario, che in assenza di una destinazione minima, ci saranno molti meno fondi dedicati all’integrazione, in particolare per le persone migranti.
Questo articolo è stato prodotto nell’ambito del progetto EuSEE, co-finanziato dall’Unione europea. Tuttavia, i punti di vista e le opinioni espresse sono esclusivamente quelli dell’autore/degli autori e non riflettono necessariamente quelli dell’autorità concedente e l’Unione europea non può esserne ritenuta responsabile.
Tag: Coesione UE | EuSEE
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