Serbia: ancora armi ad Israele

La Serbia a breve dovrebbe iniziare a produrre droni in collaborazione con Elbit Systems, nonostante il coinvolgimento del gigante israeliano delle armi nel genocidio a Gaza. Lo rivela un’inchiesta giornalistica di BIRN e Haaretz, evidenziando i numerosi aspetti critici della cooperazione militare tra Belgrado e Tel Aviv

Ingegnere militare assembla un drone © Frame Stock Footage/Shutterstock

Ingegnere militare assembla un drone © Frame Stock Footage/Shutterstock

Ingegnere militare assembla un drone © Frame Stock Footage/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da BIRN, il 7 aprile 2026)

All’inizio di marzo, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha annunciato l’apertura di una fabbrica di droni. “Droni professionali, i più sofisticati al mondo”, ha dichiarato Vučić.

Il presidente ha spiegato che la fabbrica sarà una joint venture tra due partner e che potrebbe essere inaugurata ad aprile, senza però specificare con chi la Serbia abbia intenzione di collaborare.

BIRN e Haaretz rivelano che la fabbrica sarà di proprietà congiunta del colosso militare israeliano Elbit Systems e di Yugoimport-SDPR, la principale azienda serba, di proprietà dello stato, che si occupa di importazioni ed esportazioni di armi. Il partner israeliano deterrà una quota di maggioranza del 51%.

In un rapporto del giugno 2025, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ha citato Elbit Systems tra le numerose aziende che traggono profitto dal “genocidio in corso” a Gaza. Più di settantamila palestinesi sono morti nelle operazioni militari israeliane dall’attacco ad Israele dell’ottobre 2023 da parte del gruppo militante Hamas.

Stando ai documenti ufficiali ottenuti da BIRN, Haaretz e due fonti indipendenti, Elbit e SDPR prevedono di produrre due tipi di droni per missioni a corto e lungo raggio.

La partnership annunciata porterà la cooperazione militare tra i due paesi ad un nuovo livello. Il valore delle esportazioni di armi serbe verso Israele è già aumentato vertiginosamente di 42 volte dal 2023, raggiungendo i 114 milioni di euro lo scorso anno. Ad esportare la maggior parte delle armi prodotte in Serbia è proprio l’azienda statale SDPR.

Per Vuk Vuksanović, docente di politica estera presso il Dipartimento di studi sulla guerra del King’s College di Londra, la Serbia trarrà vantaggio economico dalla joint venture e dal trasferimento di tecnologia e conoscenze da una delle aziende produttrici di armi più moderne al mondo. D’altra parte, Israele mira a garantire una catena di approvvigionamento militare al di fuori del Medio Oriente che, come sottolinea Vuksanović, “è costantemente attraversato da conflitti”.

Dal punto di vista geopolitico, l’élite al potere in Serbia vede Israele come una “scorciatoia per la Casa Bianca”, in un momento di crescente malcontento popolare verso il presidente Vučić e il suo Partito progressista serbo (SNS) al potere da quattordici anni.

“La priorità del partito al governo in Serbia ora è rimanere al potere. Per raggiungere questo obiettivo, è meglio non irritare gli americani, soprattutto nel contesto delle recenti mosse di Trump sulla scena internazionale”, spiega Vuksanović.

L’azienda SDPR non ha voluto rispondere alle domande di BIRN, mentre Elbit Systems si è limitata a replicare: “Nessun commento”.

Accuse di genocidio e smentite

Nel settembre dello scorso anno, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati ha dichiarato che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza, parlando di decine di migliaia di vittime civili e distruzioni di massa.

“Quando emergono segnali e prove inequivocabili di genocidio, l’assenza di azioni per fermarlo equivale ad esserne complici”, ha affermato Navi Pillay, presidente della Commissione.

In precedenza, nel gennaio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia, il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, reagendo alla denuncia per genocidio sporta dal Sudafrica, ha ordinato a Israele di impedire alle proprie forze di commettere o incitare ad atti di genocidio contro i palestinesi. Una sentenza definitiva sulla qualificazione dei fatti di Gaza come genocidio potrebbe richiedere anni. Israele respinge le accuse di genocidio.

“Macchine di morte onnipresenti”

Secondo alcuni documenti analizzati da BIRN e confermati da due fonti indipendenti vicine all’industria militare serba, il progetto prevede la produzione di due tipi di droni: un modello ad ala rotante in grado di trasportare carichi pesanti di munizioni per missioni a corto raggio e un drone più sofisticato a lungo raggio, capace di volare ad altitudini fino a seimila metri.

Stando ad una fonte, il drone a lungo raggio è “più avanzato” del Pegasus di produzione serba. “Vola ad un’altitudine maggiore ed è più autonomo dal punto di vista operativo”, spiega la fonte che ha preferito mantenere l’anonimato.

“L’idea generale è il trasferimento di tecnologia, perché anche gli ingegneri serbi ci lavoreranno, e il drone è il fiore all’occhiello del progetto. Questo è il punto principale, perché non saremmo in grado di realizzarlo da soli”.

Secondo un’altra fonte, anche gli ingegneri della compagnia aeronautica serba UTVA, di proprietà della SDPR, saranno coinvolti nel progetto.

Nel rapporto di Francesca Albanese “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” si citano anche i droni sviluppati e forniti da Elbit Systems e da un’altra azienda israeliana, che volano a fianco dei caccia israeliani impegnati nei bombardamenti di Gaza. Come scrive Albanese, i droni vengono utilizzati per la sorveglianza dei palestinesi e per la raccolta di informazioni sugli obiettivi.

La relatrice speciale delle Nazioni Unite spiega che, grazie al supporto di queste aziende e alla collaborazione con istituzioni come il Massachusetts Institute of Technology (MIT), “i droni utilizzati da Israele hanno acquisito sistemi d’arma automatizzati e la capacità di volare in formazione a sciame”.

“Droni, esacotteri e quadricotteri sono diventati macchine di morte onnipresenti nei cieli sopra Gaza”, scrive Albanese, citando Elbit Systems come una delle aziende che “contribuiscono alla produzione di strumenti per la sorveglianza, il controllo di massa, la guerriglia urbana, il riconoscimento facciale e le uccisioni mirate, strumenti che vengono effettivamente testati sui palestinesi”.

Israele continua a respingere le accuse di genocidio.

I documenti ottenuti da BIRN rivelano che inizialmente era previsto che la fabbrica di droni venisse costruita nella zona industriale di Šimanovci, ad una trentina di chilometri ad ovest di Belgrado, in uno stabilimento di proprietà del gruppo Pink Media, la società del magnate dei media Željko Mitrović, vicino alla leadership serba.

Tuttavia, dopo la pubblicazione di questo articolo, Pink Media Group ha negato la possibilità che la fabbrica sorga in quell’area. “Queste informazioni sono completamente false. Né Željko Mitrović né Pink Media Group hanno nulla a che fare con questo progetto. Non ha partecipato, né sta partecipando, ad alcun colloquio, negoziazione, accordo o intesa relativi a questa fabbrica di droni”, ha dichiarato Pink Media Group, aggiungendo che nessuna azienda collegata a Mitrović è coinvolta nel progetto.

Boicottare le aziende israeliane

Nel 2009, il governo norvegese aveva annunciato che il Fondo pensionistico statale, seguendo le raccomandazioni del Consiglio etico, avrebbe venduto le proprie azioni in Elbit Systems a causa del ruolo dell’azienda nella fornitura di sistemi di sorveglianza per il muro di separazione in Cisgiordania. “Non vogliamo finanziare aziende che contribuiscono in modo così esplicito alla violazione del diritto internazionale umanitario”, aveva dichiarato Kristin Halvorsen, l’allora ministra delle Finanze norvegese.

Nel gennaio 2010, Danske Bank aveva incluso Elbit Systems nell’elenco delle aziende non conformi agli standard di investimento socialmente responsabile della banca. Due mesi dopo, anche un fondo pensione svedese aveva boicottato il colosso israeliano per il suo coinvolgimento nella costruzione del muro di separazione in Cisgiordania, una struttura giudicata contraria al diritto internazionale in un parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2004.

Nel 2014, PKA srl, uno dei principali gestori di fondi pensione danesi, aveva annunciato che non avrebbe più preso in considerazione investimenti in Elbit, adducendo le stesse motivazioni.

Nel 2018, la banca britannica HSBC ha ceduto la propria quota in Elbit Systems dopo che quest’ultima ha acquisito IMI Systems, un’azienda produttrice di bombe a grappolo.

Un affare rischioso

Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), che monitora il commercio globale di armi, Elbit Systems è la principale azienda fornitrice di sistemi di difesa israeliani che opera nei settori quali industria aerospaziale, comando e controllo terrestre e navale, comunicazioni e intelligence, sistemi di sorveglianza e ricognizione.

A marzo, il Jerusalem Post ha riportato la notizia che Elbit Systems sarebbe diventata la più grande azienda israeliana per capitalizzazione di mercato quotata alla Borsa di Tel Aviv. L’azienda ha stipulato una serie di importanti contratti con lo stato israeliano e in passato ha già collaborato con la Serbia.

All’inizio del 2025, Elbit Systems ha venduto alla Serbia sistemi di artiglieria avanzati e droni per un valore di 335 milioni di dollari. Nell’agosto dello stesso anno, è stato firmato un altro accordo per 1,6 miliardi di dollari per la fornitura a Belgrado di droni, missili a lungo raggio, sistemi di guerra elettronica e altre attrezzature militari. Nello stesso mese, BIRN ha rivelato che l’azienda Edepro, con sede a Belgrado – che si autodefinisce “leader regionale nelle soluzioni di sistemi propulsivi” per razzi, droni e missili – ha esportato merci alla società IMI Systems, di proprietà di Elbit Systems, dal 2018.

Il ruolo di Elbit a Gaza ha destato perplessità in molti paesi. Citando un documento ufficiale, l’agenzia di stampa France-Presse (AFP) ha riferito nel settembre dello scorso anno che la Spagna ha annullato un contratto del valore di circa 700 milioni di euro per l’acquisto del sistema lanciarazzi multiplo Elbit, dopo che il governo aveva annunciato il divieto di commercio di armi con Israele a causa delle operazioni militari a Gaza.

Nel febbraio di quest’anno un gruppo chiamato “The Earthquake Faction” ha rivendicato la responsabilità di un incendio divampato in una fabbrica appartenente all’azienda ceca LPP Holding, che nel 2023 ha annunciato una partnership con Elbit per lo sviluppo di droni. Il gruppo ha dichiarato che il suo obiettivo era ostacolare le operazioni israeliane a Gaza.

Incidenti analoghi non hanno impedito a Elbit Systems di registrare un fatturato di 7,9 miliardi di dollari lo scorso anno, registrando un incremento del 16,3% rispetto al 2024. Le entrate del colosso militare israeliano sono ulteriormente aumentate dopo l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran.

Durante una recente visita in Serbia, Francesca Albanese ha definito il paese balcanico come “uno degli alleati più stretti e determinati di Israele, senza alcuna vergogna”. Il ministero degli Esteri serbo ha replicato definendo le affermazioni della relatrice Onu “inappropriate”.

NOTA: Questo articolo è stato aggiornato il 7 aprile 2026 per rettificare un riferimento a Pink Media Group e Željko Mitrović e per includere la smentita di qualsiasi coinvolgimento dell’azienda nel progetto.

Questo articolo è stato ripubblicato nell’ambito di uno scambio di contenuti promosso da MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea, che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura di tematiche internazionali. Qui la sezione dedicata al progetto su OBCT

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