Bosnia Erzegovina: movimenti ambientalisti oltre le divisioni

In Bosnia Erzegovina l’attivismo ambientale si sta rivelando un fenomeno trasversale, capace di unire diversi gruppi sociali e di superare divisioni etniche e religiose alimentate dalle élite politiche. Terza puntata della nostra indagine

08/04/2026, Peter Lippman
Kakanj, Bosnia Erzegovina © betibup33/Shutterstock

Kakanj, Bosnia Erzegovina © betibup33/Shutterstock

Kakanj, Bosnia Erzegovina © betibup33/Shutterstock

Nel 2021, gli attivisti serbi avevano organizzato manifestazioni e blocchi stradali in diverse aree del paese in segno di protesta contro un progetto di estrazione del litio, annunciato dalla multinazionale Rio Tinto nella valle del fiume Jadar, vicino alla Drina e alla città di Bijeljina, in Bosnia Erzegovina.

Manifestazioni di solidarietà si erano svolte anche sul lato bosniaco del confine, a Bijeljina e Banja Luka. All’inizio del 2022, gli ambientalisti su entrambe le sponde della Drina avevano festeggiato dopo la decisione del governo serbo di sospendere il progetto di sfruttamento dei giacimenti di litio.

L’organizzazione ambientalista Eko Put, con sede a Bijeljina, aveva seguito da vicino le proteste. Snežana Jagodić Vujić, presidente di Eko Put, ricorda la nascita del movimento transnazionale contro l’estrazione del litio.

“Volevamo lanciare un messaggio chiaro: se l’inquinamento si diffonderà in Serbia, anche noi [in BiH] ne sentiremo gli effetti. I residui minerari derivanti dall’attività estrattiva nella valle dello Jadar finiranno nella Drina, poi nel Danubio e infine nel Mar Nero”.

In un primo momento sembrava che la minaccia fosse stata scongiurata. Tuttavia, come spiega Snežana, nel settembre del 2023, era trapelata la notizia che erano in corso attività esplorative per la ricerca di litio nei pressi di Lopare, la città principale dell’area montuosa di Majevica. “Siamo rimasti tutti sbalorditi, schiacciati tra due progetti pericolosi, considerando che Bijeljina è situata tra il monte Majevica e il fiume Jadar”.

“L’area del monte Majevica comprende otto municipalità e comuni, tra cui Bijeljina, in entrambe le entità della Bosnia Erzegovina”, precisa Snežana. “Così abbiamo iniziato a creare una rete e a mobilitare l’intera comunità della Majevica per opporre resistenza. Ci siamo anche messi in contatto con la popolazione dell’area di Ozren, che stava combattendo contro un altro progetto minerario. Abbiamo dimostrato che l’appartenenza etnica non conta. Abbiamo creato una rete contro l’odio. Perché io, serba, dovrei odiare qualcuno solo perché ha un nome musulmano? Condividiamo tutti la stessa aria, la stessa acqua e abitiamo la stessa terra”.

“Abbiamo fatto rete tra attivisti e comunità, e questo ha dato fastidio ai politici a Banja Luka e Sarajevo”, sottolinea l’attivista. “Li ha infastiditi perché si nutrono di odio etnico. In realtà, sono persone ottuse e semianalfabete, la peggiore feccia criminale. Da trent’anni ormai calpestano la popolazione, cercando di dividerci ricorrendo continuamente alla manipolazione mediatica”.

“La questione del litio è importante perché ha scosso le coscienze. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, portando a galla tutta l’amarezza e le sciagure che abbiamo vissuto negli ultimi trent’anni”.

“I giovani si sono risvegliati in Serbia”, commenta Snežana, auspicando che anche la gioventù della Bosnia Erzegovina faccia lo stesso.

“Credo che oggi in BiH i giovani siano più speranzosi. Tuttavia, la situazione nel nostro paese è molto diversa da quella in Serbia. Qui la popolazione è ancora divisa”.

Cosa unisce le persone?

È vero che le divisioni tra i tre principali gruppi etnici durante la guerra hanno permesso ai leader demagogici di esacerbare la sfiducia tra la popolazione con l’intento di preservare il proprio potere e i propri privilegi. Le persone comuni in tutta la Bosnia Erzegovina sanno che i leader politici locali sono corrotti. Tuttavia, unire le forze in modo efficace in modo da superare le divisioni etniche e territoriali e innescare cambiamenti si è rivelato estremamente difficile.

Snežana Jagodić Vujić osserva che il movimento ambientalista potrebbe segnare uno spartiacque. “Ora siamo noi ambientalisti – soprattutto le donne leader – a spingere le persone ad agire”.

Quando i fiumi contaminati da cadmio e altri metalli pesanti scorrono dalla miniera di Rupice fino a Kakanj, compromettono l’acqua potabile per i quarantamila abitanti della città – serbi, bosgnacchi o croati che siano. È uno scenario a cui si assiste in tutta la Bosnia Erzegovina, perché i fiumi superano i confini etnici creati artificiosamente.

Gli effetti distruttivi dell’attività mineraria fungono quindi da forza unificante tra le comunità che altrimenti rimarrebbero in conflitto. “Quando i bosniaci si rendono conto di avere un nemico comune, si uniscono. Allora l’identità etnica non conta. Le persone vedono che i loro vicini hanno lo stesso problema”, spiega l’attivista Hajrija Čobo di Kakanj.

Hajrija Čobo, attivista di Kakanj - Foto P. Lippman

Hajrija Čobo, attivista di Kakanj – Foto P. Lippman

A portare avanti campagne ambientaliste sono persone comuni, molte delle quali hanno vissuto gli orrori della guerra degli anni Novanta, e sono quindi rimaste segnate dal trauma, spesso anche dalla diffidenza verso chi si trovava dall’altra parte del fronte.

Ho partecipato ad un incontro a Sočkovac, nell’area del monte Ozren, dove ha sede l’organizzazione Ozrenski Studenac [La sorgente dell’Ozren]. Lì ho incontrato un serbo di mezza età che aveva perso una gamba durante la guerra, e altri che avevano combattuto dalla parte serba. Ma quell’uomo, insieme ai suoi amici attivisti di tutte le età, aveva lasciato andare il passato in modo da poter collaborare con i suoi concittadini a prescindere dall’appartenenza etnica.

Nonostante nella società bosniaco-erzegovese sia ancora latente una moltitudine di sentimenti politici, dal nazionalismo alla diffidenza verso gruppi etnici diversi dal proprio, oggi ci si confronta con una nuova minaccia. Salvo rare eccezioni, l’attenzione dei cittadini, a prescindere dal loro retroterra sociale e culturale, è concentrata sulla difesa del territorio da un invasore straniero. Questo sentimento è diffuso in tutto il paese.

Sono stati due attivisti provenienti dalla Federazione BiH – un croato e un bosgnacco – ad accompagnarmi in auto sul monte Ozren per partecipare a quell’incontro. Oggi, il croato Davor Šupuković dell’Associazione dei cittadini di Fojnica, con sede a Maglaj, il serbo Zoran Poljašević dell’area di Ozren e Besim Gurda, un bosgnacco di Zavidovići, collaborano strettamente per porre fine alla devastazione ambientale del monte Ozren e di tutta la Bosnia centrale.

Impegnarsi per obiettivi comuni

Come gli attivisti per l’ambiente in Bosnia Erzegovina lavorano per lanciare iniziative contro l’attività mineraria? L’ho chiesto a Davor Šupuković.

“Il quadro varia da zona a zona. Utilizziamo soprattutto i social per diffondere informazioni sulle minacce ambientali”, afferma Davor. “Ci sono ong, imprenditori, sacerdoti e agricoltori, tutti impegnati a contrastare i politici che cercano solo di attrarre investimenti stranieri. Anche gli imam sono coinvolti. Alcuni di loro hanno dichiarato che la protezione dell’ambiente è un dovere prescritto dall’Islam”.

Robert Oroz, attivista per la difesa dei fiumi, descrive le strategie utilizzate dal movimento ambientalista.

“Abbiamo tre risorse: i media, gli avvocati e i nostri corpi”. Oltre ad utilizzare ogni forma di comunicazione pubblica, gli attivisti ricorrono anche alle vie legali, come testimonia il gruppo di assistenza legale Aarhus. Questa organizzazione, tra le varie iniziative, ha promosso con successo una moratoria sulla costruzione di piccole idrocentrali nella Federazione BiH.

Quando i mezzi legali non sono sufficienti, le comunità locali si organizzano per scongiurare la costruzione di piccoli impianti idroelettrici dannosi per l’ambiente, come accaduto a Gotuša, nella valle del fiume Željeznica, dove la popolazione aveva bloccato per un anno la costruzione di una mini idrocentrale.

Perché battersi

Ho chiesto a molti attivisti ambientali di dirmi qualcosa di più sui loro obiettivi.

Azra Berbić della fondazione Atelier per i cambiamenti sociali di Sarajevo li ha riassunti così: “La lotta per il nostro ambiente è una linea rossa. Per i popoli dei Balcani, la salvaguardia del patrimonio naturale è la cosa più importante. Ci dà forza e unità, non è solo una battaglia per i fiumi, l’aria e la terra, ma anche una lotta contro il nazionalismo. La lotta per la tutela dell’ambiente significa proteggere la dignità, la giustizia sociale, la giustizia di classe e contrastare il neocolonialismo. Non tutti sanno cosa significhi neocolonialismo, ma lo percepiscono”.

Svjetlana Nedimović, attivista di Sarajevo, aggiunge una prospettiva politica lungimirante. “Finalmente si apre uno spazio per una narrazione anticapitalista. I cittadini concordano sul fatto che abbiamo un nemico comune, ossia il potere capitalista”.

Parlando degli investitori che stanno devastando la Bosnia Erzegovina senza preoccuparsi minimamente dell’ambiente, Snežana Jagodić Vujić afferma che “l’unica logica che conoscono è quella del profitto”.

“Quindi, ciò di cui abbiamo bisogno è una trasformazione del sistema sociale, tale da mettere le persone al primo posto, anziché trattarle come se fossero merce”.

Gli ambientalisti in Bosnia Erzegovina chiedono che le loro preziose terre vengano trasformate in riserve naturali, non in discariche tossiche. Promuovono la valorizzazione del miele, delle fragole e della rakija del monte Majevica, come anche delle tisane e della frutta biologica dell’area di Ozren. Auspicano lo sviluppo del turismo in queste terre, fino alle acque cristalline di Jajce e Jezero, come alternativa alla distruzione di antichi monumenti con escavatori a vantaggio delle multinazionali svizzere e britanniche.

Affinché ciò accada, è necessario dare vita ad un movimento ambientalista capace di portare avanti campagne su vasta scala. Tihomir Dakić, direttore del Centro per l’ambiente con sede a Banja Luka, ritiene però che in Bosnia Erzegovina ci siano troppo pochi ambientalisti.

“I cittadini proattivi della Bosnia Erzegovina starebbero tutti su un autobus. E quanti livelli di governo abbiamo, quanti ministeri, quanti cantoni, quante persone disposte a sostenere l’esplorazione geologica”, commenta Dakić.

Ricordiamo però le parole dell’antropologa Margaret Mead: “Non dubitate mai che un piccolo gruppo di individui coscienziosi e impegnati possa cambiare il mondo. In realtà, solo così si è sempre riusciti a cambiare il mondo”.

Osservando la situazione da questa prospettiva, Davor Šupuković prevede che, di fronte ad una minaccia imminente per l’ambiente a livello locale, i cittadini, anziché tenersi in disparte, siano pronti a mobilitarsi in massa.

“Un tempo era inimmaginabile, ma oggi, grazie alle iniziative locali e regionali in corso in molte località, c’è resistenza. Bastano tra dieci e cinquanta persone, in uno sforzo coordinato, per fermare la distruzione”.

“Quindi, possiamo scegliere se vivere intrappolati tra pozzi minerari oppure organizzarci e agire”, conclude Šupuković.

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