Albania, in piazza contro il governo
Da più di due mesi in Albania l’opposizione scende in piazza per denunciare la corruzione ad alto livello e chiedere le dimissioni del governo. A scatenare la mobilitazione è stato il caso di Belinda Balluku, vicepremier e ministra delle Infrastrutture, indagata dalla Procura speciale anticorruzione

Partito democratico di Sali Berisha durante una protesta a Tirana, Albania – Foto Partito democratico
Partito democratico di Sali Berisha durante una protesta a Tirana, Albania - Foto Partito democratico
La sera del 20 febbraio, davanti all’ufficio del primo ministro a Tirana, il Partito democratico albanese (PD) ha organizzato una protesta contro il governo guidato da Edi Rama.
Con lo slogan “L’ultimo chilometro”, la manifestazione si è svolta in un clima politico teso, in un contesto in cui le indagini sugli alti funzionari e gli scontri tra governo e magistratura dominano il dibattito pubblico.
Gli organizzatori della manifestazione hanno voluto anche tracciare un parallelo con gli eventi di trentacinque anni fa, quando il 20 febbraio 1991 venne abbattuto un monumento a Enver Hoxha nel centro di Tirana, segnando la fine della dittatura in Albania.
Intervenendo alla manifestazione, Sali Berisha, leader del Partito democratico, ha affermato che Edi Rama, pur essendo ormai un “cadavere politico”, rimarrà al potere fino a quando non verrà rimosso allo stesso modo in cui fu rimossa la statua di Hoxha trentacinque anni fa.
“Oggi, il regime di Edi Rama si regge su tre pilastri di vergogna che distruggono la nostra esistenza ogni giorno. Se Hoxha, con povertà, oppressione e indottrinamento, ha trasformato gli albanesi in un popolo fantasma, Rama, con le sue politiche, i furti, le farse elettorali, la criminalità e le leggi che proteggono il potere, sta trasformando l’Albania nella terra dei non-albanesi, devastando il popolo e il paese”, ha affermato Berisha rivolgendosi ai cittadini in protesta.
In precedenza, la polizia aveva dichiarato di non poter garantire la sicurezza del raduno, citando alcuni episodi di violenza avvenuti durante una protesta organizzata lo scorso 10 febbraio dal partito di Berisha in cui erano rimasti feriti sedici agenti di polizia e decine di cittadini.
Ancora una volta, la protesta si è concentrata sulle accuse di corruzione, il fenomeno di state capture e lo stravolgimento del concetto di competizione politica.
La manifestazione del 20 febbraio è solo l’ultima di una serie di proteste organizzate di recente dal Partito democratico albanese per chiedere le dimissioni del governo. Durante le proteste, che si svolgono regolarmente dal dicembre 2025, sono stati registrati alcuni episodi di violenza e scontri con la polizia. Ad oggi però la mobilitazione non ha portato ad alcun cambiamento tangibile nel panorama politico del paese.
Il blocco dell’opposizione albanese è ampio e frammentato. Oltre al Partito democratico, la forza politica più longeva attualmente all’opposizione, anche alcune nuove forze hanno intensificato le proteste nelle ultime settimane.
Oltre settanta giorni di mobilitazione
Dall’8 dicembre 2025, l’ingresso dell’ufficio del primo ministro è sempre bloccato. Un gruppo di cittadini e attivisti del movimento L’Albania si fa (Shqipëria Bëhet), guidato da Adriatik Lapaj, continua a protestare davanti all’ufficio.
La protesta è iniziata l’8 dicembre, richiamandosi così alla mobilitazione del dicembre 1990 che segnò l’inizio della fine della dittatura in Albania.
A scatenare la mobilitazione sono state le indagini contro Belinda Balluku, vice premier e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, accusata di malversazioni negli appalti pubblici, e il rifiuto del primo ministro di sostituirla.
Dorina Prethi, vicepresidente del movimento L’Albania si fa spiega che la protesta è nata in risposta alla “protezione politica che il primo ministro fornisce alla sua vice”. Una protezione che mina l’operato del Tribunale Speciale contro la Corruzione e la Criminalità Organizzata (GJKKO), entrata in rotta di collisione con la Corte Costituzionale. Le proteste si sono poi evolute in una mobilitazione contro l’attuale modello di governo nel suo complesso.
“Certo, questo è il risultato della cattiva gestione del governo in tutti i settori. Abbiamo visto che durante il quarto mandato di Rama, il governo non ha fatto il suo lavoro un solo giorno, si è opposto con sempre maggiore insistenza alle leggi, diventando un vero ostacolo al nuovo sistema giudiziario”, afferma Dorina Prethi.
Per la vicepresidente del movimento L’Albania si fa, la decisione di continuare a protestare davanti all’ufficio del primo ministro dovrebbe spingere i cittadini verso un punto di non ritorno.
“Se tutti gli albanesi decidessero di protestare davanti all’ufficio del primo ministro, il governo, ne siamo convinti, si dimetterebbe entro pochi giorni”, sottolinea Prethi.
Il movimento Shqipëria Bëhet chiede prima di tutto le dimissioni di Edi Rama e la formazione di un governo di transizione con un mandato di dodici mesi per preparare il paese alle elezioni anticipate.
“Si tratta di un processo che riguarda tutti gli albanesi e la mobilitazione deve essere trasversale”, spiega Prethi. “Le trattative successive alle dimissioni del primo ministro devono necessariamente includere le modifiche alla legge elettorale in modo da trasformare l’Albania in una circoscrizione elettorale unica, con un sistema proporzionale nazionale, liste aperte e coalizioni pre-elettorali”.
Il caso Balluku
Belinda Balluku, vicepremier e ministra delle Infrastrutture e dell’Energia, è stata ufficialmente incriminata dalla SPAK il 31 ottobre 2025, con l’accusa di violazione del principio di parità nelle gare d’appalto.
La SPAK sospetta che Balluku, insieme ad alcuni dipendenti dell’Autorità stradale albanese (ARRSH), sia stata coinvolta nella manipolazione delle gare d’appalto per il progetto della grande tangenziale (Unaza e Madhe) a Tirana e per il tunnel di Llogara nell’Albania meridionale. Si tratta di contratti per un valore complessivo di oltre duecento milioni di lek [poco più di due milioni di euro].
Le indagini hanno portato alla luce migliaia di pagine di corrispondenza tra Balluku e i suoi subordinati, svelando una pratica strutturata di favori illegali e di uso improprio di fondi pubblici.
Il 20 novembre 2025, la SPAK ha ordinato di rimuovere Balluku dalle sue cariche istituzionali per aver violato la parità di trattamento in almeno due gare d’appalto.
Invece di sostituire la sua vice, il premier Edi Rama l’ha appoggiata impugnando la decisione della SPAK davanti alla Corte Costituzionale, evidenziando le tensioni tra il potere esecutivo e quello giudiziario. Il 12 dicembre 2025, la Corte Costituzionale ha disposto la reintegrazione di Balluku nelle sue funzioni.
Reagendo alla decisione della Corte Costituzionale, la SPAK ha richiesto ufficialmente la revoca dell’immunità politica a Balluku in modo da poter imporre una misura di sicurezza più forte, che implica il suo arresto.
Il 17 dicembre 2025, il parlamento ha negato alla Commissione per le regole di procedura, i mandati e l’immunità l’accesso al fascicolo investigativo, definendolo “riservato”.
Il 6 febbraio 2026, dopo una sessione-maratona di dieci ore, la Corte Costituzionale ha confermato la rimozione di Balluku dagli incarichi istituzionali.
Belinda Balluku fa parte del governo Rama dal 2019, ricoprendo posizioni chiave come quella di vice premier e guidando uno dei più grandi dicasteri, il ministero delle Infrastrutture e dell’Energia, per oltre cinque anni.
“Consegnate Belinda!”
Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, il movimento di sinistra Insieme (Lëvizja Bashkë) ha organizzato diverse proteste davanti al parlamento di Tirana: dalle manifestazioni contro il bilancio 2026, considerato ingiusto ed esclusivistico, alle proteste per chiedere le dimissioni di Balluku a seguito di accuse di corruzione.
Redi Muçi del movimento Insieme ha affermato durante una protesta di gennaio che in Albania il furto è una consuetudine da trentacinque anni e che è giunto il momento di lottare per uno stato che rappresenti i suoi cittadini.
“Bisogna dare priorità alla protezione di chi ha bisogno, dei pensionati cancellati dalle liste di collocamento, di chi muore da solo nella propria casa, dei bambini e degli anziani che chiedono l’elemosina per strada”.
Interpellato da OBCT, Muçi spiega che l’Albania sta attraversando una crisi istituzionale dovuta ad uno scontro aperto tra il potere giudiziario e quello esecutivo e una crisi di rappresentanza perché i partiti tradizionali hanno perso legittimità agli occhi dei cittadini.
“Assistiamo anche ad una crisi di fiducia – afferma Muçi – perché le persone considerano impossibile un cambiamento radicale. Questo si riflette nella scarsa partecipazione alle proteste. Per citare Antonio Gramsci: ‘Il vecchio mondo sta morendo. Quello nuovo tarda a comparire’”.
Secondo Muçi, la situazione è influenzata dal nuovo sistema giudiziario che, nonostante le difficoltà incontrate, ha sfatato il mito che i politici siano intoccabili.
“Il contesto sociale è caratterizzato da una profonda crisi demografica dovuta all’emigrazione giovanile, che si riflette poi sul sistema pensionistico. A ciò si aggiunge l’oligarchia economica, che monopolizza settori chiave come l’edilizia, il turismo e le risorse naturali, favorendo l’emigrazione di manodopera qualificata e non qualificata”, spiega Muçi.
Il movimento Insieme ha proposto un piano per uscire dalla crisi: inasprimento delle pene per la corruzione attiva e passiva, eliminazione dei termini di prescrizione per i reati legati alla corruzione di alti funzionari, istituzione di commissioni investigative per le principali privatizzazioni e concessioni e rafforzamento delle leggi a tutela dei whistleblower.
Muçi sottolinea che le elezioni anticipate sono necessarie come unica via d’uscita dalla crisi istituzionale.
“Riteniamo che queste misure possano consolidare il sistema giudiziario, contrastando la corruzione e spingendo i politici ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni”, conclude Muçi.
Petizioni per la lotta alla corruzione
Oltre agli altri partiti di opposizione, anche il partito di destra Opportunità (Mundësia), insieme ad alcuni ex attivisti del Partito democratico, ha organizzato le proteste.
A dicembre, in un clima teso segnato alle accuse di corruzione contro Belinda Balluku, il Partito Opportunità, insieme a cittadini non affiliati, con lo slogan “Dimissioni”, ha protestato davanti al parlamento, chiedendo la revoca dell’immunità politica a Balluku.
I manifestanti hanno chiesto che gli alti funzionari del governo, Edi Rama compreso, si assumessero le proprie responsabilità.
Agron Shehaj, leader del Partito Opportunità, ha affermato che la Commissione per i mandati non ha voluto prendere in considerazione le prove che incriminavano Rama.
Per Erald Kapri, deputato eletto tra le fila del Partito Opportunità, “Belinda Balluku è solo un alibi per proteggere Edi Rama”.
Il partito guidato da Shehaj ha lanciato una petizione in difesa della giustizia e della lotta alla corruzione, presentando ventimila firme alla Corte Costituzionale lo scorso 22 gennaio.
“Siamo di fronte ad una decisione storica: ogni alto funzionario sorpreso a rubare ai danni di cittadini albanesi deve essere rimosso! Chiediamo che la lotta alla corruzione continui e che venga posta fine all’impunità in Albania”.
Opposizione, tra collaborazione e sfiducia
Pur essendo accomunate dalla stessa richiesta di un cambiamento radicale e di elezioni anticipate, le forze di opposizione divergono nettamente tra loro.
Redi Muçi del movimento Insieme sostiene che il problema più grande dell’Albania non sia l’attuale governo, bensì il sistema bipartitico, costruito sulle fondamenta di un’oligarchia economico-mediatica alimentata dai soldi della criminalità organizzata.
“Finché gli altri partiti di opposizione non condivideranno lo stesso approccio del movimento Insieme riguardo alle priorità dell’Albania e non metteranno in risalto la complicità dei politici con gli oligarchi, la collaborazione con loro resterà in sospeso”, afferma Muçi.
Per Dorina Prethi, il movimento L’Albania si fa resta aperto alla collaborazione.
“Siamo aperti e in piazza. Questa è la nostra condizione fondamentale: scendere in piazza, uniti, per combattere un sistema corrotto, preservando la propria individualità”, afferma Prethi.
Sottolinea che da quando è iniziata la protesta, la partecipazione dei cittadini è aumentata su questioni quotidiane come l’acqua, le inondazioni, gli espropri e i furti di proprietà.
“Mantenendo vivo il fuoco della protesta, abbiamo spinto diversi gruppi di cittadini a scendere in piazza. Molti hanno protestato altrove, ma non davanti all’ufficio del primo ministro. Come per qualsiasi obiettivo, bisogna essere coerenti e perseveranti per riuscirci”, sostiene Prethi.
Redi Muçi aggiunge che le proteste dell’opposizione tradizionale sono anacronistiche come il suo leader, riferendosi al Partito democratico.
“L’opposizione tradizionale non è capace di articolare una visione coerente per la società albanese e manca di legittimità per governare, proprio come il partito al potere. Inoltre, le sue proteste si concentrano sempre su Edi Rama e non sostengono mai le comunità locali nella loro battaglia contro le ingiustizie subite”, sottolinea Muçi.
Secondo Dorina Prethi, in Albania non c’è mai stata una vera democrazia, il governo è sempre stato al servizio degli interessi dei pochi.
“Il primo passo è democratizzare e rendere più efficiente il parlamento attraverso modifiche radicali alla legge elettorale. Solo garantendo una vera competizione per la rappresentanza politica, potremo democratizzare l’intera società”, conclude Prethi.
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