Crisi in Iran, lo sguardo di tre donne dalla Turchia
Tre giovani donne iraniane, tre destini che si incrociano in Turchia: riflessioni e speranze raccolte all’ombra delle proteste e della repressione violenta del regime di Teheran, e all’alba di una possibile operazione militare promossa dal presidente USA Donald Trump

shutterstock_2209206149
Proteste a Istanbul per Mahsa Amini © tolga ildun /Shutterstock
Mahnaz, 36 anni
Sabato 10 gennaio 2026
Ho conosciuto Mahnaz una decina di anni fa, quando studiavamo turco all’Università per Stranieri. Da allora ci siamo incontrati una manciata di volte, quasi sempre con altri vecchi compagni di corso.
È una donna minuta, dai capelli lisci e corvini. Un tempo indossava il velo, ora non più, ma non mi sono mai permesso di chiederle il motivo. So che era sposata con un suo connazionale ma il matrimonio si è rivelato un disastro. L’ex marito è poi ritornato in Iran dove ha creato una famiglia, lei invece è rimasta sola per scelta, perlomeno così mi aveva confidato in un’occasione.
La incontro in un ristorante iraniano nei pressi della marina di Bakırköy, un distretto residenziale della parte europea di Istanbul. Ordiniamo due classici della cucina iraniana: fesenjan e ghormeh sabzi, accompagnati da una porzione di riso. Da bere del doogh, una bevanda fermentata a base di yogurt.
Mahnaz pare sull’orlo di una crisi di nervi. Il regime, di fronte al propagarsi delle proteste di massa, ha reagito in maniera violenta: tra l’8 e il 9 gennaio le forze di sicurezza iraniane hanno aperto il fuoco su manifestanti inermi, nel frattempo internet è stato completamente oscurato. Mahnaz non ha modo di comunicare con la propria famiglia, né di sapere se tra le migliaia di cittadini uccisi c’è una persona cara.
“Dormo male, piango ogni giorno, penso continuamente a mia madre e alle mie sorelle”, mi dice con la voce spezzata dall’emozione. Le manifestazioni sono divampate il 28 dicembre a Teheran, in diversi mercati e uffici di cambio della capitale. La causa scatenante è stato l’ennesimo deprezzamento della moneta nazionale, il rial iraniano. L’inflazione è alle stelle e una fetta consistente della popolazione fatica persino a procurarsi i beni di prima necessità.
Si sono registrate sommosse anche in centri urbani considerati tradizionalmente bastioni del regime, tra cui la sua città natale, Mashhad. “Non sono troppo sorpresa” rimarca Mahnaz, “io ho perso la fede in Allah e nel governo da anni, molti miei concittadini la pensano come me, ma devono tenere nascoste le loro convinzioni a causa della pressione sociale”.
Mashhad è una città sacra per l’islam sciita, solo Najaf e Karbala sono considerate superiori in termini di importanza. Mahnaz è cresciuta quindi in un contesto particolarmente conservatore, anche per i canoni iraniani. Ha sviluppato un odio viscerale nei confronti della religione: “l’Islam mi ha rubato la giovinezza, non mi ha permesso di vivere una vita normale”.
Evidentemente Mahnaz non è la sola a provare questi sentimenti: se consideriamo che in queste dimostrazioni la rabbia di parte dei manifestanti si è riversata sui simboli religiosi, in passato non si era mai osato tanto. In alcune località moschee e santuari sono stati dati alle fiamme, una furia iconoclasta che ha scosso nel profondo la Repubblica Islamica e i suoi sostenitori.
La conversazione ha preso una piega drammatica. Cerco di infondere un po’ di speranza a Mahnaz mentre aspettiamo il conto. “Certo il regime può sopravvivere, ma sta indietreggiando, traballa”, le dico. “E poi il sacrificio di Mahsa Amini non è stato inutile: ha costretto i vertici del potere a ridimensionare la polizia morale”. “Hai ragione”, mormora lei. “Solo noi sappiamo quante ne abbiamo passate”. È davvero inconsolabile, e chi può darle torto.
Samira, 32 anni
Venerdì 16 gennaio 2026
Samira lavorava come insegnante in una scuola privata di Istanbul e per arrotondare offriva servizi di traduzione dal persiano. A causa dell’inasprimento delle politiche migratorie da parte del governo turco si è vista rifiutare il rinnovo del permesso di lavoro, ed è quindi dovuta rientrare in Iran. È originaria di Urmia, una cittadina di media grandezza vicina al confine con la Turchia.
Ogni volta che ci sentiamo al telefono mi risponde da un luogo diverso, suo malgrado è in perenne movimento, ammiro molto la sua tenacia. “Sono a Van in questi giorni, poi proverò a cercare fortuna in Armenia o in Georgia” mi dice, citando due dei pochi paesi accessibili agli iraniani senza obbligo di visto. Ne approfitto per chiederle di raccontarmi com’è la situazione al confine, visto che soffiano di nuovo venti di guerra. “Sinceramente non ci sono molte persone, la gente va e viene come al solito”.
Sono circa 75 mila gli iraniani residenti in Turchia e più di 3 milioni la visitano ogni anno, specialmente durante il Nevruz, il capodanno persiano. È una destinazione che accontenta un po’ tutti: iraniani benestanti e della classe media, conservatori o liberali, giovani in cerca di libertà o divertimento, membri della comunità LGBT in fuga, studenti in attesa di emigrare verso lidi migliori, imprenditori e affaristi. È diventata meta obbligata anche per artisti famosi ai tempi dello scià e oggi invisi al regime: basti pensare alla leggendaria Googoosh, che si è più volte esibita a Istanbul e Antalya.
Per principio di reciprocità la Turchia esenta i cittadini iraniani dal visto d’ingresso: non disdegna denaro e investimenti, ma non gradisce che il paese diventi un rifugio sicuro per attaccare il regime iraniano. Oggi gli assembramenti sono vietati e non è più possibile avvicinarsi al consolato iraniano di Istanbul o sfilare per Beyoğlu, come avvenne nel 2022.
“Sono delusa dall’atteggiamento della Turchia” afferma Samira, “durante le proteste per la morte di Mahsa Amini abbiamo perlomeno potuto far sentire la nostra voce”. Il governo turco affronta la questione in modo razionale: il crollo delle strutture statali iraniane provocherebbe un esodo massiccio verso i propri confini, inoltre un Iran debole e isolato non è necessariamente un male per Ankara.
Spinto dalla curiosità chiedo a Samira se conosce qualcuno che sostiene ancora il regime e, in caso affermativo, per quale motivo lo faccia. “Molte persone non sostengono direttamente il regime” risponde, “ma hanno paura che il paese possa essere occupato o perdere territori, o che si scateni una guerra civile, un po’ come è successo in Iraq o in Siria”.
La ringrazio e prima di salutarla le chiedo che cosa fosse quel messaggio in persiano che mi aveva inviato in mattinata. “Circola voce che da inizio febbraio il governo rilascerà la patente della moto anche alle donne”. “Il regime pensa che ci possiamo accontentare di qualche libertà in più”, mi dice decisa. “È il solito trucco: ogni volta fanno finta di concedere qualcosa e poi tutto torna come prima”. La rabbia, però, sta montando sempre di più.
Yasemine, 29 anni
Lunedì 16 febbraio 2026
Yasemine abita a Pendik, nell’estrema periferia della parte asiatica di Istanbul. L’ho contattata tramite un amico in comune e per l’intervista ci siamo dati appuntamento a metà strada, a Bostancı. La giornata è nuvolosa ma non fredda, decidiamo quindi di incamminarci sul lungomare, di fronte a noi le Isole dei Principi. “Ci vado spesso” mi dice, “amo molto il mare”. Non potrebbe essere altrimenti, visto che Yasemine è nata e cresciuta a Bandar Abbas, città che si affaccia sullo strategico stretto di Hormuz, il corridoio marittimo dal quale transita una parte consistente della fornitura mondiale di petrolio e gas naturale.
Si è laureata in ingegneria navale, tuttavia non è riuscita a trovare un impiego in quanto donna, per questa ragione ha deciso di emigrare in Turchia. Le chiedo il motivo per puro scrupolo, visto che la propaganda della Repubblica Islamica pone spesso l’accento sulla scolarizzazione femminile. “Il sistema educativo in Iran prevede una rigida separazione dei sessi, che continua per tutta la durata dell’istruzione primaria e secondaria” mi spiega Yasemine, “ragazzi e ragazze si ritrovano fianco a fianco solo nelle aule universitarie”. “Formalmente non ci sono limitazioni all’educazione femminile” prosegue, “ma in determinati ambiti ambigue quote d’ingresso e selezioni pilotate fanno sì che interi settori rimangano dominati dagli uomini”.
Il punto di vista di Yasemine è prezioso, visto che visita regolarmente l’Iran. Oggi segue con apprensione gli eventi da Istanbul, al contrario nel 2022 si trovava in patria. “Per puro caso ero in Iran quando sono scoppiate le proteste per la morte di Mahsa Amini” mi racconta. “Vedere i miei concittadini scendere per strada e organizzarsi politicamente è stata una piacevole sorpresa, ho pensato che le cose potessero davvero cambiare. Abbiamo urlato, abbiamo protestato, ma siamo stati arrestati e uccisi, e anche questa volta è successo lo stesso”.
A questo punto le domando come immagina il futuro dell’Iran, visto che un intervento armato da parte di Stati Uniti e Israele appare sempre più probabile. Yasemine mi risponde in maniera netta: “Le autorità non hanno alcuna intenzione di mollare la presa. È un sistema di potere incapace di riformarsi, qualsiasi concessione nei confronti dei manifestanti rappresenterebbe una perdita di legittimità. Per questo lo scontro è inevitabile”.
E se la Repubblica Islamica dovesse implodere si profilano due scenari: una dittatura militare o il ritorno della monarchia, nella persona di Reza Pahlavi, il figlio dello scià deposto nel 1979. La diaspora, in particolare quella americana, sembra non avere dubbi: l’Iran deve tornare a essere guidato da un re, come è avvenuto per gran parte della sua storia millenaria.
“Al momento è l’unico leader che abbiamo, è la persona migliore per un eventuale periodo di transizione”, commenta Yasemine. Non sembra del tutto convinta, ma il suo punto regge: di alternative realistiche, al momento, non se ne vedono.
La rivoluzione del 1979 non ha saputo mantenere le promesse di giustizia sociale, libertà e democrazia con le quali si era presentata al popolo iraniano. I cicli di protesta si fanno più frequenti e sanguinosi, la pressione internazionale si intensifica, gli alleati voltano le spalle e la Guida Suprema Ali Khamenei è ormai prossimo ai novant’anni. Il nezam, così viene definito il sistema di potere in Iran, si avvia verso il crepuscolo.
In evidenza
- Trasformazioni urbane
- Cronaca
- Cronaca criminale












