Dragobete, il San Valentino dei Carpazi
Se San Valentino, celebrato in tante parti del mondo, è già passato, in Romania la festa locale dell’amore è oggi: il Dragobete, tradizione rurale tipica soprattutto dell’area dei Carpazi che cade il 24 febbraio e che dopo la fine del comunismo viene oggi riscoperta

shutterstock_2409518423
Dragobete, tradizione rumena di San Valentino. Schema a punto croce con cuori e coppia di uccellini © Sudowoodo / Shutterstock
La festa romena dell’amore, il Dragobete, non ha un anno di nascita chiaro, ma viene celebrata con frequenza nonostante l’adozione e la diffusione di San Valentino. Nella letteratura specialistica, Dragobete è trattato come un elemento del calendario tradizionale la cui origine è difficile da datare attraverso fonti scritte. Vive soprattutto come costume popolare: tramandato oralmente, declinato in modo diverso da regione a regione, e avvolto da magia e mistero.
Etimologicamente, il nome deriverebbe da due antiche parole slave: “dragu” (caro, amato) e “biti” (essere). “Dragubiti” avrebbe significato quindi “essere caro/amato”. Con il tempo il termine si trasforma e, nel Medioevo, “Dragubiti” diventa sinonimo di Vobretenia, Rogobete o Bragovete — nomi che suonano già molto vicini al Dragobete che conosciamo oggi.
Sono i racconti leggendari a renderlo così affascinante e tanto amato in Romania. Secondo le narrazioni popolari, Dragobete era una divinità della mitologia, spesso assimilata a Eros o a Cupido: un dio dell’amore, sì, ma con addosso il profumo del bosco, della primavera e del villaggio.
Nelle credenze tradizionali, Dragobete è anche conosciuto come il figlio di Baba Dochia, il personaggio mitico-folclorico associato alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera, usato per spiegare il tempo variabile dei primi giorni di marzo. È proprio allora che prende vita un’altra usanza: “i giorni delle Babe (delle anziane)”. Durante la prima settimana di marzo si sceglie un giorno, e il tempo di quella giornata “predice” simbolicamente come andrà l’anno personale. Una tradizione che seguiamo ancora volentieri, per il suo gusto ludico e un po’ profetico.
Come figlio di Baba Dochia, Dragobete è anche il “naso cosmico” di uccelli e animali. Nel suo giorno, gli uccelli trovano la coppia e costruiscono nuovi nidi. Da qui nasce l’idea molto umana che anche i giovani possono “fare come gli uccelli”, cioè incontrare la propria metà e persino fidanzarsi simbolicamente proprio nel giorno di Dragobete.
Nel folclore romeno c’è una scena che sembra già pronta per un documentario, con voce narrante calda e flauto in sottofondo: nel giorno di Dragobete, i ragazzi inseguivano le ragazze che amavano e le baciavano in pubblico. Da qui l’espressione “Dragobetele sărută fetele” (“Dragobete bacia le ragazze”). Un gesto ancora più significativo se si pensa che, nel villaggio tradizionale, certe libertà non erano ammesse in una giornata qualunque: di conseguenza, Dragobete era l’eccezione ufficiale, la zona franca del cuore.
Una volta, Dragobete non era fatto di regali costosi, ma di gesti simbolici: incontri, giochi, baci, piccoli rituali e quando si facevano dei regali, erano sempre piccoli, pieni di significato, e cambiavano molto da zona a zona. Si regalvano i primi fiori di primavera (bucaneve, violette/crochi), raccolti e conservati come simbolo di fortuna e amore, dolci fatti in casa, a volte oggettini affettivi (fazzoletto, nastro, qualcosa scelto o fatto apposta).
Una leggenda racconta che Dragobete sarebbe stato trasformato dalla Madonna in Năvalnic, un’erba curativa che un tempo veniva usata anche per incantesimi d’amore. In Transilvania esisteva un’usanza particolare: le anziane andavano nel bosco a raccogliere il năvalnic. Prima di strapparlo, alla radice lasciavano miele, zucchero e farina, pronunciando il nome della ragazza per cui l’erba veniva colta: così, si credeva, la magia poteva compiersi.
Le credenze popolari sono tantissime, e Dragobete, questo personaggio fantasy locale, non andava assolutamente ignorato. C’era una “voce dal popolo” che suonava più o meno così: chi non celebra Dragobete non si innamorerà quell’anno, gli andrà male e si ammalerà. E se due innamorati non si baciano a Dragobete, si lasceranno entro lo stesso anno. Per essere amati per tutti i dodici mesi, poi, i giovani dovrebbero bere tè di rametti di ciliegio, e così via. Insomma: con Dragobete non si scherzava.
Eppure, durante il comunismo, Dragobete è rimasto soprattutto uno spirito. Non essendo una festa ufficiale, non veniva promossa dallo Stato, perché il regime scoraggiava le manifestazioni religiose e molte tradizioni legate al calendario popolare. È stato dopo il 1989 che è arrivato il “recupero” di massa del Dragobete: un ritorno all’identità nazionale, alle tradizioni popolari e, soprattutto, a quelle piene di cuore.
Ormai da parecchi anni, con l’arrivo di San Valentino — che ha conquistato mezzo mondo — il Dragobete viene percepito in modi diversi. C’è chi lo vive con orgoglio, con l’idea: “Non importiamo soltanto, abbiamo anche noi una festa dell’amore”. E c’è chi, pensa invece: “Ma perché non festeggiare due volte?”. In fondo, se non celebriamo l’amore, allora che cosa ci rimane?
In generale, nella percezione dei miei connazionali noto un atteggiamento più “da marketing” verso San Valentino: lo festeggiano tutti, lo dobbiamo fare anche noi, non se ne può fare a meno. E, in parallelo, un approccio più simbolico e caloroso nei confronti del Dragobete, come se questa ricorrenza fosse più delicata e dedicata a segni, memoria e magia.
Al di là delle differenze di percezione, fatto sta che, in Romania, verso l’inizio della primavera, le ricorrenze in cui l’amore è protagonista si susseguono come una serie TV senza pause: 14 febbraio: San Valentino; 24 febbraio: Dragobete; 1 marzo: Mărțișor, dedicato alle donne; 8 marzo: Giornata internazionale della donna. Un periodo piuttosto intenso… soprattutto per chi, tradizionalmente, sente sulle spalle la missione di “fare bella figura”.
In evidenza
- Trasformazioni urbane
- Cronaca
- Cronaca criminale











