Garganide, viaggio tra i santuari

Ultima puntata del cicloviaggio attraverso il Gargano. Dalla costa adriatica si risale verso Monte Sant’Angelo e San Giovanni Rotondo per poi ritornare al punto di partenza, San Severo. Santuari, salite e sogni dal Gargano

13/02/2026, Fabio Fiori
Garganide, San Giovanni Rotondo. Foto: Fabio Fiori

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Garganide, San Giovanni Rotondo. Foto: Fabio Fiori

Gran finale garganico! Gran parata di santi, santuari, conventi: Monte Sant’Angelo, San Giovanni Rotondo, Convento di San Matteo Apostolo, San Marco in Lamis, Convento di Santa Maria di Stignano, San Severo. Anno 493, inaugurazione del Santuario di Monte Sant’Angelo, tre anni dopo l’apparizione di San Michele. Anno 2004, inaugurazione della Chiesa di Padre Pio, che più che una chiesa è per dimensioni un palasport della fede, con 6.500 posti all’interno, a cui si possono aggiungere 30.000 persone nella piazza esterna. In ottanta chilometri s’attraversano 1500 anni di storia e architettura cattolica, dai santi apostoli al Santo “uomo come noi”. E, come in ogni pellegrinaggio che si possa dir tale, è necessario sudare, anche in una tiepida giornata d’ottobre. Perché in bici la salita dalle acque adriatiche alle creste garganiche è impegnativa.

Garganide, SS272. Foto: fabio Fiori.

Garganide, SS272. Foto: Fabio Fiori.

Precisamente, dal bivio per Monte Sant’Angelo della SS89 Graganica, 671 metri di dislivello in 10 km. Quindi una salita con una pendenza media quindi del 7% e punte del 12%. Ma le visioni adriatiche celesti distraggono dalle fatiche, involano i pensieri, cantano i deragliatori. Con corona anteriore a 53 denti e una posteriore a 40 denti, andando piano piano, anche un quasi sessantenne può permettersi oggi di pedalare da Manfredonia a Monte Sant’Angelo, di farsi cavaliere su ferreo corsier del XXI secolo. Perciò la mia, la nostra gratitudine va quindi sempre a Tulio Campagnolo, un ciclista sportivo appassionato, un artigiano imprenditore geniale! Inventò il deragliatore moderno, rivoluzionando il ciclismo e permettendo a tanti di affrontare salite che fino ad allora erano state ad appannaggio esclusivo dei campioni.

Verso Monte Sant’Angelo

In una breve sosta su un tornante vengo folgorato dalla bellezza d’un guardrail zincato che compone un trittico d’orizzontalità adriatiche con l’azzurro pallido del cielo e il grigioverde del mare. Sono all’incrocio con l’altra salita orientale che porta al paese, forse ancor più spettacolare, pedalata qualche anno fa. Quella che s’inerpica nel bosco del versante nord del crinale, che parte dal bivio di Monte Saraceno e arriva fin qua. Il paese è un nido bianco, cresciuto attorno alla Grotta del Santo che s’è fatto Santuario, difeso in antico dal Castello, d’origine longobarda. All’arrivo mi regalo una merendina con un’unica fetta del pane gigante tipico del paese e olive su una panchina di Via Belvedere. Poi m’immergo in quell’antichissimo e potentissimo, anche per i non credenti, sotterraneo che porta all’Altare delle Impronte. Giorno feriale, pochi pellegrini alla seconda messa del mattino. Qualche persona in fila al fianco dell’altare per vedere, accarezzare e baciare il vetro che protegge la sacra statua dell’Arcangelo guerriero. Ma ciò che suggestiona di più il pellegrino laico, camminante o pedalante che sia, sono le impronte di mani e piedi, le date di visite e incontri incise sui muri che compongono un plurimillenario abbecedario calendario fabulario del viandante.

Monte Sant'Angelo. Foto: Fabio Fiori

Monte Sant’Angelo. Foto: Fabio Fiori

La bici è prodiga di regali, ma chiede fatica e tempo. Perciò la prima tappa del pellegrinaggio è breve, anche se la strada per San Giovanni Rotondo è quasi tutta in discesa. Il paese si trova su un altopiano agricolo a 500 metri d’altezza, molto diverso dal Gargano pietroso che ho lasciato alle spalle. È una piana di terra rossa, in cui il mandorlo sostituisce l’ulivo.

A San Giovanni Rotondo

Arrivo a San Giovanni in tarda mattinata e ritrovo l’amico Gianfranco, che avevo salutato qualche giorno fa a Lesina, che qui è cresciuto e che il Santo l’ha conosciuto da bambino e che mi tratteggia in pochi minuti una breve storia della prima santificazione dell’Italia del dopoguerra, anche televisiva. Perché le trasmissioni nazionali inaugurano nel 1954, decennio in cui “Padre Pio il frate delle stimmate”, riprendendo il titolo di un breve documentario del 1969, è già una star internazionale. Tanto che tra le centinaia di migliaia di pellegrini che gli fanno visita, nel 1948 c’è anche un giovane prete polacco che si chiama Karol Wojtyła. Anch’io rendo omaggio al Santo, con una tripla visita, rigorosamente in ordine cronologico e architettonico: prima chiesa del 1629, la seconda del 1959, la terza del 2004, in un crescendo che va di pari passo con la notorietà del frate amato dal popolo.

San Giovanni Rotondo, il corpo di Padre Pio. Foto: Fabio Fiori.

San Giovanni Rotondo, il corpo di Padre Pio. Foto: Fabio Fiori.

Vista la brevità delle giornate d’ottobre è già tardi quando risalgo in sella. Così a San Marco in Lamis mi posso permettere solo un’aranciata in piazza Padre Pio. Mentre sistemo la bici per ripartire, m’appare un vecchio che ha le sembianze del frate, per postura barba e saio rabberciato, muto allungando una mano mi chiede la lattina vuota. Gliela do e mi offre in cambio tre mandorle. Mi ringrazia ancora con un inchino e velocemente dispone i suoi umili averi contadini in vendita: mandorle e corbezzoli, mazzetti di finocchietto selvatico e foglie d’alloro, bottigliette d’olio. Una cinquina di garganica sacra frugalità. D’erbe e frutti utili a sfamare anche lo spirito di chi cerca una relazione insieme antichissima e nuova con la terra. Nel suo misterico silenzio con il suo erbicolo altare, il vecchio m’appare come un veggente, colui che c’indica un altro modo di stare al mondo, di vivere il tempo.

Fine viaggio

Sul treno di ritorno mi rimmergo nelle allucinatorie cronache internazionali che celebrano la pace di Gaza voluta da Trump, in cui il sangue si tramuta in dollari, in cui una città rasa al suolo si trasforma in Riviera, in cui la realtà si trasmuta in reality. Per fortuna alzo gli occhi dallo smartphone e l’Adriatico oltre al finestrino è visione lenitiva, è rinnovata rêverie. Anch’io come Hesse ho concluso il mio pellegrinaggio in Oriente; lui in compagnia mistica della Lega, io in solitudine spensierata della bici. Mi permetto infine di parafrasarlo, concludendo che i personaggi dei racconti di viaggio sono di solito più vivi e reali dei loro scrittori. Così chiudo la pagina del mio Die Morgenland-Fahrradwallfahrt.

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