Slovenia, l’ufficio per le deportazioni

Un ufficio per le deportazioni, è questa la proposta fatta dal deputato del Partito Democratico sloveno (SDS) Žan Mahnič. Ufficio che verrà creato nel caso dovesse vincere le elezioni di marzo

12/02/2026, Stefano Lusa Capodistria
© Linaimages/Shutterstock

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I metodi del presidente americano Donald Trump piacciono ad alcuni in Europa e piacciono anche a una parte della politica slovena. La caccia al migrante potrebbe diventare una pratica da imitare ed esportare anche nel Vecchio Continente.

Il deputato del Partito Democratico sloveno (SDS) Žan Mahnič non ha dubbi e, nell’ultima seduta del Parlamento, in vista delle elezioni di marzo, ha annunciato che, una volta al potere, il suo schieramento istituirà un ufficio per le deportazioni: un dipendente, due assistenti, due autobus e venti agenti di polizia incaricati di ricacciare oltre confine tutti coloro che si trovano illegalmente nel Paese.

Mahnič è considerato uno dei volti più duri e radicali dei democratici; per molti è il simbolo della deriva autoritaria che starebbe prendendo la politica slovena. La sua è una retorica che punta sulla normalizzazione della repressione, dove la parola d’ordine sembra essere legge, ordine, conservazione della nazione e delle sue tradizioni per difendere una cittadella oramai assediata.

Il giovanotto (classe 1990) è stato segretario di Stato per la sicurezza nazionale nell’ultimo governo di centrodestra. Durante le manifestazioni anticovid, quando i reparti speciali fecero ampio uso di lacrimogeni e idranti per disperdere la folla, la sua presenza nel centro operativo della polizia non passò inosservata.

Žan Mahnič - Foto di Bruno Toič CC BY 3.0

Žan Mahnič – Foto di Bruno Toič CC BY 3.0

Nel centrodestra sloveno ormai si pregusta la vittoria alle prossime elezioni e in molti si preparano a riprendersi il potere. Per alcuni, quella di Mahnič è una presa di posizione logica e necessaria: le migrazioni sono un problema, un grosso problema, e in Slovenia — sostengono — la situazione sarebbe ormai fuori controllo.

Per altri, anche all’interno dello stesso centrodestra, il focoso deputato farebbe bene a tenere a freno la lingua: le sue uscite rischiano infatti di mobilitare ancora una volta l’elettorato di centrosinistra, che come spesso accade potrebbe andare a votare “turandosi il naso” pur di evitare il ritorno al potere del centrodestra di Janez Janša, con i suoi sogni di una democrazia sempre più autoritaria.

Le dichiarazioni di Mahnič, com’era ampiamente prevedibile, hanno sollevato una ridda di polemiche. Senza mezze misure, c’è chi ha puntato il dito contro la destra accusandola di voler istituire una sorta di ICE in salsa slovena, magari con licenza di aprire il fuoco contro i propri cittadini.

In campagna elettorale

La strategia elettorale del centrodestra, e la sua retorica, sembrano uguali ovunque. Da Washington a Parigi, passando per Budapest e arrivando a Lubiana, il messaggio è sempre lo stesso: la questione migratoria diventa il cuore della campagna elettorale anche laddove di migranti ce ne sono ben pochi, in Paesi in cui il colore della pelle dei residenti si limita a poche sfumature di bianco — a onor del vero, tutte piuttosto chiare.

Il premier Robert Golob e la sua coalizione chiedono ai cittadini di scegliere alle urne ancora una volta una “Slovenia normale”, capace di evitare derive autoritarie: un Paese solidale e aperto alle diversità.

Al di là dei buoni propositi, però, solo pochi giorni prima delle dichiarazioni di Mahnič, l’esecutivo di centrosinistra ha stabilito che quest’anno la Slovenia non accetterà richiedenti asilo o migranti ricollocati da altri Stati membri dell’Unione europea, come previsto dal meccanismo di solidarietà. Lubiana verserà invece alle casse comunitarie 1,8 milioni di euro.

Una decisione che non sorprende più di tanto, visto che lo stesso Golob aveva lasciato intendere come i diritti umani possano diventare relativi quando entra in gioco la sicurezza.

Il caso Novo Mesto

Dopo una rissa finita in tragedia a Novo Mesto, il governo non ha esitato ad approvare in fretta e furia un pacchetto sicurezza che concede maggiori poteri alla polizia e alla guardia di finanza. Nel mirino soprattutto la comunità rom della Bassa Carniola, dove i rapporti con gli altri residenti sono tutt’altro che idilliaci.

Grazie alle nuove norme, alcuni si sono visti pignorare le sovvenzioni sociali, altri le automobili o altri beni, a causa della morosità nei confronti dello Stato: perlopiù multe e sanzioni non pagate.

La norma, applicata su scala nazionale, non ha ovviamente colpito soltanto la comunità rom. I servizi sociali hanno fatto sapere che non è opportuno lasciare famiglie indigenti completamente senza mezzi di sussistenza.

Nel frattempo, nel Paese sono state istituite due zone rosse: una alla periferia di Novo mesto, in prossimità di alcuni insediamenti rom, e una a Lubiana, nell’area della stazione ferroviaria e del centro sociale Metelkova.

L’intento dichiarato è prevenire fenomeni che, nella maggior parte dei casi, non vanno molto oltre la microcriminalità. Secondo alcuni osservatori, sarebbe stato possibile gestire la situazione facendo ricorso alle norme già esistenti.

Le nuove leggi non dispiacciono certo al centrodestra, che, qualora tornasse al potere, saprà certamente applicarle. Se fossero state approvate da un governo conservatore, avrebbero probabilmente scatenato proteste di piazza e accuse di derive autoritarie.

Verso le elezioni politiche

La Slovenia resta un Paese tendenzialmente di centrosinistra. Per vincere, il centrodestra deve sperare in una bassa affluenza alle urne, potendo contare su un elettorato tradizionalmente più disciplinato. Studi recenti suggeriscono però che qualcosa sta cambiando. Una ricerca tra i giovani mostra un crescente interesse per la politica e un aumento di coloro che si dichiarano di destra o di estrema destra.

Segnali inquietanti arrivano anche dall’area costiera. Capodistria, Isola e Pirano, dopo l’esodo della comunità italiana nel dopoguerra, erano vere e proprie roccaforti rosse; a Capodistria, ad esempio, nessuno mette in discussione il nome della piazza principale dedicata al maresciallo Tito.

Eppure, di recente, ha fatto scalpore un concerto in un noto locale di Portorose durante il quale non sono mancati saluti romani e persino una bandiera con la croce celtica. Pochi giorni dopo, una quindicina di persone si sono presentate davanti a un centro giovanile di Capodistria esibendo gli stessi simboli, lanciando slogan e alzando il braccio.

Tra zone rosse, pacchetti sicurezza ed uffici per deportazione il paese deve scegliere che strada percorrere e deve decidere se deve rifugiarsi nel nazionalismo (come sta avvenendo del resto in tanti paesi in Europa e nel mondo) o se il liberalismo ha ancora un senso.

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