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Yerevan, il Memoriale del genocidio (Foto z@doune, Flickr )

L'anno prossimo verranno ricordati i 100 anni dal genocidio degli armeni. Nel dibattito internazionale sul riconoscimento, una posizione particolarmente importante è quella di Israele, lo stato nato dopo l'orrore della Shoah

27/06/2014 -  Simone Zoppellaro Yerevan

Per molto tempo la questione del genocidio armeno è stata considerata tabù dal parlamento israeliano, la Knesset. Negli anni, tentativi di proporre un suo pubblico riconoscimento si sono scontrati con il veto posto dai diversi governi di Tel Aviv, timorosi di compromettere le relazioni con quello che era il principale alleato strategico nella regione, la Turchia. E questo nonostante, fin dai primi anni successivi a quei tragici eventi, non siano mancate all’interno del mondo ebraico e dello stesso movimento sionista voci di simpatia e cordoglio per una tragedia che per molti versi preannunciava gli orrori della Shoah.

La Mavi Marmara

Le cose iniziano a muoversi solo in seguito all’incidente della Freedom Flotilla del 31 maggio 2010, quando sei navi di attivisti battenti bandiera americana, svedese, turca e greca, tentano di forzare il blocco della Striscia di Gaza imposto da Israele per portare aiuti umanitari alla popolazione civile. In quell’occasione, la più grande delle navi, la MV Mavi Marmara, viene presa d’assalto dalle forze speciali israeliane, con un intervento che costa la vita a nove attivisti turchi, e provoca la sospensione delle relazioni diplomatiche fra i due paesi. Una crisi che, nonostante i tentativi di mediazione americana, non sarà più ricucita.

A meno di un anno da quegli eventi, nel maggio 2011, la Knesset affronta per la prima volta la questione del genocidio armeno in una sessione pubblica, in seguito alla proposta di Zehava Gal-On, parlamentare del partito di sinistra Meretz. Per anni, proposte come quella della Gal-On erano state affossate dagli esecutivi, con l’idea che si dovesse affrontare la questione “attraverso un aperto dibattito basato su dati concreti e fatti, e non su decisioni o dichiarazioni politiche”, secondo le parole usate nel 2009 dal ministro, e membro del Likud, Gilad Erdan. Ovvero, in parole povere, al di fuori del parlamento. Questa volta, invece, dall’alto non viene posto alcun veto, e la questione viene discussa apertamente.

Il fattore azero

Senonchè, a far deragliare anche questa volta il riconoscimento del genocidio armeno da parte della Knesset, subentra un nuovo fattore strategico della politica estera israeliana: la sua relazione sempre più stretta – in termini politici, economici e militari – con l’Azerbaijan. Un rapporto, per citare le parole del presidente azero Ilham Aliyev cablate da Wikileaks, che è come un iceberg: “per nove decimi sotto la superficie”.

Il governo della repubblica azera, diviso dall'Armenia dall’irrisolta questione del Nagorno-Karabakh, rivendicato da Baku come parte del proprio territorio nazionale, si oppone strenuamente a ogni riconoscimento internazionale del genocidio armeno, tramite azioni lobbistiche e pressioni diplomatiche nei confronti dei paesi che si apprestino a farlo. Nel caso di Israele, l’Azerbaijan trova un ottimo alleato nel partito dell’estrema destra nazionalista Yisrael Beiteinu.

Queste la parole pronunciate il 18 maggio 2011 dal vice ministro agli Esteri e membro di Yisrael Beiteinu, Danny Ayalon: “È impossibile che la Knesset possa riconoscere il genocidio armeno. È impossibile. Non possiamo permetterci di compromettere le nostre relazioni con il nostro principale partner strategico nel mondo musulmano – l’Azerbaijan – per alcune trite questioni che riguardano eventi avvenuti cent’anni fa”. E così, anche nel 2011 la questione del genocidio viene archiviata.

Il discorso di Erdoğan

Un mutamento di rotta più significativo si ha però negli ultimi mesi, quando la questione del riconoscimento del genocidio da parte di Israele torna alla ribalta internazionale, destando nuove speranze a Yerevan e fra gli armeni della diaspora. A contribuire in modo decisivo alla svolta, stando a quanto riportato dal giornalista israeliano Akiva Eldar su Al-Monitor, sarebbe stato il discorso pronunciato a sorpesa dal premier turco Recep Erdoğan alla vigilia del 99° anniversario del genocidio armeno, il 23 aprile scorso.

Il discorso, lungi dal riconoscere una volontà genocidaria nei massacri che ebbero luogo nell’Impero Ottomano a partire dal 1915, rappresenta comunque un notevole – e per molti versi inatteso – passo avanti nella questione. Per la prima volta, infatti, un premier turco rivolge le sue condoglianze “ai nostri cittadini armeni e agli armeni di tutto il mondo”.

Ciò, a quanto pare, avrebbe prodotto a Tel Aviv un certo imbarazzo, in un mondo politico tuttora dibattuto fra il desiderio di non compromettere le relazioni con gli alleati vecchi e nuovi di cui sopra, e la necessità di prendere posizione su una questione sempre più difficilmente eludibile. E ciò, in particolar modo, con le celebrazioni del centenario del genocidio armeno alle porte, nel 2015.

Di notevole importanza, in direzione di un cambiamento, sono alcuni passi compiuti di recente dall’influente comunità ebraica americana. Così, il direttore nazionale dell’Anti-Defamation League, Abraham Foxman, che dopo anni di diniego nel maggio scorso ha finalmente ammesso che quanto avvenuto a danno degli armeni negli anni della Grande Guerra possa essere chiamato genocidio. O ancora, solo pochi giorni prima, la pubblicazione di un “tributo alla memoria delle vittime dello Metz Yeghern” a firma del Comitato Ebraico Americano, che ha provocato una dura protesta da parte dell’ambasciatore turco a Washington, Serdar Kılıç.

Reuven Rivlin

Ma soprattutto, a destare molte speranze è l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Reuven Rivlin, avvenuta il 10 giugno. Accolta con giubilo dai rappresentanti dell’antica comunità armena di Israele e dalla stampa armena in genere, la notizia suscita grandi aspettative in quanto Rivlin si è dimostrato negli anni uno dei politici israeliani più impegnati nel riconoscimento del genocidio armeno.

Significative, a tal proposito, le dichiarazioni rilasciate il mese scorso dallo stesso Rivlin. Parole che sembrano riecheggiare la celebre frase che, stando a Louis Lochner dell’Associated Press, Adolph Hiltler avrebbe pronunciato nel 1939 (“Chi parla ancora oggi dell’annientamento degli armeni?”): “Chiunque ha concepito la Soluzione Finale ha avuto l’impressione che, quando sarebbe venuto il giorno, il mondo sarebbe rimasto zitto, come era avvenuto per gli armeni. È difficile per me perdonare altre nazioni per aver ignorato la nostra tragedia, e così non possiamo ignorare quelle degli altri. È un nostro obbligo morale come uomini e come ebrei”.

Degli ultimissimi giorni è infine la visita a Yerevan di una delegazione del ministero degli Esteri israeliano, per una serie di consultazioni che hanno come obiettivo l’espansione della cooperazione fra i due paesi in ambito economico e politico. Nell’occasione, la delegazione si è recata in visita al Memoriale del genocidio armeno.

Difficile dire se prevarranno alla fine posizioni concilianti come quella di Rivlin o quelle di chi ritiene “offensivo e perfino blasfemo” (così Yosef Shagal di Yisrael Beiteinu, nel 2008) paragonare il genocidio armeno e l’olocausto degli ebrei. Certo è il disagio nei confronti di chi sacrifica la memoria di migliaia di vittime sull’altare dell'interesse politico.


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