Albania del nord - foto di Andrea Pandini

Il prossimo 10 dicembre verrà inaugurato il primo convivum Slow Food in Albania. Non solo grazie al sostegno della società civile italiana ma soprattutto a seguito della volontà cocciuta di un giovane cuoco albanese, che ha voluto puntare sui prodotti locali. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

07/12/2011 -  Emanuele Cidonelli

Che il turismo in Albania possa avere un futuro se ne sono resi già conto gli imprenditori del terziario italiano, che proprio sul turismo albanese hanno incentrato la prima edizione internazionale della Fiera del Levante, tenutasi dal 14 al 16 ottobre a Tirana.

Seppure in una fase ancora poco strutturata, la manifestazione ha rappresentato un importante centro di incontro tra istituzioni e imprese, per fare il punto sulle possibilità e i limiti del territorio albanese. L’Albania, che tanto ha da offrire dal punto di vista naturalistico e storico, presenta infatti ancora forti problemi di viabilità, la mancanza di servizi, e soprattutto, la mancanza di una reale offerta culturale.

Durante questo stesso weekend però, a un paio d’ore da Tirana, in un agriturismo nei pressi di Lezhe, due importanti ONG italiane, CESVI e VIS, che da anni operano nella valorizzazione turistica delle aree più interne del Paese, organizzavano un incontro con alcune rappresentanze della comunità locale per discutere la possibilità di realizzare quello che tra pochi giorni diventerà il primo circuito Slow Food in Albania.

Siamo pastori

Quella che piccole azioni intraprese da uomini semplici, portino spesso dentro la forza di grandi rivoluzioni è una morale che in molti ci saremo sentiti predicare almeno una volta. Ma sedere al tavolo di un ristorante con la sensazione che tutto ciò che vi sta accadendo attorno valga la bellezza di un miracolo, è un’opportunità che pochi hanno potuto (o saputo) riconoscere. C’è un angolo di mondo qui in Albania, sperduto tra le colline di Fishta, dove giurereste di aver consumato il pasto più buono che vi sia mai capitato e dove quel miracolo si ripete quotidianamente.

Sono sempre pieni i tavoli del Mriri i Zanave: pieni di albanesi venuti a riscoprire l’orgoglio della loro tradizione gastronomica; pieni di turisti venuti a gustare l’estratto più genuino della cultura di questo paese; e anche pieni di cooperanti, venuti per ascoltare le storie di chi quest’oasi l’ha costruita, e respirare per qualche ora l’assaggio di un’Albania migliore, quella in cui hanno investito le loro energie e le loro speranze.

Eppure, al contrario di quanto potreste trovare in qualsiasi altro posto turistico del Paese, nel suo agriturismo il giovane Altin Prenga non cucinerà mai per voi pizza, pasta, cotolette o qualsiasi altra cosa che non faccia parte della sua cultura. Tutti i piatti si attengono infatti rigorosamente alla più antica tradizione pastorale, cucinati esclusivamente con i frutti di questa terra, presentanti nel rispetto della semplicità in cui sono nati e serviti nella corteccia e nella terracotta con l’eleganza di chi crede che servire sia, da sempre, un’arte suprema. Perché in fondo il Mrizi i Zanave è soprattutto un luogo dove si consuma un’idea, un’idea rivoluzionaria che Altin serve ai suoi clienti con ostinato entusiasmo e con un sorriso, quasi nascondesse, dietro la sua voglia di raccontarla, un segreto.

L’idea è che l’Albania, e forse anche ogni sistema culturale, può trovare già all’interno della sua storia e della sua terra quanto necessario per la propria sopravvivenza e per il proprio sviluppo e che se sviluppo per un Paese significa crescere nella capacità di confrontarsi con il resto del mondo, tale crescita non può avvenire senza una rivalorizzazione delle proprie tradizioni, incluse quelle gastronomiche.

Altin è stato per dieci anni in Italia, abbastanza per apprendere quanto la cultura del nostro Paese abbia costruito la sua grandezza sull’ostinazione con cui ha riproposto al mondo la sua cucina e le sue tradizioni più basse e popolane, proprio perché quelle costituivano la sua identità più autentica.

“Siamo un popolo di pastori. Tutti i nostri piatti più tradizionali sono piatti poveri concepiti per far parte della vita quotidiana pastorale. Anch’io sono un pastore, e non capisco

perché dovrei vergognarmene”. L’idea di Altin però è anche e soprattutto un’idea imprenditoriale, perché decidere di cucinare solo ciò che la propria terra offre, nel rispetto dei suoi gusti e dei suoi cicli stagionali, con la sola aggiunta della propria creatività, significa poter garantire un proprio marchio di qualità a costi di gestione bassi, mantenendo prezzi accessibili a buona parte dei suoi connazionali e sostenendo parallelamente la produzione agro-alimentare del proprio Paese.

100.000 Altin

Deve essere stato un gran giorno per questo ragazzo, quello in cui ha scoperto che esistevano nel mondo più di 100.000 persone che la pensavano come lui, e che queste persone avevano deciso di unirsi in una rete di esperienze e collaborazioni che porta il marchio di Slow Food. Il movimento Slow Food, di matrice tutta italiana, sostiene ormai da anni tre semplici principi con i quali è riuscito ad estendersi su 130 Paesi e circa duemila convivium: il cibo deve essere buono, pulito e giusto.

Se per Paesi come l’Italia o la Francia, Slow Food è diventata la filosofia con cui molti ristoranti hanno deciso di fare la differenza, per altri lanciati in un processo di sviluppo forse troppo rapido, come l’Albania, esso può rappresentare un valido modello alternativo di economia sostenibile, una rete di promozione attiva su scala internazionale e un forte strumento di rivalutazione e conservazione dell’identità culturale.

Del resto, se turismo ci deve essere, è importante che l’Albania arrivi a questo incontro con lo straniero forte di una propria identità culturale che non sia mero nazionalismo, ma limpida coscienza della propria storia e delle proprie tradizioni.

VIS e CESVI, che da anni operano proprio in questa direzione, non potevano non accogliere con il proprio supporto, la proposta del giovane Altin di importare la filosofia di Slow Food in Albania. Eppure se nel prossimo 10 dicembre il paese presenterà ufficialmente il suo primo convivium, non sarà per merito del VIS e del CESVI, o per l’importazione dell’ennesima tendenza italiana, ma per la volontà cocciuta di un giovane cuoco albanese che ha saputo cogliere i tempi, che ha sfidato le vie dell’emigrazione per costruire nella sua terra, e per raccontare ai giovani e ai vecchi del suo popolo che c’è un ruolo che li spetta nel processo di sviluppo del loro Paese.


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