Ucraina: un lungo inverno tra gelo, bombe e tensioni

L’emergenza freddo sta lasciando Kyiv e il resto del Paese al buio e al gelo, mentre emergono divergenze tra il presidente Volodymyr Zelens’kyj e il sindaco della capitale, Vitalij Klyčko. L’Europa intanto fatica a trovare una risposta unitaria a una crisi che si aggrava giorno dopo giorno

10/02/2026, Claudia Bettiol Kyiv
Kyiv d'inverno - © Vitalii Kazannyk/Shutterstock

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Kyiv d'inverno - © Vitalii Kazannyk/Shutterstock

Temperature che scendono sotto i -20°C che non accennano ad aumentare e attacchi russi incessanti alle infrastrutture energetiche: così l’Ucraina affronta il quarto inverno di guerra in condizioni sempre più drammatiche. 

Un altro anno senza pace si chiude e ne inizia uno, tra gelo e blackout, attraversato da nuove tensioni politiche interne e da un sostegno europeo che, pur presente, non riesce a trasformarsi in una strategia coordinata e incisiva per contrastare il Cremlino.

La catastrofe umanitaria: milioni di persone al limite

L’ultimo massiccio attacco russo risale a pochi giorni fa. Ad essere colpite, ancora una volta, le infrastrutture civili ed energetiche delle grandi città, tra cui Charkiv, Zaporižžja e la capitale, Kyiv, che aggravano una situazione già critica.

La combinazione tra bombardamenti e ondata di freddo ha trasformato l’inverno in un’arma di guerra, il peggiore dall’inizio dell’invasione russa su larga scala. Molte abitazioni sono rimaste senza riscaldamento, mentre la rete elettrica continua a funzionare a capacità ridotta.

Maksym Tymčenko, amministratore delegato di DTEK, il principale fornitore privato di energia del Paese, ha descritto la situazione come “vicina a una catastrofe umanitaria”, alimentando ulteriori dubbi sulla reale disponibilità della Russia a un processo di pace.

I numeri parlano chiaro: secondo il sindaco Vitalij Klyčko, Kyiv dispone attualmente di circa la metà dell’elettricità necessaria per funzionare: 850 megawatt sui 1.700 richiesti per garantire i servizi essenziali ai 3,6 milioni di residenti. Circa 600mila persone hanno già lasciato la capitale, mentre le Nazioni Unite indicano il 2025 l’anno più letale per i civili dall’inizio dell’invasione su vasta scala.

La resilienza quotidiana: come si sopravvive al buio e al gelo

Di fronte a un’emergenza che si rivela essere un’arma di sterminio, i cittadini ucraini hanno dimostrato una capacità di adattamento straordinaria. Sui social media proliferano tutorial e “trucchi di sopravvivenza”: mattoni riscaldati sui fornelli a gas per creare stufette improvvisate, tende da campeggio nelle camere da letto per conservare il calore, bottiglie d’acqua calda per affrontare le notti più rigide.

In tutta la città, il ronzio dei generatori diesel accompagna la vita quotidiana. Bar e negozi restano aperti grazie a questi dispositivi, mentre gli edifici residenziali rimangono spesso al buio, illuminati solo da luci LED alimentate a batteria o da piccoli generatori portatili.

Gli oltre 10mila “Punti di Invincibilità” e la metropolitana sono diventati rifugi essenziali, che offrono calore, connessione internet e, spesso, supporto psicologico. La solidarietà, qui, è la chiave di tutto.

Zelens’kyj contro Klyčko: tensioni a Kyiv mentre la città gela

A completare il quadro, le tensioni politiche interne, che si sono inasprite in modo drammatico lo scorso 14 gennaio, quando il presidente Volodymyr Zelens’kyj ha dichiarato lo stato di emergenza nel settore energetico, criticando pubblicamente le autorità municipali di Kyiv per la scarsa preparazione alla crisi.

“Nella capitale è stato fatto davvero troppo poco. Negli ultimi giorni non ho visto sforzi sufficienti: tutto questo deve essere corretto con urgenza”, ha dichiarato il presidente, paragonando la situazione della capitale con quella di altre città, come Charkiv, pesantemente bombardata ma apparentemente meglio organizzata.

La risposta del sindaco della capitale non si è fatta attendere. In modo insolitamente aspro, Klyčko ha respinto le accuse definendole “politicizzate” e sottolineando il lavoro incessante dei servizi municipali, operativi 24 ore su 24 in condizioni estreme.

Secondo diversi analisti, la responsabilità della crisi ricade sia sulle autorità centrali che locali. Viktorija Vojcic’ka, del think tank We Build Ukraine, ha osservato come il governo centrale avrebbe dovuto assumersi la responsabilità di preparare il Paese al peggio, data la situazione di guerra, mentre le amministrazioni locali hanno mostrato limiti evidenti.

Questa frattura politica, esplosa nel momento di massima vulnerabilità per la popolazione, solleva interrogativi sulla capacità di governance dell’Ucraina in una fase cruciale del conflitto, che regala l’opportunità all’aggressore di approfittare di queste debolezze e incomprensioni.

La mancanza di una visione strategica

D’altro canto, la risposta esterna, quella europea, appare frammentata e inadeguata rispetto alla portata della crisi. Alcuni Paesi hanno agito autonomamente: la Lituania ha inviato i componenti di un’intera centrale termoelettrica capace di fornire energia per un milione di persone, la Polonia ha fornito centinaia di generatori, mentre diverse associazioni – anche italiane – si sono mobilitate per inviare attrezzature e fondi.

Inoltre, alla fine di gennaio, la Commissione Europea ha annunciato ulteriori 50 milioni di euro per Naftogaz, la compagnia energetica statale ucraina, portando il sostegno totale dell’UE per l’inverno 2025-2026 a 977 milioni di euro.

Tuttavia, questi interventi appaiono più come risposte tardive che come parte di una strategia coordinata e preventiva. Non c’è stata, infatti, una dichiarazione forte e unanime del Consiglio Europeo, né un piano d’azione congiunto che mettesse la sicurezza energetica dell’Ucraina al centro dell’agenda politica europea.

La visita del Segretario Generale della NATO Mark Rutte a Kyiv dello scorso 3 febbraio – in concomitanza con la Russia che lanciava l’ennesimo attacco combinato di 70 missili e oltre 400 droni sul Paese – ha avuto un forte valore simbolico importante, ma privo di risvolti concreti.

Rutte ha visitato una delle centrali della regione di Kyiv colpita dai missili russi la notte precedente, quando le temperature toccavano i -25°C, e ha ribadito che “l’Ucraina è e rimarrà essenziale per la nostra sicurezza”. Ma tali parole, per quanto solidali, non bastano a tenere al caldo le famiglie ucraine.

La debolezza della risposta europea si inserisce, poi, in un contesto diplomatico complesso. La richiesta di Trump a Putin di evitare attacchi su Kyiv per favorire i negoziati non è stata rispettata, mentre i recenti colloqui trilaterali tra Stati Uniti, Russia e Ucraina di Abu Dhabi non hanno prodotto progressi significativi.

L’asimmetria è evidente: mentre la Russia utilizza l’energia come arma strategica – e l’inverno come alleato – l’Occidente sembra incapace di offrire una deterrenza efficace e un sostegno tempestivo.

Una prova di resistenza, ma con quale futuro?

Un sondaggio del Kyiv International Institute of Sociology rivela che il 65% degli intervistati è “pronto a sopportare la guerra per tutto il tempo necessario”. Ma anche la resistenza ha dei limiti, soprattutto quando il freddo diventa un’arma e le istituzioni appaiono divise.

L’Europa è di fronte a una scelta: diventare un attore geopolitico credibile o continuare a reagire in modo frammentato. La questione non riguarda solo l’invio di aiuti, ma la capacità di costruire una strategia capace di impedire alla Russia di usare l’inverno come strumento di pressione.

Nel frattempo, nelle strade buie di Kyiv, sotto il costante ronzio dei generatori diesel, i cittadini continuano a stringersi nelle coperte, a condividere tè caldo e a raccontarsi storie per resistere al gelo.

La loro resilienza è ammirevole, ma merita qualcosa di più di semplici parole di solidarietà: merita una risposta all’altezza della sfida che stanno affrontando, giorno dopo giorno, notte dopo notte, perché anche l’energia è un diritto umano.

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