Ucraina: sotto l’occupazione russa anche la fede diventa reato

Due sacerdoti della Chiesa greco-cattolica ucraina, rimasti dopo l’invasione su larga scala della Russia nella città di Berdyansk, non lontano da Mariupol, sono stati arrestati nel novembre 2022 e incarcerati per oltre un anno e mezzo. Abbiamo parlato con uno di loro

22/12/2025, Anna Romandash
Bohdan Geleta - Foto Archivio privato

Bohdan Geleta – Foto Archivio privato

Bohdan Geleta - Foto Archivio privato

Dopo aver occupato la città portuale di Berdyansk, in Ucraina, nel marzo 2022, le forze russe si sono affrettate a consolidare il proprio controllo. Le bandiere ucraine sono state rimosse dagli edifici pubblici, i media indipendenti sono stati costretti a chiudere i battenti e gli abitanti hanno subito pressioni affinché prendessero la cittadinanza russa. Le scuole hanno adottato i programmi scolastici russi. La presenza dei servizi di sicurezza di Mosca è diventata evidente.

Anche la vita religiosa è stata riorganizzata. Le chiese hanno ricevuto l’ordine di registrarsi nuovamente presso le autorità occupanti e il clero è stato sottoposto a interrogatori. Le regole approvate per le preghiere pubbliche all’aperto hanno suscitato perplessità.

A quasi tre anni di distanza, la città di Berdyansk è ancora sotto occupazione russa. Le istituzioni ucraine non operano più apertamente. Per il clero legato all’identità ucraina, continuare a svolgere il ministero pastorale comporta dei rischi.

“Sin dall’inizio è stato chiaro che non avrebbero tollerato nulla di ucraino”, afferma padre Bohdan Geleta, sacerdote della Chiesa greco-cattolica ucraina che ha svolto la sua missione pastorale a Berdyansk fino al suo arresto nel novembre 2022.

Geleta e un altro sacerdote, padre Ivan Levitsky, sono membri dell’ordine dei redentoristi. Sono stati tra i pochi sacerdoti greco-cattolici ucraini a rimanere a Berdyansk dopo l’invasione russa su vasta scala nel febbraio 2022. Entrambi sono stati arrestati dalle forze di sicurezza russe e tenuti in detenzione per oltre un anno e mezzo prima di essere rilasciati in uno scambio di prigionieri nel giugno 2024.

Una lunga storia di repressione

Il caso dei due sacerdoti di Berdyansk mette in luce un modello più ampio di repressione religiosa nei territori occupati, dove le autorità russe cercano di sottomettere le comunità religiose al proprio controllo, marginalizzando o sopprimendo i gruppi percepiti come politicamente sleali.

La Chiesa greco-cattolica ucraina occupa un posto importante nel panorama religioso ucraino. Segue il rito bizantino, mantenendo però la comunione con la Chiesa di Roma. Storicamente concentrata nell’Ucraina occidentale, è da tempo associata alla lingua, alla cultura e alla coscienza nazionale ucraine.

Per questo legame divenne vittima di repressione durante l’era sovietica. Nel 1946, le autorità sovietiche misero formalmente al bando la Chiesa greco-cattolica e trasferirono le sue proprietà alla Chiesa ortodossa russa. Alcuni sacerdoti furono imprigionati, altri costretti all’esilio.

Per oltre quattro decenni, la Chiesa greco-cattolica è sopravvissuta operando nella clandestinità, celebrando liturgie segrete. È emersa dall’illegalità solo dopo il crollo dell’Unione Sovietica.

“Per noi la memoria è molto importante”, afferma padre Volodymyr Boreiko, superiore dei redentoristi della provincia di Leopoli. “Riconosciamo i meccanismi quando si ripresentano”.

Oggi, nei territori occupati, come spiega Boreiko, le autorità russe stanno ripristinando i meccanismi per controllare la vita religiosa. Le forze di occupazione hanno creato “dipartimenti delle organizzazioni religiose” con il compito di monitorare il clero, costringere alla nuova registrazione e limitare le confessioni al di fuori del Patriarcato di Mosca.

“Lo scopo non è regolamentare”, afferma Boreiko, “ma soffocare l’indipendenza”.

Resistere a Berdyansk

Prima dell’invasione, la parrocchia greco-cattolica di Berdyansk era piccola, sostenendo appena qualche decina di famiglie in una città di oltre centomila abitanti. Dopo l’occupazione della città da parte delle forze russe, molti abitanti sono fuggiti. Alcuni però sono rimasti, non potendo o non volendo andarsene.

Geleta e Levitsky hanno scelto di restare.

“Siamo rimasti perché le persone venivano da noi”, Geleta. “Se avessimo lasciato la città li avremmo abbandonati”.

Quindi i due sacerdoti hanno continuato a celebrare la liturgia, a distribuire aiuti e ad assistere i civili in fuga dalla vicina Mariupol. Hanno anche fornito assistenza pastorale ai cattolici dopo che il loro sacerdote se n’era andato.

Geleta afferma che erano consapevoli di essere osservati.

“Sentivamo storie ogni giorno”, racconta il sacerdote. “Persone scomparse. Le case venivano perquisite. Alcuni sono stati picchiati, altri portati via. Le persone venivano da noi, abbiamo sentito molte storie di sofferenza”.

Nonostante tutto, ricorda Geleta, hanno cercato di mantenere una vita parrocchiale normale.

“Non ci siamo mai occupati di politica. Abbiamo pregato”.

Il 16 novembre 2022, le forze di sicurezza russe hanno arrestato i due sacerdoti. Geleta è stato arrestato in chiesa mentre si preparava per la liturgia. “Non c’erano parrocchiani, solo io con i miei paramenti sacri”.

Levitsky è stato fermato lo stesso giorno. I due sono stati trasferiti in un centro di detenzione a Berdyansk.

Trascorsi alcuni mesi, durante un interrogatorio, gli inquirenti hanno accusato Geleta – come spiega lui stesso – di essere in possesso di armi ed esplosivi e di aver partecipato ad attività sovversive contro la Russia. Afferma di essere stato accusato anche di aver organizzato preghiere a sostegno dell’Ucraina.

“Mi hanno chiesto di firmare dei documenti per attestare il rinvenimento di armi nel monastero. Ho detto loro di non poter confermare qualcosa che non ho mai visto”.

Geleta spiega che la preghiera citata dagli inquirenti in realtà era il Rosario recitato pubblicamente per la pace. Per il sacerdote, “anche solo menzionare l’Ucraina era pericoloso”.

La detenzione

Per mesi, né le famiglie né le autorità ecclesiastiche sapevano dove fossero detenuti i sacerdoti. Volodymyr Boreiko afferma che le informazioni erano incoerenti e spesso contraddittorie.

“Ci sono stati momenti in cui non sapevamo nemmeno se fossero vivi”.

Geleta spiega che le condizioni di detenzione erano pensate per esercitare una costante pressione psicologica. A Berdyansk, la sua cella si trovava vicino ad una stanza delle torture.

“Ogni giorno udivo le urla. A volte per ore”.

La musica veniva suonata ad alto volume per impedire il riposo. La quiete, ricorda Geleta, veniva deliberatamente disturbata. Successivamente, entrambi i sacerdoti sono stati trasferiti in un centro di detenzione a Horlivka, nell’area di Donetsk occupata dai russi.

“A Horlivka c’era violenza fisica”, afferma Geleta.

L’attività religiosa era proibita. “Non potevamo celebrare liturgie. Pregavamo in privato, e lo facevamo di nascosto”.

Nonostante i rischi, anche gli altri prigionieri hanno cercato un sostegno spirituale.

“Le persone si volevano confessare. Avevamo qualche minuto durante le brevi passeggiate all’aperto e riuscivamo a scambiarci parole e preghiere”, spiega il sacerdote.

All’inizio del 2024, i sacerdoti sono stati trasferiti nuovamente, questa volta attraverso il territorio russo. Dopo aver transitato per Mosca, sono stati trattenuti brevemente in una struttura di massima sicurezza, per poi essere portati verso la Bielorussia.

“Pensavamo fosse un altro trasferimento”, racconta Geleta. “Non sapevamo che si trattasse di uno scambio di prigionieri”.

Solo dopo aver attraversato il territorio controllato dall’Ucraina, i sacerdoti hanno capito di essere liberi. Il loro rilascio, nel giugno 2024, è avvenuto nell’ambito di uno scambio di prigionieri negoziato tra le autorità ucraine e russe, con la mediazione di alcuni attori internazionali, tra cui la Santa Sede.

La città di Berdyansk è ancora occupata. Le chiese ucraine operano sotto pressione o non operano affatto. Il clero legato alle istituzioni ucraine continua ad essere vittima di sorveglianza, detenzione ed espulsione.

Padre Bogdan col il suo gruppo di lavoro - Foto archivio privato

Padre Geleta col il suo gruppo di lavoro – Foto archivio privato

Dopo la prigionia

Al suo rientro a Berdyansk, Geleta si è concentrato sulla ripresa e sul ministero pastorale. Ha chiesto il permesso di lavorare con ex prigionieri, familiari di persone scomparse e unità militari.

“Molte persone, una volta liberate, hanno bisogno di un aiuto concreto”, afferma Geleta. “Non si tratta solo di preti. Migliaia di civili sono ancora imprigionati”.

Per Volodymyr Boreiko, il caso dei due sacerdoti di Berdyansk evidenzia una realtà più ampia. “Se si elimina il clero, le comunità diventano più fragili ed è più facile controllarle. Si è sempre ragionato così”.

Geleta vi vede uno schema ormai consolidato. “Non si tratta solo di religione. La Russia perseguita i credenti perché la fede è libertà”, afferma il sacerdote, aggiungendo che tutto quello che sfugge al controllo statale russo è percepito come una minaccia.

“Se qualcuno è ucraino, parla ucraino, prega in ucraino, ricorda la storia ucraina, è marchiato. Non cercano di convincerti. Cercano di eliminarti”.