Ucraina, quando la sofferenza diventa routine
Dopo l’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, una giornalista ucraina ha cominciato a registrare le storie delle persone colpite dalla guerra. In tre anni ha raccolto oltre duecento storie, vivendo un’esperienza estenuante che l’ha portata a riflettere sul significato dell’empatia nel lavoro giornalistico

Ucraina, Kherson – Ottobre 2022
Ucraina, Kherson - Ottobre 2022 © Jose HERNANDEZ Camera 51/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da New Eastern Europe)
“Perché è stato dichiarato un giorno di lutto in tutta l’Ucraina per le vittime di Kryvyj Rih? E non ci sono giorni di lutto per le vittime di Kharkiv, Kupyansk, Kramatorsk”, disse una ragazza con bellissimi capelli neri, sorseggiando un tè nella cucina del suo appartamento a Kyiv. Era la prima volta che ci incontravamo. Il mio ex compagno Vanya, che era stato mobilitato sei mesi prima, tornato a Kyiv per qualche giorno decise di riunire alcuni amici per un pranzo della domenica.
Il giorno prima, il 4 aprile, la Russia aveva colpito una zona residenziale di Kryvyj Rih, uccidendo diciannove persone, di cui nove bambini. Uno di quei casi terribili che tolgono la terra sotto i piedi a molti ucraini, almeno a quelli che non hanno ancora esaurito completamente le loro riserve di empatia.
Per me, il concetto stesso di “giorno di lutto” sembra una reminiscenza della vita precedente alla guerra, quando le persone morivano a causa di una fuga di gas in un edificio residenziale oppure a seguito di un grave incidente stradale. Ora sembra che la vita intera si sia trasformata in un infinito giorno di lutto, dove i confini di ogni singola tragedia, di ogni vita perduta, ogni casa distrutta e ogni anima devastata sono ormai offuscati e confusi.
Ci sono morti
Stando ai dati delle Nazioni Unite, fino all’inizio del 2025, in Ucraina sono ufficialmente morti più di dodicimila civili. Si tratta di una cifra approssimativa e, con ogni probabilità, il numero di ucraini uccisi dalla Russia è molto più alto. Le missioni di monitoraggio internazionali non hanno accesso ai territori occupati (come ad esempio Mariupol, dove, sempre secondo stime approssimative, sono morti circa venticinquemila cittadini). Non è possibile confermare ogni singolo decesso in queste aree.
Le cifre di cui sopra forse non sembrano così terribili, il cervello elabora il numero senza visualizzarlo. Tuttavia, dodicimila morti equivalgono, ad esempio, a circa 45 edifici di nove piani che esplodono a causa di una fuga di gas e bruciano completamente con tutti i loro residenti. Dodicimila morti equivalgono ad una trentina di aerei passeggeri Boeing che si schiantano improvvisamente e non ci sono sopravvissuti. Dodicimila equivalgono alla popolazione di una piccola città scomparsa dalle mappe in un giorno. In fin dei conti, dodicimila morti sono quattro volte il numero delle vittime dell’attentato di Al-Qaeda al World Trade Center di New York City dell’11 settembre 2001, che è ancora considerato uno degli attacchi terroristici più brutali della storia.
“Abbiamo un altro attacco. Sembra che qualcuno sia morto. Ma oggi non siamo noi, quindi stiamo bene”. Così iniziano spesso le conversazioni con mia madre, che vive a Zaporizhia, ad una ventina di chilometri dalla linea del fronte. Qualcuno è morto. Oggi non siamo noi. Stiamo bene.
Il cervello rifiuta di accettare la vera sostanza di questa conversazione. “Ci sono morti” è un classico post scriptum a conclusione dei resoconti di attacchi aerei in aree civili. Quanti morti dobbiamo vedere per provare dolore?
Assorbire il dolore altrui
Dopo l’inizio dell’invasione su larga scala, ho cominciato a registrare le prime storie delle persone colpite dalla guerra. Successivamente, sono andata a Zaporizhia per incontrare gli sfollati delle città occupate di Tokmak, Vasylivka, Melitopol, Berdyansk e poi anche Mariupol. Ogni conversazione mi ha sconvolta. Il dolore degli altri, che dovevo in qualche modo metabolizzare, era così estenuante che ancora non ricordo cosa mi sia successo in quei mesi. Ricordo soltanto il lavoro.
Una delle prime, e più difficili, storie l’ho registrata nel marzo 2022. Ho parlato in videochiamata con una donna evacuata da Kyiv verso la regione di Černihiv nei primi giorni dell’invasione russa. La famiglia aveva pensato che sarebbe stato più sicuro spostarsi, ma in autostrada i russi avevano sparato alla loro auto, piena di civili.
“Ero seduta in grembo a mia madre. Di lei sono rimaste solo le ginocchia”. Ricordo questa affermazione della donna, parola per parola.
Poi i primi civili hanno iniziato ad abbandonare Mariupol. Ho raccolto le loro testimonianze come un nastro trasportatore: un ragazzino che ha perso una gamba ed è sopravvissuto, poi un incendio nell’ospedale in cui è stato portato durante i bombardamenti, un medico di pronto soccorso che ha salvato un bambino ferito il cui cuore era visibile attraverso un foro nel petto, una donna il cui figlio di diciassette anni sanguinava a causa delle schegge; decine di persone che da sole hanno seppellito i loro parenti e vicini di casa nei campi attorno agli edifici distrutti.
Un anno dopo l’occupazione di Mariupol, stavo raccogliendo le storie dei testimoni dell’attacco terroristico ad un teatro. Quasi cinquanta conversazioni registrate su ogni dettaglio della vita e della morte in uno dei più grandi rifugi della città. Alla luce di quanto ho appreso, le notizie russe sui resti di corpi rotolati nel cemento e su un concerto tenutosi vicino alle rovine dell’edificio il 9 maggio mi hanno fatto venire una vera nausea e un forte mal di testa.
Il teatro ha iniziato ad apparire nei miei sogni. Camminavo tra le rovine, vedevo macchie di sangue, sentivo l’odore del bruciato e del vecchio intonaco, scattavo foto delle stanze dove hanno vissuto le persone, poi risuonano due esplosioni: le stesse due granate che i russi hanno sganciato il 16 marzo 2022.
Nella scuola di giornalismo ti insegnano a non lasciarti travolgere dalle storie dei tuoi soggetti. Dicono che sia una sorta di deformazione professionale, come quella dei medici che si immedesimano nella sofferenza dei loro pazienti. Quello che è scritto nei libri non sempre però funziona in pratica.
Nel periodo in cui mi recavo al fronte, mi è stato chiesto di scrivere un editoriale su come un giornalista che lavora sul tema della guerra può preservare la salute mentale. Mi sono seduta davanti al mio portatile, ho aperto il programma e mi sono resa conto che non avevo nulla da dire. Nessuno dei consigli e trucchi su come “non prenderla troppo sul serio”, “parlare delle esperienze con gli amici” e “riposare di più” ha funzionato. Nell’arco di tre anni, ho documentato più di duecento storie. Le ricordo tutte. Sono una parte enorme della mia coscienza. Come posso non prenderle sul serio?
Un profondo senso di empatia rende un giornalista un buon corrispondente di guerra, però è molto estenuante. Tutto ha un limite, anche il sistema nervoso. Un eccessivo assorbimento della sofferenza porta all’intorpidimento emotivo. Poi, nella mia testa, inizio a classificare le storie come “horror”, quando qualcuno muore; “horror classico”, quando una persona subisce, ad esempio, delle amputazioni; e “non molto interessanti”, ossia la perdita della casa, l’evacuazione, ecc. Tale insensibilità pian piano porta al disprezzo di sé. È così che si sperimenta il dolore quando diventa routine.
Insieme al mio compagno, abbiamo attraversato la maggior parte dei territori liberati, visitando le comunità in prima linea. Le esumazioni, l’odore stucchevole e dolciastro di carne marcia che penetra nelle cose così forte che ci vogliono dieci lavaggi per eliminarlo. Le macerie in un luogo segnato sulla mappa come un villaggio, senza un solo muro rimasto in piedi. Cadaveri di civili nelle strade appena liberate dai russi.
Cadaveri di occupanti. Camere di tortura, il cui interno può solo suggerire ciò che hanno dovuto sopportare le persone che ci sono state. Auto colpite da proiettili sulle autostrade. Equipaggiamenti distrutti, russi e ucraini. Le città vuote. Gli uccelli che ora vivono in appartamenti abbandonati con le finestre rotte. I fiori coltivati dalla popolazione locale accanto alle case bombardate. Gli infiniti campi densamente scanditi di crateri di granate. La città di Kherson semiallagata, i bombardamenti delle imbarcazioni di evacuazione. Percosse, omicidi, rapimenti, stupri. Soldati, civili, volontari, bambini, adulti, anziani e giovani. E la sofferenza. Una sofferenza immane, collettiva e individuale.
L’intorpidimento o la stanchezza
È maleducato parlare della “stanchezza della guerra”. Questa espressione è diventata un meme utilizzato per umiliare chi non è coinvolto nella lotta contro il nemico. Credo però che questa stanchezza sia reale e che l’abbiano sperimentata tutti quelli che negli ultimi tre anni si sono trovati travolti dalla guerra. Quando ci sono troppe tragedie, il confine tra esse si assottiglia e il cervello rifiuta di accettare così tanto dolore. Le tragedie sono diventate una consuetudine.
Penso che qualcosa di simile stia accadendo tra le persone che seguono i contenuti che pubblico. Nel primo anno, i testi sulla guerra hanno raccolto decine di migliaia di visualizzazioni. All’inizio del 2023, l’interesse ha cominciato a diminuire. I miei lettori sono stanchi della guerra. Sono stanchi di leggere di dolore, di provare empatia e di non vedere la fine della sofferenza. Per loro, un attacco ad un condominio è diventato solo l’ennesima notifica da un canale Telegram, un post che non vogliono leggere per non dover affrontare le conseguenze. E quando vedono una foto, una registrazione video o la descrizione di un altro crimine di guerra perpetrato dai russi, solitamente la ignorano.
Sono forse diventati insensibili? Un’ipotesi più probabile è che, consapevolmente o meno, evitino di provare la sensazione che nasce quando si assiste alla sofferenza. Questa è una delle strategie di sopravvivenza e di autoconservazione. Droni e missili russi colpiscono edifici residenziali quasi ogni giorno. Semplicemente non abbiamo la forza sufficiente per elaborare ogni morte ingiusta, figuriamoci le storie di chi è ancora vivo e soffre.
Eppure, alcune storie penetrano l’armatura. È difficile dire cosa esattamente può diventare un fattore scatenante per una persona in particolare: la Domenica delle Palme, un padre che ha seppellito moglie e figli, una manicure rossa o un braccialetto giallo-blu alla mano di un cadavere, un cane seduto sulle rovine di una casa sotto la quale giacciono i suoi proprietari. Tutto l’orrore della guerra, come il diavolo, sta nei dettagli. Dettagli che catturano la tua attenzione e ti portano a riflettere nuovamente sul dolore che ha colpito tutti noi in questi quattro (in realtà undici) anni. Poi il rimpianto, la tristezza e la disperazione ti inchiodano al muro così forte che non ti puoi muovere. Un vero giorno di lutto, sincero e non superfluo.
Fa male. Ma alla fine ti calmi. “No, davvero sto bene, sono ancora viva e sento tutto”, lo devi dire a te stessa. Poi ti alzi dall’abisso della morte e ti prepari per il lavoro, è lunedì. Devi vivere. “Non è ancora arrivato il nostro turno, quindi va tutto bene”.
Polina Vernyhor è una giornalista e reporter della Come Back Alive Foundation, che fornisce supporto ai membri delle Forze Armate dell’Ucraina
Questo articolo è stato ripubblicato nell’ambito di uno scambio di contenuti promosso da MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea, che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura di tematiche internazionali. Qui la sezione dedicata al progetto su OBCT
Tag: MOST | Ucraina la guerra in Europa
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