Turchia e questione curda: è possibile una “pace positiva”?

Il processo di pace con i curdi in Turchia continua: dopo l’annunciato scioglimento del PKK, si cercano strade che possano portare ad una “pace positiva”, in grado di affrontare le cause profonde del conflitto

13/03/2026, Burcu Karakaş Istanbul
Madri del sabato © Alfa Net/Shutterstock

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Madri del sabato © Alfa Net/Shutterstock

Mentre la guerra dilaga in Medio Oriente, lo Stato turco continua a cercare la pace con i curdi.

Una commissione parlamentare turca istituita nell’ambito del processo di pace ha completato i lavori con un rapporto approvato a larga maggioranza nei giorni scorsi. Tuttavia, secondo i critici il rapporto trascura questioni chiave come le passate violazioni dei diritti umani e le più ampie rivendicazioni sociali e politiche che rimangono al centro del conflitto.

Il rapporto della Commissione delinea tre obiettivi fondamentali: una “Turchia libera dal terrorismo”, il rafforzamento della democrazia e maggiore sviluppo e prosperità economica. Il partito filo-curdo DEM ha votato a favore del rapporto, allegando una nota di dissenso in cui obiettava che la questione curda non può essere trattata in termini di “terrorismo” e dovrebbe invece essere riconosciuta come una questione di diritti e libertà.

Il rapporto afferma che è stato raggiunto un ampio consenso sulla necessità di adottare le disposizioni giuridiche necessarie per il completo scioglimento del gruppo militante curdo PKK e per il processo di disarmo e consegna delle armi. I partiti politici hanno concordato sulla necessità di un quadro giuridico distinto e temporaneo per gestire il processo di disarmo e le sue conseguenze.

Fin dall’inizio, la Commissione ha adottato un approccio basato sulla salvaguardia della “dignità del curdo” e dell'”orgoglio del turco”. Dopo la pubblicazione del rapporto finale, si prevede che le normative giuridiche saranno implementate in questo quadro dopo il Ramadan.

Sebbene siano in fase di elaborazione normative sul disarmo e sul rientro dei militanti del PKK, permangono dubbi sulla possibilità che il processo possa passare da una pace “negativa” ad una “positiva”, che affronti le cause profonde del conflitto e costruisca fiducia sociale e uguaglianza durature.

Nisan Alıcı, docente presso l’Università di Derby, ritiene che una transizione verso una pace positiva non sia possibile nelle circostanze attuali. Sottolinea che il riconoscimento del diritto dei curdi a ricevere servizi pubblici e istruzione nella loro lingua madre è ancora considerato una richiesta radicale.

Secondo Alıcı, autore di “Giustizia di transizione e conflitto curdo: un approccio dal basso”, una pace positiva richiede l’attuazione concreta di una cittadinanza paritaria, l’inclusione dell’educazione alla pace nei programmi scolastici e lo sviluppo di più ampi programmi sociali.

“Affrontare i crimini del passato e le gravi violazioni dei diritti umani, compresa la garanzia della verità e della giustizia per le vittime di sparizioni forzate, è una condizione fondamentale. Tuttavia, è difficile sostenere che il governo stia attualmente dimostrando la volontà politica di eliminare le cause profonde del conflitto quarantennale”, afferma.

Il partito AKP del presidente turco Erdogan e il suo alleato nazionalista MHP hanno sottolineato che la Commissione è stata istituita per garantire che il PKK deponga le armi incondizionatamente e definitivamente. Tuttavia, l’opposizione ha costantemente sostenuto che il disarmo da solo non è sufficiente per raggiungere una pace duratura.

I curdi turchi chiedono di superare il discorso incentrato sulla sicurezza e di aprire la strada ad una democratizzazione basata sui diritti. Le politiche dello Stato turco degli anni ’90, caratterizzate da sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e fosse comuni, rimangono una dolorosa eredità con cui il Paese deve ancora fare pienamente i conti. Molte di queste violazioni sono state successivamente condannate da sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ritenuto lo Stato responsabile per non aver tutelato il diritto alla vita e non aver indagato adeguatamente su questi abusi.

La Commissione ha tenuto 20 riunioni, la prima delle quali si è tenuta il 5 agosto 2025, nel corso delle quali ha ascoltato 137 persone, tra cui membri del gruppo “Madri del sabato”, parenti delle vittime di sparizioni forzate in Turchia.

Le Madri del sabato hanno rilasciato una dichiarazione in cui criticano l’assenza delle loro richieste nel rapporto. “In un rapporto redatto all’insegna della democratizzazione e della pace sociale, negare gravi, sistematiche e continue violazioni dei diritti umani, come le sparizioni forzate, è una chiara contraddizione”, si legge nella dichiarazione.

Secondo un barometro elaborato dalla “We Live Together Education and Social Research Foundation” (BAYETAV) nella città di Smirne, sulla costa mediterranea della Turchia, il 63% degli intervistati concorda con l’affermazione “Credo che le violazioni dei diritti umani del passato debbano essere indagate per trovare una soluzione duratura alla questione curda”.

Questa percentuale sale al 90% tra i partecipanti curdi, sebbene vi sia una chiara opposizione tra gli elettori nazionalisti. Il barometro mostra che, sebbene la richiesta di confrontarsi con il passato non si limiti all’identità politica curda, non si è ancora trasformata in un consenso sociale inclusivo.

Serkan Turgut, coordinatore degli studi accademici presso il BAYETAV, afferma che i dati mostrano che il sostegno pubblico alla pace non è del tutto crollato e che esiste ancora un potenziale che potrebbe in futuro portare ad una pace positiva. “A lungo termine, questo potenziale non dovrebbe essere sottovalutato. A breve termine, tuttavia, il quadro è molto più complesso e pessimistico”, afferma.

Secondo il barometro, mentre la maggioranza sembra aperta alla pace, molti si aspettano che questa si basi sull’abbandono da parte dei curdi delle loro rivendicazioni di un’identità collettiva. Turgut afferma che per i curdi, tuttavia, la questione fondamentale è proprio ottenere un riconoscimento paritario, oltre alla propria identità. “Questa divergenza di aspettative rende la costruzione di una pace positiva particolarmente impegnativa”, aggiunge.

Serkan Turgut ritiene che il desiderio di pace sia genuino, ma che le condizioni necessarie per una pace positiva non siano ancora presenti.

“Nella migliore delle ipotesi, il processo potrebbe portare alla sospensione del conflitto attivo, mentre i problemi strutturali vengono tenuti in sospeso. Questo non dovrebbe però essere sottovalutato. L’eliminazione delle armi dall’equazione è, di per sé, significativa”.

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