Serbia, la giustizia alla fine arriva
Con una recente sentenza, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato ragione alla sociologa e politica serba Vesna Pešić, querelata dall’ex ministro dell’Interno per aver espresso considerazioni critiche sul suo conto. La CEDU, ancora una volta, emerge come l’ultimo baluardo in difesa della libertà di espressione e del diritto di criticare il potere

Strasburgo, Francia, Corte europea dei diritti dell’uomo
Strasburgo, Francia, Corte europea dei diritti dell'uomo © Forance/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da Peščanik)
Qualche tempo fa, un ministro potente aveva deciso di portare in tribunale una cittadina serba per aver osato criticarlo. Pur avendo perso la causa davanti a tutti i tribunali della Repubblica di Serbia, la donna è riuscita a sconfiggere il funzionario potente.
Il ministro si chiama Nebojša Stefanović (forse qualcuno se lo ricorda). A dire il vero, non è più ministro, però ha lasciato un segno indelebile, non solo guidando il suo dicastero, ma anche in ambito scientifico. L’ex ministro detiene ancora il titolo di dottore. Dottore di ricerca. La cittadina querelata si chiama Vesna Pešić.
Dopo una demolizione notturna nel quartiere di Savamala, avvenuta ormai quasi dieci anni fa, Vesna Pešić aveva scritto un articolo per Peščanik intitolato “Dosoljavanje” [Ravvivare il discorso], analizzando e sottoponendo ad una critica, dura e ben fondata, alcune dichiarazioni dell’allora ministro dell’Interno.
Il ministro, avendo provato un forte turbamento dello stato d’animo leggendo quel testo, aveva fatto causa a Vesna Pešić, chiedendo un risarcimento per danni morali. Riportiamo qui di seguito il frammento del testo, citato dal ministro nella causa presentata come fonte del suo turbamento.
“Solo la stupidità del ministro dell’Interno Nebojša Stefanović è insuperabile e imprevedibile. Non sappiamo ancora perché il ruolo dello stupido sia stato assegnato proprio a lui. Forse perché arriva sempre dopo Vučić per ‘tappare’ i buchi rimanenti? Quali osservazioni brillanti ha espresso questa volta? Parlando di come la demolizione di tre edifici abusivi a Savamala sia diventata la notizia principale in Serbia, l’ha definita ‘una manipolazione mediatica’. Ma davvero si è trattato solo di tre edifici? Abbiamo visto una montagna di macerie che le gru stanno rimuovendo ormai da giorni, e la demolizione si è protratta per tutta la notte. Il ministro ha sagacemente aggiunto che tali demolizioni non dovrebbero avvenire, ma anche se avvengono, non dovrebbero essere la notizia principale in Serbia. Probabilmente dovrebbero essere incluse tra i trafiletti di poco conto, o forse non si dovrebbe nemmeno parlare del fatto che persone mascherate, in piena notte, demoliscono illegalmente il centro storico della città, commettendo diversi reati. È stata un’affermazione stupida, ma quella che ne è seguita è inarrivabile. Alla domanda di una giornalista sul perché la polizia non abbia reagito dopo essere stata informata dagli addetti alla sicurezza e dai proprietari dei fabbricati demoliti, ormai disperati, di quanto stava accadendo, il ministro ha risposto che le forze dell’ordine non sono intervenute perché non si può mettere in pericolo la vita degli agenti di polizia. Avrebbero rischiato, sostiene il ministro, di morire folgorati da una scarica elettrica proveniente dagli edifici demoliti. Emerge dunque che il compito della polizia è quello di proteggere se stessa!”.
Secondo il tribunale di primo grado (Alta Corte di Belgrado), Vesna Pešić ha violato i diritti della personalità del ministro, giudicando le sue qualità personali, ossia la sua intelligenza, senza averne diritto. Il tribunale ha concluso che il testo non tratta questioni di interesse pubblico, ignorando il fatto che, come emerge anche dal frammento citato, l’articolo è stato scritto in seguito e in stretta relazione alla demolizione illegale di edifici in via Hercegovačka e nell’area circostante.
È chiaro che il testo si riferisce alle dichiarazioni pubbliche di un funzionario dello stato che, proprio in quanto tale, deve sopportare giudizi critici sui risultati del suo lavoro e della sua politica, a prescindere dal fatto che si senta offeso o meno (articolo 8 della legge sull’informazione pubblica e i media).
Il tribunale avrebbe valutato l’interesse pubblico a conoscere un’opinione critica sull’operato del ministro, mettendolo a confronto con l’interesse del ministro ad evitare qualsiasi critica, concludendo che l’interesse privato del ministro prevaleva sull’interesse pubblico.
Dopo aver esaminato il ricorso presentato da Vesna Pešić, la Corte d’appello di Belgrado ha confermato la sentenza di primo grado, riducendo però il risarcimento per danni morali arrecati al ministro dai 200 mila (circa 1600 euro) ai 150 mila dinari (poco meno di 1300 euro). Vesna Pešić ha impugnato anche la sentenza di secondo grado. Tuttavia, la Corte Suprema di Cassazione (come si chiamava allora) ha respinto il ricorso. Decisa ad andare fino in fondo, la ricorrente si è rivolta alla Corte Costituzionale, ma senza successo. Anche questa volta non si è lasciata scoraggiare, decidendo di fare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Dopo aver descritto il contesto sociale a cui si riferisce il testo di Vesna Pešić, soffermandosi anche sulle norme pertinenti della Repubblica di Serbia, la Corte ha dato ragione alla ricorrente, stabilendo che la libertà di espressione della cittadina Vesna Pešić è stata violata e che la responsabilità grava sullo stato serbo. I tribunali della Repubblica di Serbia, spiegano i giudici europei, non hanno tutelato il diritto di una cittadina di esprimere liberamente e pubblicamente le proprie considerazioni critica sulla politica di un ministro.
Nella motivazione della sentenza nel caso “Pešić contro Serbia” del 13 gennaio 2026 (ricorso n. 4545/21), la Corte ha constatato che il tribunale serbo di primo grado non ha accettato la spiegazione della ricorrente Pešić secondo cui le espressioni “stupido”, “il più stupido” e “stupidità insuperabile e imprevedibile” sono state utilizzate per esprimere giudizi di valore, pubblicati nel contesto di un evento di particolare interesse per la società serba. La CEDU ha poi sottolineato che anche il tribunale di secondo grado, pur riconoscendo i giudizi di valore della ricorrente, ha concluso che questi giudizi non riguardano questioni di interesse pubblico.
D’altra parte, la Corte europea, tenendo conto della versione integrale del testo di Vesna Pešić e delle sue argomentazioni espresse davanti ai tribunali serbi, conclude (fedele alla sua prassi decennale) che la libertà di espressione consente esagerazioni, provocazioni e utilizzo di termini offensivi, che nel caso specifico, secondo i giudici europei, rappresentano l’espressione di un giudizio critico. Questa giudizio è stato esplicitato in maniera provocatoria e pungente, utilizzando un linguaggio che può essere percepito come offensivo.
Alla luce di queste considerazioni, la Corte europea ha dato ragione alla ricorrente, affermando che si è trattato di giudizi di valore e non di affermazioni fattuali. Inoltre, la Corte ha spiegato che gli appellativi con cui è stato definito il ministro dell’Interno non sono stati utilizzati in modo arbitrario e rappresentano una risposta diretta alle dichiarazioni pubbliche del ministro sulla demolizione nel quartiere di Savamala.
Al momento della pubblicazione dell’articolo di Vesna Pešić, in Serbia era in corso un vivace dibattito pubblico sulle responsabilità e sull’inadeguata reazione della polizia ai fatti di Savamala. Le opinioni espresse nell’articolo, conclude la CEDU, non erano finalizzate a danneggiare il ministro, poiché la ricorrente è stata sufficientemente attenta spiegando con chiarezza come la polizia ha agito nel caso in questione e come il ministro ha giustificato la palese assenza di una reazione adeguata da parte della polizia. (Si vedano in particolare i paragrafi 54 e 55 della motivazione della sentenza.)
In risposta alla decisione del ministro di querelare Vesna Pešić e Peščanik, sono stati pubblicati diversi commenti sulla prassi della Corte europea dei diritti dell’uomo, analizzando la posizione della Corte sui giudizi di valore e sulle affermazioni fattuali, sul diritto di ricorrere a esagerazioni e provocazioni nelle critiche rivolte pubblicamente ai funzionari statali.
I tribunali serbi devono conoscere e rispettare questa prassi, glielo impone l’art. 18, comma 3, della Costituzione della Repubblica di Serbia. In una società democratica, la libertà di espressione prevale sulla (eccessiva) sensibilità dei ministri. Tuttavia, i nostri organismi giudiziari, compresi quelli di ultima istanza, non hanno mai prestato attenzione a questa questione.
Vesna Pešić è stata rappresentata dall’avvocata Katarina Kostić e si è avvalsa della consulenza di Saša Gajin, docente di diritto dei media. La competenza, la tenacia e la capacità di presentare in modo efficace le proprie argomentazioni sono i punti di forza di chi ha la possibilità e la volontà di combattere.
Da questa sentenza possiamo imparare molto. Innanzitutto, ci insegna che nessuno dovrebbe godere di una posizione di vantaggio nei procedimenti giudiziari e non solo. Secondo, la perseveranza paga. Terzo, la conoscenza è la migliore arma contro il potere.
Tutti i cittadini serbi che la polizia ha fermato e picchiato – rimanendo sempre in disparte di fronte alla violenza e agli insulti rivolti da mercenari privilegiati contro quegli stessi cittadini – devono capire che la battaglia sarà lunga. Se la procura dovesse rifiutare di procedere sulla base delle loro denunce, i cittadini dovrebbe ricorrere a tutti i mezzi legali previsti dall’ordinamento giuridico serbo, compreso il ricorso alla Corte costituzionale – anche se oggi, purtroppo, questa corte è inaffidabile e di parte – per poter poi eventualmente rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Anche se non dovessero riuscire a far valere i propri diritti davanti ai tribunali nazionali, la giustizia arriverà. Prima o poi.
Infine, occorre sottolineare che la Corte europea dei diritti dell’uomo con questa sentenza ha offerto un’occasione alla magistratura serba. L’articolo di Vesna Pešić è stato pubblicato su Peščanik. L’allora ministro ha citato in giudizio l’autrice e il portale, che poi hanno presentato ricorsi separati alla Corte Costituzionale. Pur trattandosi della stessa questione, la Corte ha respinto il ricorso di Vesna Pešić e ha accolto quello di Peščanik, rinviando il secondo fascicolo alla Corte Suprema per un riesame. Ad oggi quest’ultima non si è pronunciata in merito, però ha ancora tempo per farlo. Se la Corte Suprema non dovesse agire rapidamente, Peščanik potrebbe decidere di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo per irragionevole durata del procedimento davanti all’organismo di ultima istanza del sistema giudiziario serbo.
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