Se la guerra in Medio Oriente coinvolge il Caucaso del Sud
L’intensificarsi e il protrarsi della guerra in Iran e in Medio Oriente produce inevitabili effetti di ricaduta anche sul Caucaso del Sud. In questo primo approfondimento, oltre a descrivere la situazione generale, affrontiamo i rapporti Iran-Azerbaijan

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© Tom Korcak/Shutterstock
Azerbaijan e Armenia confinano direttamente con l’Iran e risultano pertanto esposti a possibili impatti immediati del conflitto. La prossimità geografica li rende vulnerabili non solo a dinamiche militari intenzionali, ma anche a sconfinamenti accidentali: missili o droni che dovessero deviare dalla traiettoria prevista o essere intercettati potrebbero cadere oltre frontiera, generando incidenti diplomatici e rischi di sicurezza.
A ciò si aggiunge il rischio di un esodo di popolazione civile in fuga dai bombardamenti o, nell’eventualità di un’escalation con operazioni terrestri, dai combattimenti diretti. Un afflusso improvviso di rifugiati rispetto ai numeri di questa prima settimana di conflitto metterebbe sotto pressione le capacità amministrative, economiche e infrastrutturali dei Paesi confinanti, con possibili ripercussioni anche sugli equilibri politici interni.
Le implicazioni non si limitano tuttavia alla dimensione strettamente militare o umanitaria. L’Iran ospita al proprio interno consistenti minoranze etniche, tra cui comunità armene e azere, la cui sorte è seguita con particolare attenzione dalle rispettive capitali. Sviluppi repressivi, instabilità diffusa o crisi umanitarie protratte potrebbero quindi trasformarsi in questioni di politica estera sensibili per Yerevan e Baku.
Parallelamente, Azerbaijan, Armenia e Georgia ospitano a loro volta minoranze iraniane e segmenti della diaspora che negli ultimi mesi si sono mobilitati contro il regime di Teheran. Il conflitto in corso ha contribuito a rafforzarne la visibilità e l’attivismo politico, con possibili effetti sulla sicurezza interna e sulle relazioni diplomatiche con l’Iran.
L’Iran, un partner commerciale
A queste dinamiche di sicurezza e di natura politico-etnica si aggiunge una dimensione economica altrettanto rilevante. L’Iran rappresenta per Azerbaijan, Armenia e Georgia un partner commerciale di primo piano, sia per l’interscambio di beni sia per le connessioni energetiche e logistiche. Un’interruzione delle catene di approvvigionamento di lunga durata, così come possibili crisi nelle forniture energetiche e nei flussi di transito, potrebbe avere un impatto significativo sulle economie della regione, già esposte a fragilità strutturali e a una forte dipendenza dalle rotte di collegamento eurasiatiche.
L’attuale fase di instabilità rende inoltre più precario lo sviluppo dei numerosi investimenti bilaterali legati al consolidamento e all’espansione del corridoio nord-sud, l’asse di collegamento tra Russia, Caucaso, Iran e India. La guerra introduce un livello di incertezza che rischia di rallentare progetti infrastrutturali, finanziamenti e partnership industriali, incidendo sulle prospettive di completamento.
Sull’altra magistrale di sviluppo regionale, il conflitto ha reso evidente la centralità del corridoio est-ovest che attraversa il Caucaso e collega l’Asia centrale e il Caspio all’Europa bypassando sia la Russia sia le aree di crisi mediorientali. Su questa direttrice si sono già registrati i primi investimenti diretti statunitensi, come il TRIPP che in queste settimane era in via di pianificazione, segnale di un rinnovato interesse strategico verso questa rotta.
Nella sua componente aerea, tale corridoio est-ovest sta consentendo il transito di voli da e per l’Oriente in un momento in cui la rotta settentrionale sopra la Russia risulta di fatto chiusa dal 2022 a seguito dell’aggressione all’Ucraina, mentre quella più meridionale, che sorvola il Medio Oriente, è soggetta a chiusure intermittenti e riaperture parziali man mano che il conflitto si espande tentacolarmente dall’area di massima tensione.
In questo quadro la stabilità del Caucaso assume una valenza ancora più strategica quale snodo alternativo e relativamente affidabile in un sistema di connessioni eurasiatiche sempre più frammentato e vulnerabile.
A meno che anche questa direttrice entri in blocco per operazioni più o meno intenzionali, come ha evidenziato l’episodio che ha interessato l’Azerbaijan.
Attacco iraniano all’Azerbaijan
Il 28 febbraio il Ministero degli Esteri azero ha diffuso avvisi ai propri cittadini presenti in Iran e in Israele, dopo che già dal 26 febbraio l’Iran aveva chiuso lo spazio aereo lungo la costa presso il confine azero. Pur mantenendo formalmente chiusi i propri confini terrestri, l’Azerbaijan ha consentito l’ingresso per ragioni umanitarie sia ai cittadini azeri sia a numerosi stranieri in fuga dal conflitto, per poi chiuderlo al passaggio di mezzi pesanti nella prima settimana di conflitto.
Nel giro di pochi giorni, diverse centinaia di persone di varie nazionalità sono state evacuate attraverso il territorio azero, confermando il ruolo di Baku quale snodo di transito.
Da subito, il ministro degli Esteri Jeyhun Bayramov ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Seyyed Abbas Araghchi, durante il quale ha espresso le condoglianze per le vittime, incluso l’Ayatollah Ali Khamenei. È stato inoltre ribadito che il territorio dell’Azerbaijan non potrà essere utilizzato contro l’Iran, sottolineando la volontà di evitare qualsiasi coinvolgimento diretto. Analogo messaggio è stato trasmesso dal Presidente Ilham Aliyev al Presidente iraniano Masoud Pezeshkian, in un quadro di gestione prudente dei rapporti bilaterali in una fase estremamente delicata.
Baku ha quindi reagito malissimo – il 5 marzo scorso – all’attacco di droni a infrastrutture civili nella zona di Nakhchivan, che è apparso intenzionale: Aliyev ha sbottato contro il terrorismo iraniano, il tradimento della fiducia in un momento in cui l’Azerbaijan aveva garantito una posizione garantista verso la legittimità e l’integrità territoriale del vicino. E poi a catena, ha chiuso ambasciata e consolato in Iran, e attivato una campagna repressiva verso presunte cellule terroriste iraniane in Azerbaijan, che mirerebbero alla comunità israeliana e alle infrastrutture sensibili del paese.
L’Azerbaijan nel frattempo mantiene relazioni strategiche solide con Israele. Nel suo primo messaggio video dopo l’inizio dell’operazione, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha esplicitamente menzionato la minoranza azera in Iran tra i gruppi chiamati a “prendere in mano il proprio destino” nel post-conflitto, dato il rilievo demografico della componente azera nel nord dell’Iran.
L’Azerbaijan è fornitore di idrocarburi ad Israele e questo è stato un elemento di tensione già in passato con Teheran. Il recente sventato attacco iraniano al porto di Ceyhan, hub turco sia azero che iracheno, è da leggere in questa direzione.
E parlando di idrocarburi, il bilancio azero era stato costruito su una previsione del prezzo del petrolio pari a 65 dollari al barile; il rialzo delle quotazioni prima verso gli 80 dollari e poi con previsioni a tripla cifra genera un potenziale extra-gettito, offrendo margini aggiuntivi in una fase di incertezza regionale.
Tale dinamica potrebbe rafforzare la resilienza finanziaria del paese e la sua importanza strategica per la chiusura di vie di approvvigionamento alternative, compensando almeno in parte i rischi geopolitici derivanti dalla guerra.







