Romania, servono lavoratori stranieri
Gravata da un deficit strutturale di forza lavoro, la Romania ha fissato a 90mila la quota lavoratori stranieri ammessi e ha avviato una modifica della legislazione per semplificare le procedure di ingresso

Bucarest, Romania, lavoratore edile
Bucarest, Romania, lavoratore edile © Mircea Moira/Shuttesrtock
La Romania affronta un deficit strutturale di forza lavoro causato dall’emigrazione di massa, dal calo demografico e dal mancato incontro tra offerta e domanda di competenze. Per il 2026 il Governo ha fissato a 90mila la quota di lavoratori stranieri ammessi e ha avviato una modifica della legislazione per semplificare le procedure di ingresso. La riforma punta a ridurre i tempi dei visti, ma incontra resistenze da parte delle imprese.
La Romania ha bisogno di lavoratori stranieri perché non dispone più di una forza lavoro interna sufficiente a sostenere il funzionamento dell’economia in determinati settori. Il fenomeno non è recente né temporaneo, ma rappresenta il risultato di fattori strutturali che si sono consolidati negli ultimi due decenni tra i quali l’emigrazione di massa, il declino demografico e l’incapacità del mercato del lavoro di assorbire o riqualificare una parte rilevante della popolazione attiva.
Secondo le stime ufficiali, quasi sei milioni di romeni vivono oggi all’estero, rendendo la Romania il Paese dell’Unione europea con il maggior numero di cittadini residenti fuori dai confini nazionali. Si tratta in larga parte di persone in età lavorativa, che hanno lasciato il Paese per salari più alti e condizioni di lavoro migliori. Questa tendenza ha inciso direttamente sulla disponibilità di manodopera nei settori produttivi interni.
A questa realtà si aggiungono le oltre 500mil persone in età lavorativa ma che non risultano occupate né inserite in percorsi di formazione o riqualificazione. Particolarmente rilevante è la quota dei giovani NEET con circa il 19,4% dei romeni tra i 15 e i 29 anni che non studia, non lavora e non segue alcun percorso di formazione professionale. Secondo i dati Eurostat, nel 2024 la Romania ha registrato il tasso NEET più alto dell’Unione Europea, cioè il 19,4% rispetto ad una media Ue che si attesta all’11,1%.
La quota fissata per il 2026
In questo contesto, il Governo ha fissato per il 2026 una quota di 90mila lavoratori stranieri che possono essere ammessi sul mercato del lavoro. La cifra è inferiore ai 100mila lavoratori autorizzati negli anni precedenti e distante dai 140mila inizialmente presi in considerazione. Secondo l’Esecutivo di Bucarest la decisione tiene conto sia del fabbisogno economico sia della capacità amministrativa dello Stato di gestire le procedure di ingresso e monitoraggio.
La quota non riflette una riduzione della domanda reale di manodopera, ma piuttosto le difficoltà emerse negli ultimi anni nel controllo dei flussi. A fronte di oltre 300mila permessi di lavoro concessi a cittadini stranieri negli ultimi tre anni, le autorità stimano che solo poco più di 100mila lavoratori risultino effettivamente presenti e attivi in Romania. Gli altri hanno lasciato il Paese, si sono spostati verso l’Europa occidentale o potrebbero lavorare in nero.
I settori con maggiore carenza
La domanda di lavoratori stranieri è concentrata in pochi comparti. Costruzioni, industria manifatturiera, agricoltura, commercio, HoReCa (industria alberghiera), logistica, servizi di pulizia e supporto amministrativo sono i settori che registrano il maggior numero di posti vacanti. In questi ambiti, la difficoltà di reperire personale locale è diventata strutturale.
Per molte aziende, soprattutto piccole e medie, il ricorso a manodopera straniera è diventato l’unico strumento per mantenere l’attività.
La Romania recluta prevalentemente lavoratori extra-UE dal Nepal, Sri Lanka, India, Vietnam, Bangladesh, Pakistan e Filippine, oltre a Turchia, Serbia, Repubblica Moldova e Ucraina. Si tratta in genere di lavoratori giovani, con qualifiche di base o medie, impiegati soprattutto in mansioni manuali o operative.
Negli ultimi anni, questi flussi sono cresciuti rapidamente, ma presentano un alto tasso di mobilità. Molti lavoratori, una volta ottenuti i documenti e un primo impiego, scelgono infatti di spostarsi verso Paesi dell’Europa occidentale, dove i salari sono più elevati.
Gli stipendi offerti ai lavoratori stranieri in Romania variano in base al settore e al livello di competenza. In media oscillano tra 700 e 1.000 euro netti al mese, con livelli superiori in alcune specializzazioni delle costruzioni, della ristorazione o dei servizi alla persona. In molti casi, il contratto include alloggio e pasti, riducendo il costo della vita per i lavoratori.
Se rapportati ai Paesi di origine, questi salari risultano competitivi. Se confrontati con Germania, Italia o Francia, restano invece poco attrattivi, alimentando la migrazione secondaria verso altri Stati membri dell’UE.
La modifica della legislazione
Di fronte a queste criticità, il Governo ha avviato una modifica della legislazione sui lavoratori stranieri. Il progetto di Ordinanza d’urgenza, discusso all’inizio di gennaio a Palazzo Victoria, sede del Governo romeno, mira a semplificare le procedure di ingresso, ridurre i tempi di rilascio dei visti e a rafforzare il controllo sulle agenzie di reclutamento.
“Con questo progetto di ordinanza intendiamo facilitare l’accesso degli imprenditori romeni alla forza lavoro proveniente da Paesi terzi, in un contesto in cui la crisi della manodopera è una realtà nazionale”, ha dichiarato Valentin Vătăjelu, spiegando che l’obiettivo è ridurre drasticamente i tempi di rilascio dei visti, oggi arrivati fino a nove mesi o un anno.
Secondo il consigliere di Stato, la riforma introduce regole più chiare per il reclutamento e la collocazione dei lavoratori stranieri, con l’obiettivo di garantire professionalità, tutele per i lavoratori e strumenti efficaci per prevenire sfruttamento, lavoro nero, migrazione illegale e traffico di persone, nel rispetto degli obblighi costituzionali, europei e internazionali della Romania.
Le critiche delle imprese
La riforma ha incontrato resistenze da parte del mondo imprenditoriale, in particolare delle piccole e medie imprese. Le critiche riguardano soprattutto la lista delle occupazioni carenti, giudicata rigida e poco aggiornata, e l’obbligo per le imprese di sostenere alcuni costi aggiuntivi, come il trasporto dei lavoratori o le commissioni delle agenzie estere.
Secondo le PMI, queste misure rischiano di aumentare i costi senza risolvere i problemi di fondo legati alla disponibilità di manodopera.
Il ricorso ai lavoratori stranieri consente di evitare blocchi immediati in settori chiave dell’economia, ma non risolve le cause strutturali della carenza di manodopera. Emigrazione, declino demografico e difficoltà di integrazione nel mercato del lavoro restano comunque problemi aperti.
Tag: Economia | Lavoro migrante
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