Richiedenti asilo in Croazia, vittime di un sistema repressivo e arbitrario
Pur avendo interrotto lo sciopero della fame avviato la scorsa settimana, i richiedenti asilo nel centro di accoglienza di Ježevo, vicino a Zagabria, restano irremovibili nelle loro richieste, denunciando le condizioni di detenzione, accompagnate da minacce e pressioni

Barriera di filo spinato e bandiera della Croazia
Barriera di filo spinato e bandiera della Croazia © PX Media/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da Novosti, il 24 gennaio, aggiornato il 26 gennaio 2026)
Lo scorso 20 gennaio alcuni richiedenti asilo nel centro di accoglienza di Ježevo hanno iniziato uno sciopero della fame affermando di essere vittime di “privazioni arbitrarie e prolungate della libertà, senza alcuna spiegazione o eventuali prove”. Sostengono di essere stati “detenuti con la scusa di proteggere la sicurezza nazionale, con proroghe automatiche della detenzione che vanno avanti da mesi”.
“Il giorno dopo l’inizio dello sciopero della fame, gli addetti alla sicurezza sono entrati nel campo. Hanno dichiarato espressamente che, se la protesta non fosse stata fermata, un’unità speciale di polizia sarebbe arrivata nella struttura il giorno successivo; i detenuti sarebbero stati picchiati e trasferiti con la forza in altri centri e prigioni. Sotto questa pressione, la maggior parte dei richiedenti è stata costretta a interrompere lo sciopero della fame”, si legge in una lettera firmata dai richiedenti asilo detenuti nel centro di Ježevo.
Nonostante le pressioni subite, alcuni richiedenti hanno continuato lo sciopero nei giorni successivi. La maggior parte proviene dal Caucaso settentrionale, nello specifico dalla Federazione Russa. Sono fuggiti sotto la minaccia di mobilitazione o espulsione, accusati di agire contro il regime di Vladimir Putin.
“Siamo stati trattenuti in questo centro di detenzione chiuso, con la scusa della ‘sicurezza nazionale’ per un periodo di tre mesi, dopodiché la detenzione è stata automaticamente prorogata”, spiegano i richiedenti. “Siamo stati rinchiusi senza alcuna prova, sulla base di accuse infondate. In altre parole, l’Europa ha imprigionato persone fuggite da persecuzioni, torture, prigionia e partecipazione forzata alla guerra contro l’Ucraina”.
Behind bars – Un policy paper sulla detenzione degli immigrati in Croazia, che denuncia condizioni degradanti, violazioni sistematiche dei diritti e la pratica di richiedere il pagamento dei costi di detenzione.
Redatto nel 2025 dal CMS – Centar za Mirovne Studije (Centre for Peace Studies) di Zagabria
Denunciano di essere vittima di pressioni psicologiche esercitate dagli addetti alla sicurezza che cercando di costringerli a collaborare. In caso di rifiuto di collaborare, li minacciano, direttamente o indirettamente, di ritorsioni, mentre in cambio della collaborazione promettono aiuto.
Tra i richiedenti asilo che hanno resistito più a lungo, persistendo per giorni nello sciopero della fame, c’è Gadzhi Gadzhiev, rifugiato politico del Daghestan. I suoi familiari più stretti (madre, sorella e fratello) sono in esilio in Islanda da tempo. Insieme alla moglie Maryam e al figlio piccolo, Gadzhi è fuggito dalle persecuzioni perpetrate dalle autorità russe, secondo quanto riferito a Novosti da una fonte vicina alla sua famiglia, che ha preferito mantenere l’anonimato.
“Gadzhi è finito nel mirino dei servizi di sicurezza nel 2016”, spiega la nostra fonte. “Sotto pressione, è stato costretto a firmare dichiarazioni autoincriminanti. In quel periodo, molti giovani erano stati rapiti in Daghestan. La maggior parte di loro non è mai stata ritrovata e in seguito si è saputo che erano stati uccisi dalla polizia e dai servizi di sicurezza. Di solito, nel mirino finisce chi si oppone al regime e sostiene la secessione [del Daghestan] dalla Russia, come ha fatto la famiglia Gadzhiev”.
“In un certo senso, sono stati fortunati”, precisa la fonte. “Mentre Gadzhi era illegalmente detenuto in una stazione di polizia, i giornalisti locali sono riusciti a localizzarlo. Successivamente, per coprire le proprie tracce e proteggersi, i servizi di sicurezza hanno cercato di ‘legalizzare’ la detenzione di Gadzhi, costringendolo a firmare nuovamente le accuse contro se stesso.
La sua famiglia ha quindi iniziato a criticare apertamente le autorità, come dimostra uno degli episodi più eclatanti, quando la madre di Gadzhi, già direttrice di un asilo nido e presidente del partito Donne di Russia, partecipando ad una protesta, ha definito Putin un terrorista, accusando il regime russo di aver orchestrato attentati in Daghestan”.
Alla fine, come spiega la nostra fonte, Gadzhi è stato condannato a cinque anni di carcere in Siberia, dove è stato sottoposto a tortura.
Dopo essere stato rilasciato, Gadzhi Gadzhiev è riuscito a lasciare la Russia. Dal momento in cui le autorità gli hanno confiscato il passaporto, vietandogli di allontanarsi del luogo di residenza, Gadzhi ha deciso di cambiare il suo cognome, prendendo il nome da nubile di sua madre. Così è riuscito ad ottenere un nuovo passaporto con il cognome diverso ed è immediatamente fuggito, prima in Turchia.
Nel tentativo di ricongiungersi alla sua famiglia, Gadzhiev è entrato in Croazia con la moglie e il figlio il 5 dicembre 2024. Due giorni dopo, hanno preso un volo da Budapest per l’Islanda dove hanno presentato domanda di protezione internazionale. Tuttavia, citando il Regolamento di Dublino – secondo cui lo stato membro attraverso i cui confini un richiedente asilo è entrato per la prima volta nell’UE è il principale responsabile dell’esame della domanda di protezione internazionale – le autorità islandesi hanno richiesto la loro espulsione in Croazia. La decisione è stata attuata di recente, appena un mese dopo che Maryam ha dato alla luce due gemelli con taglio cesareo.
“Inoltre, l’espulsione è stata effettuata senza fornire i documenti di viaggio necessari per i gemelli appena nati. Le autorità islandesi hanno affermato che la Croazia sarebbe stata in grado di garantire condizioni adeguate e il rispetto dei loro diritti”, spiega la fonte vicina alla famiglia.
“Oggi, le conseguenze di questa decisione sono evidenti e devastanti. La famiglia è stata gravemente traumatizzata dal trasferimento forzato e dalla successiva separazione. Una donna in fase di recupero da un grave intervento chirurgico, rimasta sola con un bambino di due anni e due neonati, si ritrova senza alcun sostegno da parte del marito, detenuto in un campo chiuso. Ad oggi, i gemelli appena nati non hanno documenti validi né sono ufficialmente registrati in Croazia, ritrovandosi in un vuoto giuridico, privati dei loro diritti e delle tutele fondamentali”.
I richiedenti asilo rinchiusi a Ježevo, la cui detenzione è stata estesa di altri tre mesi, chiedono “una revisione urgente e indipendente della legalità di tali detenzioni e della pratica di prorogare in automatico la detenzione senza spiegazioni”. Chiedono inoltre “la fine immediata delle pressioni, delle minacce e dei tentativi di manipolazione, il ricongiungimento delle famiglie separate con la forza e il rilascio dei richiedenti asilo che non hanno commesso alcun crimine”.
“Le nostre condizioni di salute stanno peggiorando rapidamente. Siamo stati costretti a ricorrere a misure estreme avendo esaurito tutti gli altri mezzi nel tentativo di far sentire la nostra voce”, affermano nella lettera.
Abbiamo contattato il ministero dell’Interno, responsabile del centro di accoglienza per stranieri di Ježevo, che dovrebbe ospitare solo le persone colpite da un provvedimento di espulsione definitiva dalla Repubblica di Croazia. Al momento della stesura di questo articolo, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.
Quello dei giorni scorsi non è stato il primo sciopero della fame a Ježevo. La Corte di Strasburgo per ben due volte ha condannato la Croazia per aver violato i diritti delle persone detenute a Ježevo.
Stando alla normativa vigente, la misura che limita la libertà di movimento dei richiedenti protezione internazionale può avere una durata massima di tre mesi, con la possibilità eccezionale di una proroga di ulteriori novanta giorni. Negli ultimi anni, le organizzazioni per i diritti umani hanno registrato diversi casi di violazione di questa norma anche ai danni dei rifugiati provenienti dalla Federazione Russa.
Stando alle statistiche, i cittadini russi sono tra i richiedenti protezione internazionale più numerosi in Croazia dall’inizio della guerra in Ucraina. Solo lo scorso anno sono state presentate 3.227 richieste di asilo. La maggior parte delle richieste è stata respinta o è ancora in sospeso, confermando la politica restrittiva che il ministero dell’Interno croato persegue ormai da anni.
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