Migrazioni in Grecia: quando la deterrenza disumanizza

Il governo di Atene sta attuando misure sempre più restrittive per dissuadere i rifugiati dal richiedere la protezione internazionale in Grecia. Per l’UE e le Ong internazionali si tratta di strategie illegali, mentre l’opposizione greca denuncia pratiche inumane

28/01/2026, Matthieu Guillemin
Bandiera UE e migranti © Bartolomiej Pietrzyk/Shutterstock

Bandiera UE e migranti

Bandiera UE e migranti © Bartolomiej Pietrzyk/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Le Courrier des Balkans, il 6 gennaio 2026)

“La dottrina Plevris”, così in Grecia viene definito l’inasprimento delle politiche migratorie voluto da Thanos Plevris, ministro delle Migrazioni dal giugno 2025. Da tempo ormai Plevris sostiene che “a volte le morti siano necessarie per proteggere i confini” e che “l’inferno debba apparire come un paradiso” ai migranti. Col tempo questa retorica ha superato la mera provocazione e oggi funge da principio guida di una esplicita politica di deterrenza attraverso la sofferenza.

Un disegno di legge, approvato dal parlamento greco l’11 luglio 2025, con 177 voti a favore e 74 contrari, ha sospeso per tre mesi la procedura di asilo per i migranti provenienti dal Nord Africa. La misura, definita “severa, ma assolutamente necessaria” dal premier Kyriakos Mitsotakis e attivamente sostenuta dal ministro Plevris, ha consentito il rimpatrio dei rifugiati senza alcuna valutazione della loro situazione e senza previa procedura di identificazione.

Diverse organizzazioni per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch, Amnesty International Grecia, il Consiglio greco per i rifugiati (GCR), Refugee Support Aegean (RSA) e il Centro legale di Lesbo, hanno denunciato la natura discriminatoria della nuova legge, considerandola contraria alla Convenzione di Ginevra e al diritto europeo perché autorizza detenzioni arbitrarie e respingimenti illegali.

Sul fronte politico, i principali partiti di opposizione – SYRIZA (Alleanza progressista), PASOK (Movimento per il cambiamento), MeRA25 – e alcuni deputati indipendenti hanno definito la norma “sostanzialmente incostituzionale e disumana”, vedendovi una grave violazione dello stato di diritto e una pericolosa stigmatizzazione dei cittadini provenienti da paesi africani.

Emerge dunque una critica esplicita di una politica di deterrenza che, con la scusa di controllare i flussi migratori, aggira gli obblighi internazionali della Grecia in materia di protezione dei rifugiati.

La vicenda di Rethymno ne è un esempio paradigmatico. Il 6 luglio 2025, 442 migranti, sbarcati in questa piccola città sull’isola di Creta, sono stati trasferiti in una località nei pressi di Chania, per poi essere riportati al punto di sbarco dove sono stati tenuti all’aperto fino al 9 luglio, esposti al sole e costretti a dormire sull’asfalto.

Le desolanti condizioni di accoglienza, create deliberatamente dalle autorità, illustrano al meglio l’attuazione concreta della politica di deterrenza perseguita dal governo di Atene.

Conseguenze dirette e indirette

L’attuale ministro delle Migrazioni, con le sue dichiarazioni e azioni, incarna questa politica brutale. La sospensione delle domande di asilo ne è un esempio lampante, per le sue immediate conseguenze umanitarie, ma anche per gli effetti a lungo termine.

Per tre mesi ai rifugiati è stato negato il diritto di asilo, e di conseguenza anche l’accesso a cibo, assistenza sanitaria, alloggi sicuri e uno status giuridico provvisorio, spingendoli di fatto nell’irregolarità. La sospensione delle procedure di asilo non è stata accompagnata da alcuna garanzia alternativa, lasciando tantissime persone in un limbo giuridico e materiale.

I fatti di Rethymno si inscrivono in un contesto più ampio caratterizzato dalla dottrina della deterrenza, promossa continuamente da Thanos Plevris. Il ministro afferma che “le persone nei campi di detenzione mangiano fin troppo bene” e che il ministero da lui guidato “non è un albergo” per migranti. Dichiarazioni che ben illustrano una strategia di normalizzazione della retorica xenofoba nel dibattito pubblico greco, dove il discorso ostile accompagna e giustifica sistematiche violazioni del diritto di asilo.

La politica di deterrenza portata avanti dall’attuale governo di Atene è quindi una combinazione di misure anti-immigrazione e discorsi xenofobi e dissuasivi, proclamati a gran voce. Non si tratta però di un fenomeno nuovo. Abbiamo assistito a violazioni analoghe dei diritti dei rifugiati anche prima della nomina di Thanos Plevris come ministro delle Migrazioni.

Nel 2020, in un contesto segnato dalla pandemia da Covid-19, diverse organizzazioni internazionali, tra cui Human Rights Watch, avevano denunciato la prassi di trattenere arbitrariamente migliaia di migranti al loro arrivo in Grecia, presumibilmente per prevenire la diffusione del coronavirus. Il diritto d’asilo era stato semplicemente revocato, ignorando tutte le garanzie sanitarie. Costringere individui – compresi bambini e donne incinte – “a vivere in condizioni insalubri, ammassati insieme, è degradante e disumano”.

Nei campi temporanei di regola non c’è quasi alcuna ventilazione, i servizi igienici sono inadeguati e l’accesso all’acqua potabile e alle cure mediche è limitato. Tutto questo in spazi così ristretti che qualsiasi distanziamento sociale è impossibile. Queste condizioni favoriscono chiaramente un aumento della diffusione di malattie in assenza di misure igieniche e sanitarie adeguate.

Le violazioni del diritto di asilo e il rischio di respingimento

Sospendendo le procedure di esame delle domande di asilo, la Grecia ha violato il diritto europeo e la Convenzione di Ginevra. Per il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, con misure analoghe “si cerca di legalizzare il rimpatrio di persone a rischio di tortura o trattamenti inumani”.

Anche l’UNHCR ha espresso profonda preoccupazione, ribadendo che la gestione delle frontiere deve sempre rispettare i trattati internazionali, anche di fronte ad un aumento degli arrivi. Molti osservatori temono che le espulsioni sommarie e i respingimenti illegali si possano moltiplicare, mettendo in grave pericolo le persone vulnerabili alle frontiere europee.

Le conseguenze psicologiche per i rifugiati sono significative. Il timore di essere detenuti in condizioni estreme suscita una costante sensazione di insicurezza e umiliazione.

A livello locale, questa tensione si manifesta con violenza nelle aree di sbarco e di accoglienza. A Rethymno, il 24 giugno 2025, un centinaio di residenti ha protestato, bloccando l’accesso ad uno stadio, trasformato in campo per migranti, chiedendo l’immediato trasferimento delle persone sbarcate. La polizia è stata costretta ad intervenire per calmare la situazione. Questo è un esempio paradigmatico della radicalizzazione alimentata da un clima politico xenofobo, dove la paura degli “invasori” incoraggia azioni violente contro persone già vulnerabili.

Ampliando la prospettiva, questa politica porta all’acuirsi delle tensioni sociali sia a livello locale che globale. Il Racist Violence Recording Network (RVRN) rileva che la retorica xenofoba, che definisce i migranti come “invasori illegali”, sta diventando sempre più diffusa nel dibattito pubblico e nei discorsi ufficiali. L’utilizzo di termini dispregiativi, come “illegali”, “invasione” e “sostituzione etnica”) contribuisce al diffondersi della paura e all’aumento della violenza razzista, minando la coesione sociale.

Il rapporto annuale del 2023 del RVRN conferma questa tendenza, citando un totale di 89 attacchi specificamente rivolti a migranti, rifugiati e richiedenti asilo, un livello che non si vedeva dal 2015.

Una politica fallimentare

Contrariamente al suo obiettivo dichiarato, non vi è alcun indizio che la cosiddetta dottrina Plevris abbia ridotto significativamente gli arrivi. Al contrario, la Grecia si sta trasformando sempre più in un enorme campo di transito. Secondo un’inchiesta condotta nel 2023 dalla Displacement Tracking Matrix (DTM), appena il 7% dei migranti intervistati ha dichiarato di voler rimanere in Grecia, mentre oltre il 75% ha affermato di voler raggiungere la Germania, la Francia o altri paesi del Nord Europa.

Perseguendo una politica che infligge sofferenze fisiche e psicologiche ai migranti, la Grecia non fa altro che rinviare il problema: i rifugiati, pur rimanendo intrappolati in condizioni precarie (spesso anche privati del diritto ad un ricorso effettivo), continuano ad arrivare in Grecia perché non hanno alternative.

Sul fronte politico, la dottrina Plevris ha suscitato aspre critiche. L’Unione europea e le Nazioni Unite hanno invitato Atene a revocare misure coercitive. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha chiesto di ripristinare un accesso garantito alle procedure di asilo, mentre il Consiglio d’Europa ha parlato di una possibile azione legale contro la politica del governo di Atene considerata antidemocratica. Se la Grecia dovesse persistere, potrebbe finire sotto processo per violazione dei diritti fondamentali e ritrovarsi ancora più isolata all’interno dell’UE.

In estrema sintesi, la politica di deterrenza attraverso la disumanizzazione infligge sofferenze dirette – sanitarie, psicologiche e legali – ai rifugiati, senza alcun risultato tangibile nel controllo dei flussi migratori. Indebolisce la posizione della Grecia in Europa e mina i principi umanitari che Atene è tenuta a rispettare.

Le conseguenze indirette sono altrettanto gravi: l’estrema polarizzazione del dibattito pubblico, la normalizzazione della violenza contro i migranti, il crollo della reputazione della Grecia a livello internazionale ed enormi costi sociali ed economici a lungo termine per i migranti e per la società greca nel suo complesso

Tuttavia, pur condividendo le critiche rivolte alla Grecia per la brutalità della sua politica migratoria, sarebbe semplicistico e ingiusto indicare Atene come l’unica responsabile. Da anni ormai i paesi situati lungo i confini mediterranei dell’UE – nello specifico Spagna, Italia e soprattutto Grecia – sono costretti a farsi carico della quasi totalità dell’onere dell’accoglienza dei rifugiati, a causa della mancanza di una vera solidarietà europea.

Dietro alla dottrina Plevris e alle sue misure deterrenti estreme si cela un problema strutturale più ampio: un disimpegno collettivo per cui l’Unione europea delega alle sue periferie la gestione dei flussi migratori, rifiutando di assumersene pienamente la responsabilità.

Questo non giustifica in alcun modo i metodi coercitivi attuati dal governo greco – metodi contrari non solo al diritto europeo, ma soprattutto ai principi fondamentali della dignità umana – ma serve a ricordare che questi abusi affondano le loro radici in una politica migratoria europea fallimentare, dove la mancanza di solidarietà e la logica dell’esternalizzazione alimentano la spirale di maltrattamenti e pratiche disumanizzanti.

Questo articolo è stato ripubblicato nell’ambito di uno scambio di contenuti promosso da MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea, che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura di tematiche internazionali. Qui la sezione dedicata al progetto su OBCT