L’aquila nera di Anita Likmeta

Dopo l’esordio di “Le favole del comunismo”, la scrittrice e imprenditrice albanese e italiana di adozione ritorna con un romanzo che parla della storia rimossa del fascismo in Albania. Una recensione

30/01/2026, Diego Zandel
Esercito italiano in Albania, 7-12 aprile 1939 - Foto dominio pubblico (wikimedia)

Esercito italiano in Albania, 7-12 aprile 1939

Esercito italiano in Albania, 7-12 aprile 1939 - Foto dominio pubblico (wikimedia)

L’idiosincrasia per i totalitarismi caratterizza Anita Likmeta, l’imprenditrice albanese e italiana di adozione, che si è rivelata una interessante scrittrice con il suo libro di esordio Le favole del comunismo, edito da Marsilio lo scorso anno.

Se in esso raccontava la dura esperienza della dittatura di Enver Hoxha, vissuta dalla sua famiglia e, in parte, da lei, poi emigrata in Italia dopo la caduta del comunismo, stavolta si occupa del fascismo, con un altro libro sempre edito da Marsilio.

Si tratta de L’Aquila nera, con il sottotitolo chiarificatore: Una storia rimossa del fascismo in Albania, nel quale racconta l’occupazione coloniale dell’Italia fascista, avvenuta nell’aprile del 1939, non solo militarmente, ma anche attraverso imposizioni come quella della lingua italiana, la diffusione dei manifesti con l’effige di Mussolini, delle parole d’ordine, dei giuramenti da parte di quegli albanesi succubi delle volontà ducesche che promossero la creazione del Partito fascista albanese, copia fedele di quello italiano, e un programma che “dichiarava l’intento di educare politicamente il popolo albanese”.

Anita Likmeta riproduce anche il testo del giuramento a cui sottostavano, con i fondatori, gli aderenti: “Giuro di eseguire gli ordini del duce fondatore dell’impero e creatore della nuova Albania e di servire con tutte le mie forze e, se necessario, col mio sangue, la causa della rivoluzione fascista”. In pratica un’umiliante dichiarazione di obbedienza.

Il primo di questi fondatori fu Shefqet Vërlaci, che diventò naturalmente primo ministro. Di lui Likmeta dice “era un uomo potente, che per anni aveva dominato la politica nazionale e che, in nome della continuità del suo potere personale, scelse di legittimare l’annessione dell’Albania all’Italia”.

Un altro nome di prestigio fu Xhaferr Ypi, che aveva assunto la guida del ministero della Giustizia, Ekrem Libohova, divenuto ministro degli Esteri.

Una parentesi: Lea Ypi, oggi docente di filosofia politica alla London School of Economics, nel suo bel libro Libera, Diventare grandi alla fine della storia, edito in Italia da Feltrinelli, in cui racconta la sua vita e quella della sua famiglia nell’Albania di Hoxha e delle turbolenze seguite al crollo di questa, ricorda le difficoltà che doveva ogni volta superare a scuola quando spuntava il suo cognome. Quel ministro della Giustizia fascista “traditore della nazione, nemico di classe e legittimo bersaglio dell’odio e del disprezzo nelle nostre discussioni scolastiche”, era infatti il suo bisnonno paterno. “Ogni anno, quando quel nome spuntava dai libri di testo, mi toccava spiegare da capo a tutti che non eravamo parenti”, scrive la Ypi. Quello di negare l’evidente parentela scomoda era infatti diventato, per la sua famiglia, un riflesso per proteggersi in un contesto difficile.

Anita Likmeta ci racconta più estesamente chi fossero questi uomini compromessi col fascismo. Tra gli altri Mustafa Kruja, primo ministro dal 1941 al 1943: “Un intellettuale che non si limitò a collaborare politicamente, ma cercò di giustificare ideologicamente il fascismo” come forza di progresso per il Paese, ancora piegato da una grande arretratezza. In realtà, era chiaramente uno strumento che l’Italia fascista usava per stravolgere l’identità, la cultura, la lingua albanese, sottomettendola a quella italiana. “L’Albania”, scrive Likmeta, “nella visione italiana, doveva diventare una tabula rasa su cui incidere un nuovo ordine (…) L’Albania non era solo occupata: era riscritta”.

Il fascismo, per quanto avocasse come propria l’eredità dell’Impero Romano, nella sua ignorante prosopopea si comportava in maniera opposta. Se gli antichi romani lasciavano vivere le popolazioni conquistate secondo le proprie leggi e tradizioni, il fascismo imponeva le proprie, a cominciare dalla lingua e, attraverso questa, l’intero sistema, nella becera illusione di un’aggregazione ideologica e culturale che, invece di addomesticare, ne esaltava l’azione oppressiva, facendo nascere, per contrapposizione, una resistenza attiva, emersa con forza in tutti i paesi in cui l’Italia fascista ha messo piede: nel Dodecaneso, nella ex Jugoslavia, nell’Albania appunto, e in Libia e nelle altre colonie, in cui l’Italia era stato l’ultimo dei paesi europei ad arrivare e il primo a cadere.

Profonde le ferite inferte anche in Albania. In questo senso Anita Likmeta compie un’operazione sia storica che letteraria che racconta quella tragica avventura con la partecipazione, colta ed emotiva insieme, con riflessioni e ricordi personali della scrittrice che trae ispirazione anche da quel libero pensiero di cui altri credono di trovare la chiave nelle ideologie, mentre sono proprio queste a favorire quei sistemi di massa che hanno condotto ai totalitarismi del Novecento.