La Romania dentro un vagone
Un viaggio in treno da Brăila–Bucarest può essere una vera e propria occasione per scoprire abitudini e comportamenti della società romena, una sorta di piccola Romania racchiusa in un vagone, parola di romena

La stazione di Brăila (Romania) – foto O. Dumbrava
La stazione di Brăila (Romania) - foto O. Dumbrava
Circa undicimila chilometri di ferrovie attraversano la Romania. Ferrovie che danno l’idea di trascinarsi avanti per pura ostinazione, come un vecchio impiegato che avrebbe già diritto alla pensione ma continua a timbrare il cartellino. Alle spalle, anni di sottofinanziamento, un sistema frammentato, incapace di sfruttare davvero i fondi europei. Il risultato: binari vecchi, materiale rotabile stanco.
Ci sono spesso convogli di uno, massimo due vagoni – non si sa bene se chiamarli treni o autobus su rotaia – e poi, accanto a loro, qualche treno moderno privato o delle ferrovie statali, talmente raro che sembra più un avvistamento mistico. I percorsi sono lenti. Se la velocità media imposta dalle norme europee per il trasporto passeggeri è di 160 km/h, i treni romeni raggiungono a malapena una velocità media di 55 km/h. Una lentezza che ti fa contemplare la vita, volente o nolente. Eppure, nonostante tutto, la gente continua a volerli usare, questi treni: sono pieni, affollati, vivi.
I romeni hanno spesso una certa nonchalance nel non sedersi al proprio posto in treno. Una disinvoltura quieta, trasversale alle generazioni, fondata sull’idea che “in qualche modo ce la caviamo, ci arrangiamo, vediamo”. E la cosa più sorprendente è che, quando qualcuno trova il proprio posto occupato, ci si guarda intorno e si cerca un’altra sistemazione. “Non vedi che c’è un bambino? Lascia stare, è anziano. Magari non se n’è accorto. Un posto lo troviamo.”
Il viaggio
Da questa minuscola scena quotidiana, in un vagone del Brăila–Bucarest, ha iniziato a svelarsi davanti a me un’intera Romania. Perché, simbolicamente, l’uomo giusto al posto giusto – oggi come oggi è qualcosa di piuttosto raro.
Da buona romena, ho rispettato la “tradizione” e, trovando il mio posto occupato, mi sono seduta su un altro, un posto anche migliore, da cui si vedeva quasi tutto il vagone. Accanto a me, un ragazzo, fuggito da un altro scompartimento, stava come sulle spine ogni volta che qualcuno passava nel corridoio. Lo vedevi irrigidirsi, seguire con lo sguardo ogni viaggiatore, come se pensasse: “Chissà se non è suo il posto, chissà se adesso non toccherà spostarmi.” Si è rilassato solo quando il treno ha rallentato per la sua fermata.
Io, invece, sono rimasta nel piccolo lusso di tre sedili tutti per me, a contemplare con calma il paesaggio umano, mentre in sottofondo girava ad alto volume una musica per bambini. E di nuovo, la stessa storia: come fai a dire qualcosa se la musica è “per il bambino”.
“Lasci stare, signora, cosa vuole, non sa com’è avere figli?”
Ebbene, no, non lo so davvero… ma ho ingoiato anche questa, ancora una volta, come ogni romeno.
Il problema è iniziato quando, dopo l’ultimo sorso di vodka da una bottiglietta, il padre del bambino ha deciso di alzare il volume con una musica più “antrenant” [attraente]. Qualcosa l’avrei pure detta, se non avessi visto la madre, imbarazzata, con le occhiaie scavate, e il piccolo che cominciava a piangere: non era certo la sua musica per la nanna.
Allora li ho guardati meglio. Questa giovane coppia mi è sembrata insieme coraggiosa e spericolata. Le grandi borse di rafia intrecciata, da viaggio e da mercato, non raccontavano una storia di benessere. Eppure, sono stati gli unici ad allungare la mano per comprare le iconcine del solito sordomuto che gira per i treni e che, molte volte – sorpresa – tanto sordomuto non lo è. Stavolta, infatti, ha parlato. E siccome aveva soltanto le iconcine, e non il solito arsenale di portachiavi, accendini e pupazzetti, ha tenuto a precisare che chi prende l’iconcina avrà buon viaggio e fortuna nella vita. Chi no…. “Dio ce la mandi buona”, ho aggiunto io, dentro di me.
Il giovane padre ha preso le iconcine come se fosse la cosa più naturale del mondo chiedendo anche se per caso non ci fossero dei braccialetti. Ma le cose gli sarebbero andate bene anche senza braccialetti. Perché lui ci ha creduto davvero nelle iconcine, in quel piccolo gesto, in quel “qualcosa” che lo proteggeva. È proprio questa, mi dicevo, una delle piccole, testarde forze del romeno: camminare con Dio davanti. Perché anche quando va male, ci si dice “così ha voluto Dio, così le ha sistemate Lui”.

La stazione di Bucarest Nord (Romania) – foto O. Dumbrava
Persone
A me, invece, guarda caso, non è andata altrettanto liscia. Da Buzău il mio posto è stato rivendicato con pieno diritto. Finalmente una piccola rivoluzione. Le signore sedute di fronte a me hanno deciso all’istante di “salvarmi” offrendomi uno dei posti rimasti liberi sulla loro panca
Mi sono ritrovata così immersa in un piccolo circolo di discussione sulla resistenza all’insulina. Da quando abbiamo tutti accesso ad ogni tipo di informazione, siamo diventati una folla di esperti: ognuno sa meglio, ha letto, conosce, facciamo girare oli, erbe, terapie. Non so se sia qualcosa di tipicamente romeno, ma ha tutte le carte in regola per esserlo.
Mi sono quasi rallegrata che le signore non mi abbiano trascinata nella conversazione, perché il rischio c’è sempre, e ho continuato a guardarmi intorno, lanciando occhiate anche sulla finestra. Tante delle stazioni di provincia sono rimaste indietro di qualche decennio: molte obsolete, alcune nei villaggi quasi in rovina. Tutto un miscuglio stranamente coerente di frustrazione, nostalgia e una testarda lotta per sopravvivere – dei treni, dei luoghi e delle persone che ancora li aspettano.
I giovani studenti appena saliti, con il bagaglio minimo del “vado dai miei per il weekend” e una borsa piena di pacchetti di cibo, sembravano un po’ spaesati in quel miscuglio umano del vagone. Avevano l’aria di pulcini che avevano appena aperto gli occhi: evitavano di guardarsi troppo intorno e, con ogni probabilità, appena ne avessero avuto la possibilità, sarebbero volati via. Via in un altro Paese.
Intanto, al mio ex posto è arrivata una signora con suo marito, che non la finiva più di chiedere: “Ma dove andiamo? Eh, abbiamo ancora tanta strada? Ma noi, noi abbiamo dei bambini?” Questa domanda mi ha spezzato il cuore.
Aveva avuto alcuni ictus, ha tenuto a precisare la signora, così che fossimo indulgenti. E indulgenti lo siamo stati, finché da Ploiești è salita un’altra signora che si è divertita un mondo e ha pensato di chiedere:
“Ma lui, signora, ha la pensione?”
“Aaah, sì che ce l’ha!”
“Allora vuol dire che ha anche gli anni per la pensione,” si è stupita lei.
Perché cosa interessa, a noi – a molti di noi – più del sapere se una persona ha o non ha la pensione.
Verso la fine del viaggio, tutto quello che desideravo era che la signora appena salita smettesse di sospirare forte, a bocca spalancata, coprendosi il sospiro solo a meta. Se vi fermate ad osservare bene, è abbastanza tipico: non abbiamo la pazienza di tenere la mano davanti alla bocca fino in fondo. Facciamo le cose a metà, per così dire.
In realtà, il viaggio non era andato poi così male. C’era chi leggeva, chi dormiva non disturbato e poi, nessuno ha mangiato semi di girasole, e questo l’ho apprezzato. Per il viaggio di andata ho dovuto ascoltare il discorso di un signore che adorava sentirsi parlare. Raccontava del miracolo della Cattedrale di Bucarest e di quanto siano affollati i treni perché la gente va a vederla. Tra questo e l’intera Romania del viaggio di ritorno non so davvero cosa preferire.
So però con certezza che vorrei avere la pazienza della signora che accompagnava il marito malato rispondendogli per la cinquantesima volta – o chissà quante volte avrà chiesto – sempre con la stessa calma e la stessa dolcezza incredibile.
Mi risuona ancora, e mi risuonerà a lungo nella mente, la sua domanda ripetuta:
“dove, ma dove stiamo andando?”
Perché, alla fine, è proprio questa la domanda – Dove stiamo andando? E le ferrovie romene?
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