La guerra non รจ il nostro destino
Sempre piรน guerre e sempre piรน vicino a noi: il giornalista Davide Maria De Luca, negli ultimi anni corrispondente dall’Ucraina, ha condensato le sue riflessioni sui conflitti moderni nell’appassionante podcast “Guerra”, pubblicato con Internazionale. Nostra intervista

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Guerra in Donbass ยฉ Drop of Light/Shutterstock
Davide Maria De Luca, giornalista, dal 2023 vive e lavora in Ucraina dove segue come corrispondente di guerra lโinvasione russa del paese. In passato ha lavorato prima al Post e poi per il quotidiano Domani e vanta collaborazioni con la Rai e Pagella Politica.
Negli ultimi anni hai vissuto e raccontato la realtร della guerra, una ricerca professionale e intellettuale convogliata nel podcast โGuerraโ pubblicato con Internazionale. Il conflitto armato รจ il nostro destino?
In questo periodo storico cosรฌ saturo di conflitti si รจ riaffacciata lโidea che la guerra sia un fenomeno connaturato alla specie umana, inevitabile. Io credo, invece, che la guerra sia un costrutto sociale che, come tutti i fenomeni umani, ha avuto un inizio ma puรฒ anche avere una fine. Il momento attuale naturalmente non facilita questa linea di pensiero: non solo per il crescente numero di conflitti, ma per il fatto che le guerre ci stanno imponendo โ sia nel linguaggio che nellโelaborazione intellettuale โ risposte quasi esclusivamente militari a problemi che ieri venivano letti e affrontati in termini profondamente diversi. Non mi reputo un pacifista ad oltranza: mi colpisce perรฒ che oggi si opti sempre piรน spesso per le armi per risolvere i problemi. Diplomazia, dialogo, de-escalation vengono relegati ad idee da ingenui o sciocchi ottimisti: e invece non solo possono essere efficaci, ma spesso rappresentano l’unica posizione accettabile per risolvere le dispute.
Secondo te – almeno in Europa – c’รจ una questione legata all’oblio della guerra? Chi oggi governa non ha piรน memoria diretta di conflitti generalizzati, ad esempio della Seconda guerra mondiale. Nelle nostre รฉlite c’รจ voglia di guerra?
Non so se c’รจ voglia di guerra, ma di sicuro si รจ dimenticato molto di che cos’รจ un conflitto, di cosa vuol dire e di cosa comporta. E quindi lโopzione militare sembra molto meglio di quello che รจ in realtร . Credo che una maggioranza delle nostre รฉlite sia ancora abbastanza saggia e sappia che una guerra โ soprattutto una guerra generale – รจ una pessima cosa per tutti. Perรฒ credo che ci siano anche parti significative delle classi dirigenti, specialmente in alcuni paesi, che siano convinte che – se non proprio la guerra – almeno un clima militaresco sia utile ai loro interessi. Tra questi, naturalmente, cโรจ chi rappresenta le aziende che producono armi che razionalmente โ dal loro punto di vista – puntano ad eserciti sempre piรน grandi e meglio armati. Col rischio reale di unโescalation militare.
Da anni vivi e racconti una societร , quella ucraina, che a causa di unโaggressione ha subito un processo di profonda militarizzazione. Cosa ci mostra lโUcraina di quello che potremmo diventare?
Con lโinvasione russa in Ucraina abbiamo visto arrivare la guerra in un Paese che รจ molto simile al nostro, in termini culturali, economici, demografici. Gli sviluppi che si osservano nella societร ucraina aprono delle finestre su quello che potrebbe accadere se i nostri paesi venissero coinvolti in guerre di queste dimensioni. Ad esempio, la sorprendente commistione tra sforzo militare ed industria del marketing: in Ucraina singole unitร dell’esercito hanno social media manager retribuiti per fare poster di reclutamento e raccolta di donazioni con cui comprare armi, droni e altro equipaggiamento. Non mi stupirei se questo aspetto di โguerra del tardo capitalismoโ, come lโho definito in un articolo per la rivista Jacobin, possa essere replicato in altri contesti. Anche il linguaggio della leadership ucraina oggi รจ quasi completamente sovrapponibile a quello che adotta l’Europa. ร comprensibile che i politici di Kyiv sostengano la necessitร di continuare a combattere a oltranza per respingere gli invasori e scongiurare una violazione del diritto internazionale. Il fatto perรฒ che anche l’Europa reagisca a questo conflitto in termini quasi esclusivamente militari, mostra quanto potrebbe essere difficile sfuggire ad una spirale bellicista nel caso in cui i nostri paesi fossero posti di fronte al pericolo reale della guerra.
La guerra รจ figlia e madre del processo tecnologico: oggi in Ucraina vediamo i droni dominare sul campo di battaglia. Quanto รจ cambiata la guerra in questi ultimi anni, e come?
Sullโimpatto della tecnologia sulle questioni belliche, il brillante storico militare britannico John Keegan ha portato un intrigante paragone tra guerra ed alpinismo. L’alpinismo, sosteneva Keegan, รจ diventato molto piรน pericoloso e mortale mano a mano che la tecnologia consentiva agli alpinisti di fare cose sempre piรน incredibili ed estreme, e quindi piรน esposte al rischio. Nella guerra รจ avvenuto un processo simile: con lo sviluppo delle tecnologie belliche, i soldati possono fare cose sempre piรน estreme e il campo di battaglia รจ divenuto sempre piรน pericoloso. Dallโinvenzione della dinamite, passando da aerei da combattimento e droni, chiunque abbia inventato una nuova arma ha sempre sostenuto che le nuove armi avrebbero reso le guerre meno sanguinose. Abbiamo visto che รจ accaduto il contrario: la guerra si รจ estesa dal campo di battaglia a intere nazioni, con i civili bombardati a centinaia di chilometri dal fronte. La guerra in Ucraina, combattuta in modo cosรฌ massiccio con i droni, non รจ divenuta meno sanguinosa di quelle che lโhanno preceduta. Il 2025, l’anno in cui abbiamo visto il maggiore utilizzo di droni, รจ stato quello piรน letale della guerra, sia per i civili che per i militari.
Nel podcast ti soffermi su un aspetto inevitabile dei conflitti: i crimini di guerra. Negli anni โ90 del secolo scorso, soprattutto in casi come i conflitti in ex-Jugoslavia o la guerra civile in Ruanda, si era affermata un’idea di giustizia internazionale, della possibilitร che questi crimini potessero essere affrontati e giudicati da un sistema giuridico collettivo. Pensi che sia un concetto naufragato insieme a quello di ordine internazionale?
Purtroppo credo di sรฌ. Il discorso del primo ministro canadese Mark Carney a Davos sul tramonto dell’ordine internazionale avrebbe potuto estendersi comodamente anche allโidea del tramonto del concetto di โconflitti regolatiโ. In questi ultimi anni, la โguerra con le regoleโ ci appare sempre piรน una finzione. Lo abbiamo visto con il conflitto a Gaza, che รจ stato di una brutalitร senza precedenti, ma anche in Ucraina sono state violate tutte le regole umanitarie. A minare lโidea di una giustizia internazionale pesa anche la nostra ipocrisia. Oggi giustamente si denuncia la strategia criminale russa di privare Kyiv di energia e riscaldamento nel cuore dellโinverno. Al tempo stesso, in molti non sanno che Gaza รจ senza elettricitร da due anni. In passato, pochi hanno protestato quando gli americani, dopo aver attaccato l’Iraq, hanno lasciato il paese con il 4% della sua capacitร di generare energia elettrica, o quando la Nato in Serbia ha attaccato le infrastrutture civili per spingere il paese alla resa.
In questi anni com’รจ cambiato il lavoro di un giornalista che segue il conflitto? Come รจ cambiato il tuo modo di accedere ai luoghi ai protagonisti della guerra, soprattutto in Ucraina?
Il nostro lavoro รจ cambiato tantissimo da quando Tiziano Terzani scriveva i suoi reportage in Vietnam. Oggi quasi nessuno considera noi giornalisti degli attori neutrali. Siamo piuttosto degli interessanti bersagli: lo vediamo soprattutto a Gaza, dove la quantitร di giornalisti uccisi รจ senza precedenti, ma anche qui in Ucraina. Russi e ucraini considerano i rispettivi giornalisti come propagandisti e in fondo come bersagli legittimi. Questo รจ un cambiamento fondamentale del nostro mestiere che lo rende molto piรน pericoloso e difficile. Se restringiamo lo sguardo agli ultimi anni qui in Ucraina, il rischio รจ aumentato drasticamente con lโevolversi della guerra e lโuso pervasivo dei droni. Oggi รจ pericolosissimo non solo stare in prima linea, ma anche avvicinarsi alle aree di combattimento. Le retrovie, un tempo relativamente sicure, oggi sono una parte della โzona della morteโ. Non a caso, nell’ultimo anno il numero di reportage dalla prima linea รจ crollato. Da parte delle autoritร militari ucraine cโรจ sicuramente meno disponibilitร a fornire accesso al fronte, forse perchรฉ la guerra va male, ma anche per il fatto che il fronte รจ sempre piรน pericoloso non solo per i giornalisti, ma anche per i militari che li accompagnano e che ne sono responsabili.
Alla fine dell’ultima puntata del podcast proponi un’apologia della resa come uno strumento in grado – in situazioni particolari o disperate – di salvare il bene piรน prezioso: quello della vita umana. Quanto รจ provocatoria e forse eretica questa idea nel mondo bellicoso e belligerante di oggi?
Moltissimo, credo. ร per questo che ho scelto di dedicare l’ultimo episodio proprio alla resa. L’idea di resa – in qualsiasi forma e circostanza – รจ considerata l’equivalente della codardia. Nella migliore delle ipotesi viene definita un’accettazione del male, nella peggiore un disonore. Difendere la scelta della resa oggi รจ certamente una provocazione. Con questo non voglio necessariamente prendere posizione su crisi complicate e complesse: non affermo che i palestinesi si devono arrendere ad Israele, nรฉ che gli ucraini devono cedere alla Russia. Perรฒ – e qui รจ lโelemento divisivo, ma che non dobbiamo temere di guardare negli occhi – il meccanismo che ha salvato piรน vite nella storia della guerra non sono nuovi tipi di armi devastanti ma il fatto che, ad un certo punto, in guerra quasi sempre qualcuno alza le mani e dice โne abbiamo abbastanzaโ. Un esempio lampante, che faccio nel podcast, รจ quello della Danimarca, che decise di arrendersi alla Germania nazista per risparmiare inutili sofferenze alla popolazione. Una scelta difficile, ma che ad esempio, ha permesso alla societร ed alla resistenza danese di salvare il piรน alto numero di ebrei in percentuale alla popolazione residente di qualsiasi altro Paese europeo. Un episodio forse non glorioso, ma che merita di essere ricordato.
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