La canzone preferita di Kiš

Il profondo legame di Danilo Kiš con la musica, in particolare con la canzone malinconica ungherese “Szomorú vasárnap” (Triste domenica). Attraverso aneddoti, Božidar Stanišić racconta come questa melodia commuovesse lo scrittore e come Kiš amasse raccontare la storia del suo compositore, Rezső Seress

24/12/2025, Božidar Stanišić
Danilo Kiš

Danilo Kiš

Danilo Kiš

Ho studiato violino per due anni – è il titolo del ventisettesimo capitolo del libro di Mark Thompson [1] Birth Certificate. The Story of Danilo Kiš [Estratto di nascita. La storia di Danilo Kiš], frutto di una ricerca sulle affinità musicali dell’autore della trilogia Porodični cirkus: Bašta pepeo; Rani jadi, Peščanik [Circo familiare: Giardino, cenere; Dolori precoci, Clessidra]. Sintesi delle affinità e delle esperienze musicali di Danilo Kiš, è uno dei capitoli più riusciti di questa utile biografia [2] del grande scrittore europeo del Novecento.

Miroslav Karaulac era con loro in una kafana a Belgrado negli anni Settanta quando un cantante rom si avvicinò a loro cantando una famosa melodia ungherese sull’amore perduto accompagnandosi con la cetra. Kiš, visibilmente turbato, balzò in piedi e gli chiese come conoscesse quella canzone. ‘In che senso?’, replicò il cantante. ‘Te la cantavo a Skadarlija ogni sera vent’anni fa’”, così Thompson rievoca “la vulnerabilità di Kiš all’ondata di sentimenti che le canzoni possono scatenare”.

E la canzone ungherese che, secondo la testimonianza dello scrittore Miroslav Karaulac (1932-2011), Kiš ascoltava così spesso nelle kafane del quartiere bohémien di Skadarlija a Belgrado?

Nella raccolta Priče o Danilu Kišu [Storie su Danilo Kiš], uscita nel 2016 per i tipi dell’editore Arhipelag di Belgrado, in cui trenta scrittori serbi ed ex jugoslavi raccontano storie sullo Scrittore, trova posto anche un memoir, Tužna nedelja [Triste domenica] della regista e scrittrice Vida Ognjenović. (Thompson aveva precedentemente incluso la prima parte del testo di Ognjenović nel suo Estratto di nascita.)

Il ricordo tracciato da Vida Ognjenović ci offre l’immagine di un afoso pomeriggio di giugno a Belgrado, a metà degli anni Settanta. Kiš, nell’appartamento dell’autrice, in presenza di quest’ultima e dello scrittore Mirko Kovač, “malinconico e seccato”, “di umore strano”, canticchia una canzone ungherese. Ed è sorpreso che sia sconosciuta alla sua amica, che capisce solo poche parole della canzone Szomorú vásárnap. “Parla di fiori bianchi e domenica, ho detto […], feher, che significa bianco, virágal, fiori, e vasárnap, domenica, ma non conosco davvero quella canzone […] ‘Seress Rezső’, ha pronunciato quel nome con un tono da insegnante, aspettandosi che io capissi tutto e che finalmente ricordassi la lezione…”.

Kiš stentava a credere che Mirko Kovač e Vida Ognjenović non avessero mai sentito la canzone Tužna nedjelja (qui il testo in ungherese e in serbo) e che non sapessero chi fosse il cantante ungherese Seress (Budapest, 1899-1968). Condivido anche il link ad un’esecuzione vocale e strumentale.

“’Seress Rezső era una star, il genio della chanson’, ha cominciato a spiegare con entusiasmo, accendendo una sigaretta. ‘Suonava in una piccola taverna di Pest, Kispipa, principalmente melodie da lui composte. Si dice che tutte le personalità mondane, e persino uno scià di Persia, frequentassero quel locale trasandato. I musicisti famosi lo ascoltavano in piedi, perché non c’era spazio. Ed era completamente autodidatta, nemmeno un giorno di scuola. Si narra che componesse fischiettando. Disegnava tasti sul tavolo della cucina, li sfiorava con le dita e fischiava. Fece impazzire l’Europa con questa canzone. A dire il vero, a metà degli anni Trenta il mondo intero fu ammaliato dalla malinconia di Pest e dalla melodia Triste domenica. Per un certo periodo fu vietata con l’accusa di aver stimolato impulsi suicidi, perché le persone che si toglievano la vita scrivevano il testo di quella canzone nelle loro lettere d’addio. Sapete che nelle kafane veniva eseguita di nascosto, solo su richiesta dei fuorilegge ricchi ed influenti. Dicono che a Pest, durante la guerra, gli ufficiali tedeschi la ordinassero con frasi in codice ed espressioni particolari…”.

Quando Ognjenović gli chiese se il cantante fosse vivo, Kiš rispose: “No, no, penso che Seress Resző si sia suicidato […] di recente. Da ebreo, riuscì a sopravvivere alla guerra, questo lo so, i suoi ammiratori e amici lo nascosero a Pest, ma credo che i comunisti lo abbiano scartato come un esponente del sentimentalismo borghese. Se non sbaglio, uno di quegli scrittori ungheresi mi ha raccontato che in seguito […], disperato, si gettò dalla finestra del suo appartamento di Pest, perché non si esibiva più. A proposito, guadagnò molti soldi prima della guerra, però, non osando lasciare Pest e la sua piccola taverna Kispipa, morì di fame, perché successivamente non si riusciva a portare in Ungheria un centesimo dall’estero…”.

Il testo della canzone in realtà va attribuito al giornalista e poeta Jávor László (Budapest, 1902 – Cannes, 1992), mentre Seress è autore dell’adattamento musicale e interprete di quella che alcuni considerano “la canzone più triste del mondo”. Non a caso è stata definita “la canzone ungherese del suicidio”. Diventata presto famosissima, è stata tradotta e cantata in diverse lingue. Nel 1941 la celebre Billie Holiday ha inciso Gloomy Sunday.

Per giungere ad una possibile spiegazione del legame di Kiš con la canzone Tužna nedelja, dovremmo rievocare la sua giovinezza, ovvero gli anni trascorsi a Cetinje, le prime esperienze con i “fiori della biblioteca” di suo zio, i primi tentativi poetici.

Al liceo ho continuato a scrivere poesie e a tradurre poeti ungheresi, russi e francesi, principalmente per esercizi stilistici e linguistici: mi preparavo a diventare poeta e studiavo arte letteraria…”, racconta Kiš in Gorki talog iskustva. Kiš, com’è noto, ben presto si è reso conto di non essere destinato a diventare poeta, dedicandosi però alla traduzione della poesia sin dall’inizio del suo percorso letterario. Traduceva, a modo suo, principalmente poeti ungheresi, russi e francesi. “A modo suo”? Mi riferisco al fatto che le traduzioni di Kiš sono in realtà delle rivisitazioni e, in quanto tali, frutto di un soggiorno emotivo e intellettuale nelle case poetiche altrui.

Sono molti i poeti che hanno attratto Kiš: Pasternak, Apollinaire, Béli, Kornei, Akhmatova, Gautier, Gumilyov, Mallarmé, Mandel’štam, Brodsky… Tuttavia, sentiva una particolare vicinanza con Endre Ady, Sergej Esenin e Marina Cvetaeva.

Aggiungo una nota, forse del tutto soggettiva: Kiš non ha mai abbandonato “la casa” di Ady. Ad accomunarli, credo, è soprattutto l’espandersi della poesia verso le profondità delimitate dalla malinconia. Ecco una strofa della poesia Parente della morte di Ady in cui riecheggia forte la malinconia di Seress.

Sono parente della morte

Mi piacciono gli amori che svaniscono

Mi piace baciare chi se ne va

Lontano

Scrivo perché non so fare nient’altro; perché di tutto quello che potrei fare, è la cosa che faccio meglio e (spero) meglio degli altri…”, diceva Kiš. Se sostituissimo “scrivo” con “canto”, non sarebbe questo il principio immaginario di Seress? Un artista legato ad Ady e Kiš da una peculiare vena malinconica.

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[1] Mark Thompson: Birth Certificate. The Story of Danilo Kiš (Cornell University Press, 2013) è la prima biografia e studio critico della vita di Danilo Kiš in inglese. Nell’area ex jugoslava, il libro è stato pubblicato nel 2014 a Belgrado (Clio) e a Sarajevo (Buybook), tradotto da Muharem Bazdulj.

[2] Frutto di un lavoro assiduo e di una ricerca appassionata, il libro di Thompson ha suscitato numerose reazioni positive ma, come c’era da aspettarsi, anche alcune critiche. Propongo una osservazione critica del professor Zoran Milutinović.

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