Kosovo, la forza delle vedove di guerra

La guerra del Kosovo lasciò vedove migliaia di donne, e ancora più numerose furono le vittime di violenze sessuali. La loro storia è fatta di enormi dolori e traumi, ma anche di resilienza e speranza

Monumento in memoria delle donne vittime di violenza durante la guerra in Kosovo a Pristina

Monumento in memoria delle donne vittime di violenza durante la guerra in Kosovo a Pristina

Monumento in memoria delle donne vittime di violenza durante la guerra in Kosovo a Pristina (© ColorMaker/Shutterstock)

(Questo articolo è stato originariamente pubblicato dalla testata spagnola El Confidencial nell’ambito di PULSE.)

Accanto alla superstrada R107 del Kosovo, il paesaggio è fatto di autolavaggi e negozi di marmo che odorano di aceto. Il futuro è racchiuso in una cooperativa che produce ajvar a Krushë e Madhe, un villaggio di agricoltori che sorge nella parte occidentale del Kosovo. L’iniziativa è stata avviata da Fahrije Hoti e altre vedove come lei, grazie al sostegno di diverse organizzazioni internazionali.

Con oltre 140 vedove di guerra in un comune di appena tremila abitanti, Krushë e Madhe è conosciuto anche come “il villaggio delle vedove di guerra”.

Oltre tredicimila persone furono uccise o scomparvero nel corso della guerra del Kosovo tra il febbraio 1998 e il dicembre 2000. Di queste, più di diecimila erano albanesi del Kosovo, circa duemila serbe e il resto vittime rom e bosniache, secondo i dati del Centro per i diritti umani del Kosovo. Oltre ai massacri, la violenza sessuale è stata utilizzata estesamente come arma di guerra.

Precarietà, traumi e pregiudizi

“Ne abbiamo passate così tante, e sono rimasta sola con sette orfani”, dice con voce tremante Meradije Ramadani, residente a Krushë e Madhe. “Siamo stati costretti a fuggire a causa dell’occupazione serba, che ha distrutto noi, le nostre case e tutto ciò che avevamo”, si infervora. “Grazie a Dio, l’Albania ci ha aperto le porte”, continua, “poi siamo tornati”.

Sono passati 26 anni da quando il marito di Meradije Ramadani è stato ucciso e 25 da quando lei è tornata in Kosovo: “Quando siamo tornati non c’era più neanche una costruzione in piedi. Era tutto raso al suolo, bruciato, ridotto in cenere, completamente distrutto”, ricorda. Quel primo anno hanno dormito all’aperto, “in tende, sotto teloni di plastica, non avevamo una casa”. Nonostante ciò, Ramadani ha continuato a far andare le figlie a scuola: “sia io che mio marito abbiamo sempre voluto che studiassero e diventassero qualcuno”, precisa. Oggi dice di sentirsi orgogliosa: “Hanno studiato, hanno un lavoro, si sono sposate – e io sono nonna di 17 nipoti”, afferma.

Reperti in mostra al museo del massacro di Krushë e Madhe

Reperti in mostra al museo del massacro di Krushë e Madhe (© Lola Garcia Ajofrin/El Confidencial)

La notte del 24 marzo 1999 la NATO lanciò una serie di bombardamenti contro le forze serbe. Il pomeriggio successivo i paramilitari e l’esercito serbo entrarono a Krushë e Madhe e portarono via gli uomini, come rappresaglia.

Irfon Ramadani aveva otto anni quando avvenne il massacro: “Separarono le donne da un lato e gli uomini e i bambini dall’altro, e li portarono via”, ricorda, mentre cammina per il museo del massacro di Krushë e Madhe, dove adesso fa la guida. Nelle vetrine del museo sono esposte lettere, vestiti, occhiali e libri degli abitanti assassinati. E uno zaino sporco di fango. “Anche in tempo di guerra non si separava mai dal suo zaino e dai suoi libri”, si legge nella didascalia che riporta le parole della madre di un ragazzo di 17 anni che voleva diventare medico.

Ritorno a casa

Nell’estate del 1999 Hoti, un’altra donna, tornò al villaggio in rovina. Era sola con due figli, Sabina, di tre anni, e Drilon, un neonato. C’erano molte altre donne nella stessa situazione. La sfida per loro era doppia: da un lato dovevano fare i conti con il lutto per la morte del marito; dall’altro dovevano affrontare i pregiudizi sociali per aver occupato ruoli tradizionalmente riservati agli uomini.

Hoti iniziò a vendere ajvar e miele e si organizzò con altre donne. Oggi la sua cooperativa impiega più di 60 vedove di guerra, e la sua storia è arrivata al cinema con il film Zgjoi (Arnia).

Reperti in mostra al museo del massacro di Krushë e Madhe

Reperti in mostra al museo del massacro di Krushë e Madhe (© Lola Garcia Ajofrin/El Confidencial)

“La vita era estremamente dura, soprattutto per le vedove, che spesso si lamentavano dell’ipocrisia sociale: da un lato erano messe su un piedistallo, celebrate come vedove di martiri, come responsabili della formazione delle nuove generazioni – ma al tempo stesso ricevevano pochissimo sostegno”, spiega a El Confidencial Hanna Kienzler, antropologa e co-direttrice del Centro per la Società e la Salute Mentale del King’s College di Londra.

Kienzler si trasferì a Krushë e Madhe tra il 2007 e il 2009 per studiare gli effetti della guerra sulla salute mentale delle donne che erano sopravvissute a crudeltà estreme. Da allora, Kienzler torna al villaggio ogni anno.

All’epoca, la pensione mensile di reversibilità valeva 62 euro. “Sai cosa si può comprare in Kosovo con quella cifra? Una bottiglia di olio da cucina costa 2 euro e un paio di pantaloni lo stesso che in Germania o in qualsiasi altro posto: fai tu i conti”, si indigna Kienzler. Con quella cifra le vedove dovevano pagare l’istruzione dei figli e, spesso, prendersi cura di altre persone a loro carico. “Questo era un motivo di nuovo, fortissimo stress”, precisa Kienzler.

Nel 2014 il governo kosovaro ha introdotto un sistema di indennizzi dedicati a diversi gruppi di persone colpite dalla guerra, che nel 2025 sono stati aumentati.

Alla precarietà economica e ai traumi si sommavano le aspettative sociali: “Le madri o i loro figli hanno dovuto imparare a guidare il trattore. Una volta finito il raccolto, le donne non potevano venderlo da sole al mercato, perché a quel tempo, semplicemente, non si faceva”, ricorda Kienzler. “Spesso dovevano ingaggiare parenti o vicini per vendere i loro peperoni”, aggiunge la studiosa.

Sacrifici e figli

La maggior parte delle vedove di guerra non poteva nemmeno vivere da sola. Alcune donne hanno persino dovuto rinunciare ai propri figli. Come anche altrove nel sud-est Europa, per gli albanesi del Kosovo la famiglia tradizionalmente è “patrilocale”: quando una coppia si sposa ci si aspetta che si trasferisca presso i genitori del marito, e i loro figli sono considerati appartenenti alla famiglia paterna. Così, alcune vedove hanno dovuto tornare a casa dei loro genitori, mentre i loro figli venivano cresciuti dalle suocere e dalle cognate.

Flora, rimasta vedova a 24 anni, ha raccontato a Balkan Insight di essere stata costretta dalla famiglia del marito a ritornare dai suoi genitori e a lasciare invece lì sua figlia, che è cresciuta credendola una zia.

“Se una donna rimaneva vedova e voleva tornare a casa dei suoi genitori, nella maggior parte dei casi era costretta a lasciare i figli, quindi molte vedove continuavano a vivere con i suoceri”, spiega Kienzler. E se per i vedovi era normale trovare presto una nuova compagna, per le vedove risposarsi era ancora un tabù. Nel 2010 c’erano 5052 vedove di guerra in Kosovo, e solo 20 tra loro avevano perso il diritto alla pensione di reversibilità perché si erano risposate.

Per questo motivo, e per l’assenza di un sostegno economico stabile, pochissime di queste donne sono riuscite a costruire una propria attività. “Ma questo non significa che non siano state incredibilmente forti”, afferma Kienzler, a cui vengono le lacrime agli occhi.

Abbattere il silenzio

Mentre lottavano contro le aspettative sociali e le difficoltà materiali, le vedove di guerra erano consumate dentro dalla vergogna, la sofferenza e i ricordi. Parlare dei traumi subiti non è stato affatto facile. Kienzler lo definisce “il linguaggio dei sintomi”: a volte, raccontare ad altre donne gli orrori passati era così sconvolgente che bastava dire: “Me ne sono appena ricordata e ora ho mal di testa, mal di stomaco”, perché le altre capissero di cosa si stava parlando. Tutte avevano vissuto esperienze simili.

Vasfije Krasniqi aveva sedici anni quando, il 14 aprile 1999, fu rapita da un poliziotto serbo, portata in un altro villaggio, torturata e violentata da diversi uomini. Dice che quell’episodio le ha cambiato la vita per sempre.

Krasniqi è stata una delle prime persone che ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente di aver subito violenza sessuale durante la guerra: “Voglio che il mondo capisca che la giustizia che arriva in ritardo è giustizia negata”, dichiara Krasniqi a El Confidencial. Krasniqi sottolinea che chi sopravvive a violenze sessuali in tempo di guerra “ha bisogno di sostegno immediato e a lungo termine, non di decenni di silenzio”. I governi devono agire rapidamente per riconoscere le vittime, promuovere la tutela della loro salute mentale, e far sì che i responsabili siano processati.

Krasniqi ritiene che debba cambiare il modo in cui si guarda alle sopravvissute: “Non dobbiamo impietosire nessuno e non ci portiamo addosso il marchio della vergogna. Siamo testimoni della storia, e il nostro coraggio può aiutare a prevenire future atrocità”. “Il silenzio protegge solo i responsabili, mai le persone superstiti”, aggiunge.

Quasi vent’anni dopo la fine della guerra, nel febbraio 2018, le autorità kosovare hanno deciso l’assegnazione di una pensione di 230 euro per chi è sopravvissuto a episodi di violenza sessuale durante la guerra. Si stima che si tratti di circa ventimila donne e uomini. Tuttavia, a causa dello stigma sociale, solo 1870 tra loro avevano richiesto l’indennizzo nel 2023.

Reperti in mostra al museo del massacro di Krushë e Madhe

Reperti in mostra al museo del massacro di Krushë e Madhe (© Lola Garcia Ajofrin/El Confidencial)

Dall’altro lato del fronte

Sull’altro versante del conflitto, si stima che circa duecentomila civili di etnia serba o rom fuggirono dal Kosovo alla Serbia nel 1999. Un rapporto di Human Rights Watch dell’agosto 1999 denunciava un’“ondata di rapimenti e omicidi di serbi”, compiuti come ritorsione per le atrocità che erano state commesse in precedenza dalle forze di sicurezza serbe.

Molti degli sfollati erano donne ritrovatesi improvvisamente vedove, che fuggendo in Serbia cercavano un riparo per sé e per le loro famiglie. “In molti casi [queste donne] non furono ben accolte in Serbia”, spiega però a El Confidencial la sociologa serba Mirjana Bobić.

Come quelle kosovare, anche le vedove di guerra serbe si trovarono a doversi fare carico del sostentamento economico della loro famiglia. “Molte lavoravano nel commercio, nel settore delle pulizie, in falegnamerie, bar e pasticcerie”, spiega Bobić. “Poiché dallo stato non arrivava un effettivo sostegno, la maggior parte di loro dipendeva da parenti e amici fuggiti con loro”, aggiunge.

I meccanismi di sostegno sociale, economico e psicologico sono essenziali per affrontare sia il trauma che la precarietà che accompagnano le vittime di ogni conflitto. Si stima che in Ucraina le vedove di guerra siano già decine di migliaia.

Nicole Corritore ha contribuito alla realizzazione di questo articolo. 

Questo articolo è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.