Il mondo nello sguardo di Vojo Stanić

Attirato fin da piccolo dalla scultura, ma poi votato alla pittura dopo aver letto le lettere di Van Gogh, il montenegrino Vojo Stanić ha attraversato un secolo dipingendo sempre dalla sua casa di Herceg Novi. Una pittura fatta di silenzio, coi quadri che poggiano sull’orizzonte del mare

29/12/2025, Božidar Stanišić
"Il vento", Vojo Stanić (1988)

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"Il vento", Vojo Stanić (1988)

A rendere più bella la mia vita, a dire il vero, sono anche i cosiddetti eventi negativi. Se avrò fortuna, vivrò ancora a lungo, una vita meravigliosa fino all’ultimo giorno, poi sarò morto per un miliardo di anni. Ecco perché non ho fretta di andare nell’aldilà, e soprattutto non in paradiso, perché è all’inferno che, con ogni probabilità, accade tutto ciò che è proibito. Quindi, tutti i miei amici mi aspettano lì”, ha dichiarato Vojo Stanić, all’epoca ormai ultranovantenne, in un’intervista, rivelando una vena spiritosa e ironica ben nota ai suoi amici.

Nel novembre di quest’anno, uno dei più grandi artisti jugoslavi e montenegrini avrebbe festeggiato i suoi centun anni. Naturalmente, nella sua città, Herceg Novi (“Qui sono famoso, più famoso di Picasso”), da cui si allontanava solo quando era proprio costretto a farlo (in questo assomigliava a Vermeer e Rembrandt).

Giurista mancato, da giovane appassionato alla scultura, dipingeva sempre nella sua casa sullo Škver, in un piccolo atelier con un’unica finestra dalla quale, come sosteneva, “filtrava l’universo”. E così, fino a pochi anni prima di andarsene per sempre. Quindi, per sette decenni. Anche il suo matrimonio con la prima, e per molto tempo l’unica scultrice montenegrina Nada Marović (1931-2012) è durato quasi settant’anni.

Nel 1957, quando i critici d’arte erano ancora capaci di riconoscere i veri artisti, Anton Zadrima andò a trovare Stanić. Da una delle più belle e spontanee testimonianze sul pittore scopriamo che, già da bambino, Stanić scolpiva figurine con i materiali a sua disposizione (argilla, cera e persino pasta rubata alla madre mentre preparava torte e crostate).

Scopriamo anche che non aveva visto una singola scultura fino all’età di ventidue anni. Pur non avendo mai totalmente abbandonato la scultura, dopo aver letto Le lettere di Van Gogh, sperimentò “qualcosa” di irresistibile che lo spinse a dipingere, trovando nella pittura un’espressione artistica più consona alla sua indole.

Inizialmente, la sua unica ambizione era quella seguire la strada tracciata da Van Gogh, come dimostra il suo primo quadro intitolato Mulo (termine utilizzato a Herceg Novi per indicare molo). Quando Zadrima gli chiese dove fosse il suo studio, Stanić fece un gesto con la mano, indicando lo spazio dietro di sé.

Mi giro, confuso. Sto seduto qui da mezz’ora, ma non mi sono accorto del cavalletto. Sul cavalletto c’è un quadro appena iniziato. Accanto di esso un pezzo di vetro semplice con sbavature di colore e un coltello simile a quello da cucina. Il cavalletto si trova proprio accanto alla finestra, dalla quale si può vedere una parte della Baia di Cattaro.

Osservo la piccola stanza. Due letti, un divano, un tavolo con delle sedie, un tavolino con la radio, un armadio, una moltitudine di dettagli. Le pareti ricoperte dai suoi dipinti assomigliano ad un’iconostasi. Non c’è spazio nemmeno per infilare un ago.

Concerto, Giostra, Turista, Strada, Taverna, Inverno, Campo di battaglia, Clown, Pasto, Soldato caduto… Frammenti di vita quotidiana. Figure e forme tragicomiche, come nel dramma Clochmerle, neorealistiche nel senso di sommare le piccole realtà che la vita, piena di preoccupazioni e gioie, continua ad offrirci”.

Questa parte del testo di Zadrima mi ha fatto tornare in mente le mie conversazioni con Dinko Štambak e gli appunti di quest’ultimo sugli atelier degli esponenti della bohémien parigina, che preferivano la libertà di espressione alla comodità e al denaro. Ricordo anche i racconti di mio padre Velimir che aveva visitato lo studio di Roman Petrović a Sarajevo e quello di Jovan Bijelić a Belgrado.

Questo dipinto forse non piacerà ad un formalista che dall’arte si aspetta solo di essere bella, ma soddisferà pienamente quelli che nell’arte cercano un senso più profondo. Perché Stanić ride in faccia alla vita…”, scrisse Zadrima. “Mi assumo il rischio di prevedere per lui un successo”.

Zadrima visse abbastanza a lungo per vedere avverarsi la sua ipotesi.

Rispondendo ad un mio recente messaggio in cui gli dicevo che stavo scrivendo un testo dedicato a Vojo Stanić, Vlada Urošević, poeta e romanziere macedone ed europeo, ha affermato: “Molti anni fa, a Belgrado visitai una grande mostra (retrospettiva?) delle sue opere. Un interessante intreccio di fantascienza e umorismo, con una forte presenza del Mediterraneo come elemento di partenza. È riuscito a creare, come si suol dire, ‘un mondo tutto suo’. Credo che piacerebbe agli italiani. Ricordo di aver sentito il desiderio di possedere uno di quei quadri – credo si chiamasse Hotelski detektiv [Il detective dell’albergo] o qualcosa del genere. Un corridoio in un hotel, da ogni porta sbircia qualche…”.

Stanić ha a più riprese sottolineato di aver sempre letto con curiosità le opinioni altrui sulla sua pittura, non solo quelle dei critici, chiedendosi come si potesse esprimere “un giudizio definitivo di qualsiasi arte”. Quindi, come giudicare “la cosa più soggettiva del mondo”?

Non ho alcuna intenzione di esprimere qui un giudizio della pittura di Vojo Stanić. Ancor meno di elencare chi e cosa rappresentano i suoi quadri. Mi limito a tracciare gli orizzonti verso i quali mi portano quelle immagini in cui mondo diventa un luogo insolito, a noi estraneo, un teatro allo stesso tempo aperto e chiuso, con attori che fanno cose immaginabili e inimmaginabili, di fronte e dietro le quinte che sembrano oniriche. (Ai lettori curiosi propongo uno sguardo sulla dimensione trascendentale della pittura di Stanić).

Chi e cosa vedo nella pittura di Stanić? Mi fermo e osservo: in tutti i suoi quadri, superata la fase iniziale, riconosco parallelismi non tanto con la pittura di Van Gogh quanto con Bosch, Bruegel, Magrite e Chagall sul piano compositivo, con De Chirico per quanto riguarda i colori e l’enigmatico rapporto tra le figure, con Mirò per il libero gioco tra colori e forme.

Se potesse leggere questo modesto articolo commemorativo, Stanić forse chiederebbe polemicamente: “Ma da dove hai tirato fuori tutte queste frasi sagge? Tutto su di me?”.

Credo che nella sua arte Stanić abbia seguito il pensiero di Picasso: “I mediocri imitano, i geni copiano”. E copiando contribuiscono al concepibile e al concreto nell’arte, consapevoli che nulla è iniziato e nulla finirà con loro.

Suppongo che tutti quelli che amano la pittura di Vojo Stanić, trovandosi di fronte ai suoi dipinti, riescano a rievocare una storia, udendo le parole, mai pronunciate prima, di dialoghi e monologhi immaginari. Anche il silenzio, tipico dell’arte di Stanić, dove l’intero quadro poggia sull’orizzonte del mare.

Come, ad esempio, nel dipinto Vjetar [Il vento, 1988], dove, pur non dovendo indossare sciarpa e cappello per proteggerci dal vento, possiamo percepire la forza dell’immaginazione che trasforma il mondo che conosciamo in un mondo onirico: un edificio diventa una specie di nave con delle lenzuola svolazzanti che assomigliano a vele strappate.

Su questa “imbarcazione” una donna agitata cerca di raccogliere le vele, proprio come, in certi momenti, cerchiamo di unire gli stracci dei nostri desideri e bisogni in un’unica tela. Una vela senza buchi, senza cuciture ruvide. Per essere pronti per navigare, da qualche parte.

Naučni skup [Un incontro accademico, 1973] di Stanić mi torna in mente anche quando sento parlare certi “sapientoni”, compresi accademici vari, che prima parlano e poi eventualmente riflettono, senza mettere in discussione nulla. E mi fermo qui.

Colgo l’occasione per ringraziare Jasmina Žitnik, curatrice della Collezione del Museo e Galleria di Herceg Novi, per le fotografie gentilmente concesse e per la sua analisi esperta del dipinto Naučni skup che in poche frasi raccoglie alcune delle caratteristiche fondamentali dell’opera di Stanić: “Il dipinto rappresenta una scena surreale. Un gruppo di scienziati è riunito attorno ad un tavolo, e a ciascuno di loro è stato accostato qualche dettaglio surreale e divertente. Dietro di loro c’è una grande finestra dipinta dalla quale si vede un paesaggio: un cielo giallo e un mare verde. A dominare il quadro sono le sfumature di terra d’ombra, verde e giallo […] Olio su tela, 103×83 cm. Ben conservato…”.

Per i lettori curiosi, ecco il link ad un’intervista con Vojo Stanić, un artista convinto che il pittore che crede di poter cambiare il mondo sia ingenuo. “Prima cambia il mondo, poi la pittura”. In questa intervista, molto interessante, a cura di Tamara Nikčević, troverete tante informazioni sulla vita di Stanić, anche sulla sua pittura (e non solo) e sui suoi numerosi contatti e incontri con personalità di spicco della scena artistica jugoslava e montenegrina, da Ivo Andrić e Milovan a Emir Kusturica, senza dimenticare Petar Lubarda e Savo Milunović.

Concludo proponendovi alcuni estratti da U dokolici [Nell’ozio, Gradac – Alef 155], un libro di riflessioni di Stanić sull’arte, sulla nostra epoca, sugli altri, su se stesso.

Ho letto che qualcuno ha affermato che “solo gli idioti non cambiano”. Io sono uno di quegli idioti. Non credo nella trasformazione delle persone, come non credo nelle persone che si trasformano. Una persona può perfezionarsi, diventare migliore o peggiore, rimanendo però sempre coerente con se stessa.

L’urbanizzazione e la società dei consumi uccidono la personalità. Diversamente da quanto si sostiene, molti pittori “all’avanguardia” assecondano questi fenomeni, sono dei conformisti, la loro arte è fatua, così come è fatua l’urbanizzazione che divorerà il mondo. È l’arte della società dei consumi, un’arte consumista.

La civiltà non può perseguire questa strada ancora a lungo: ha già raggiunto il limite massimo. Qualcosa, o forse tutto, deve cambiare se si vuole andare avanti. L’arte moderna rispecchia da vicino questa situazione, non offre alcuna speranza né tanto meno indica una via d’uscita, è nichilista proprio come questa civiltà. Il suo messaggio non è d’avanguardia, non ci propone qualcosa di meglio, è privo di fede e forza, è apatico.

La situazione è tale da permettere a chiunque di spacciarsi per innovatore e avanguardista. Alcuni fenomeni dell’arte contemporanea che suscitano perplessità sono frutto di un lungo processo di sviluppo culturale e possono essere compresi solo conoscendo quel processo. Tuttavia, molti ciarlatani, ignari di questo processo, pur essendo privi di cultura e talento, possono facilmente creare “arte” ingannando il pubblico, che è solitamente superficiale, passivo, scarsamente informato e indifeso.

Sarebbe una perdita inimmaginabile se Brueghel non avesse eseguito i suoi dipinti. Ogni suo dipinto è un unicum. Ci sono molti pittori di cui non ricordiamo le singole opere perché si assomigliano così tanto tra loro che riusciamo a ricordare solo la pittura, la maniera di un determinato artista: alcuni pittori creano la pittura, altri producono quadri.

Ci sono atei irremovibili, per loro Dio non è mai esistito… Questi individui appartengono ad una classe inferiore di esseri umani e credo che nessuno di loro abbia mai fatto grandi opere nel regno dello spirito: non si può considerare uomo colui che non si è mai confrontato con Dio.

L’inventario dell’universo è indistruttibile. Tutto quello che vediamo e sentiamo è eterno. Allo stesso modo in cui le stelle, da tempo svanite, restano percettibili, così anche il nostro volto e la nostra voce continueranno per sempre a vagare nell’infinità dello spazio.

L’istruzione può essere pericolosa se si tratta di una persona stupida, allora la sua stupidità, dissimulata da conoscenze e tante parole latine, diventa ancora più evidente. Qualsiasi persona stupida può imparare nuove lingue, proprio come ha imparato quella prima. Quindi può dire stupidaggini in più lingue, non solo in una.

Il passato ci sembra più bello perché non esisteva la fotografia, lo conosciamo solo attraverso l’arte. Tutto ormai è stato sfatato, conosciamo l’anatomia di ogni fenomeno, la luna è solo una roccia. Abbiamo perso tutte le illusioni. La verità è noiosa, priva di immaginazione: è falsa. La verità non ha nulla a che vedere con le persone: continuerà ad esistere anche quando le persone scompariranno.

A Barletta ho visto dipinti impressionisti di De Nittis, nati prima dell’impressionismo. Diventandone consapevoli, ammiriamo ancora di più il pittore. Ma non è forse un ridicolo snobismo? Non dovremmo forse guardare e valutare i dipinti indipendentemente da quando e dove siano stati realizzati, liberamente e senza pregiudizi? Se Botticelli avesse dipinto “Primavera” quest’anno, lo avrei ammirato tanto quanto lo ammiro già.

Vojo Stanić, un secolo di pittura

Vojo Stanić (Podgorica, 1924 – Herceg Novi, 2024), cresciuto a Nikšić, si laureò in scultura all’Accademia di Belle Arti di Belgrado nel 1951. Tre anni dopo si stabilì a Herceg Novi dedicandosi anche alla pittura (dal 1965, anno in cui fu abolita la famosa Scuola di Arti e Mestieri). Una scelta indubbiamente influenzata dalle Lettere di Van Gogh e da un viaggio a Parigi del 1958. Fu allora che conobbe il surrealismo. A Roma, nel periodo 1973-1974, ebbe un incontro peculiare con la pittura metafisica di Giorgio de Chirico.

Durante la sua vita Stanić ha tenuto oltre cinquanta mostre personali, partecipando anche a più di duecento mostre collettive in Jugoslavia e nel resto d’Europa (Oslo, Roma, Berlino, Bolzano, Belgrado, Dubrovnik, Zagabria, Sombor, Sveti Stefan, Cetinje…). Proprio il Museo d’Arte a Cetinje custodisce molti dei suoi dipinti che fanno parte dell’esposizione permanente. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti per il suo lavoro artistico. Ha rappresentato la Jugoslavia (Serbia, Montenegro) alla Biennale di Venezia nel 1996. È stato membro dell’Accademia montenegrina delle scienze e delle arti. Tra le monografie dedicate a Stanić, spicca quella curata da Niko Martinović (contiene i saggi di Radomir Uljarević, Olga Perović, Luka Paljetko e Robert Bojers, e una bibliografia a cura di Ljiljana Zeković).

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