“Il mio nome è Europa”, un amore tormentato

Gazmed Kapllani, nato in Albania nel 1967, intreccia le storie di persone migranti con le proprie. Dal racconto della sua fuga a piedi attraverso i monti e l’arrivo in Grecia, al ricordo della vita nell’Albania comunista e le difficoltà incontrate in un’Europa che non sempre ha corrisposto agli ideali che rappresenta in noi. Nostra recensione

16/09/2026, Diego Zandel
Monte Grammos al confine tra Albania e Grecia - Hassan Creations 786/Shutterstock

Monte Grammos al confine tra Albania e Grecia – Hassan Creations 786/Shutterstock

Monte Grammos al confine tra Albania e Grecia © Hassan Creations 786/Shutterstock

Gazmed Kapllani, nato Lushnjë, in Albania, nel 1967, fuggì clandestinamente a piedi attraversando i monti che confinano con la Grecia. Era un periodo di sbandamento del suo paese dopo la morte del dittatore Enver Hoxha, prima della caduta verticale del comunismo. Intervistato come migrante da alcuni documentaristi greci, acquistò la fiducia del regista che lo portò con se ad Atene, ospitandolo a casa propria.

Da quel momento, il principale impegno di Gazmed divenne quello di imparare a parlare e a scrivere in greco. La fonte principale divenne un romanzo che il regista gli diede da leggere. Si trattava de “Il terzo anello” di un importante scrittore greco, Kostas Tachtis, un omosessuale ucciso misteriosamente ad Atene il 27 agosto del 1988, probabilmente per un incontro sessuale finito male.

Gazmed cominciò a tradurre il libro parola per parola, mentre parallelamente si diede da fare per cercare un lavoro per vivere. Lo trovò prima a un macello come piazzista all’ingrosso di carne fresca (che gli servì per diventare vegetariano), poi come muratore, poi ancora come edicolante.

Il mio nome è Europa - copertina

Il mio nome è Europa, di Gazmend Kapllani (Del Vecchio Editore, 2026)

Una lunga gavetta che lo portò a parlare correttamente il greco e anche a scriverlo. Un esempio delle sue capacità è arrivato a noi in queste settimane, grazie alla pubblicazione del suo terzo libro tradotto dal greco in italiano grazie all’editore Del Vecchio “Il mio nome è Europa”, che segue a “La terra sbagliata” e “Breve diario di frontiera”, straordinarie testimonianze di un’esperienza in cui si riconosce, emblematicamente, ogni esule.

Va detto che, come già “Breve diario di frontiera” anche “Il mio nome è Europa” è stato scritto in greco e tradotto da questa lingua, il primo da Maurizio De Rosa, quest’ultimo da Keljana Zilja, con il supporto scientifico e la supervisione della neogrecista Caterina Carpinato. Keljana Zilja, infatti è albanese, ma ha studiato lingua e letteratura Neogreca all’Università Ca’ Foscari di Venezia e la traduzione di questo testo fa parte del suo lavoro di tesi di Laurea magistrale, appunto con la professoressa Carpinato.

L’Europa del titolo è un pretesto: lo scrittore albanese lo affida a una sua immaginaria fidanzata per sottolineare l’amore, la trasfigurazione di questo, per l’Europa, intesa madre di tutti i popoli europei. Pertanto, nel libro, che non è un romanzo, ma una serie di storie personali di diversi migranti – una iraniana, un afghano, un albanese, un vietnamita e così via – che intrecciano le loro testimonianze, raccolte dallo stesso Gazmed Kapllani, con le proprie, le quali ultime vanno dal racconto della sua fuga e arrivo in Grecia, al ricordo della triste condizione di vita sociale, politica, economica, culturale dell’Albania comunista. E la fuga da questa verso un ideale europeo, che non sempre ha corrisposto a ciò che l’Europa rappresenta dentro di noi, spesso tradendo l’amore che gli portiamo.

In questo senso “Il mio nome è Europa” è una testimonianza delle difficoltà – a cominciare da quelle che visse lo scrittore – per quanti anelano a vivere e lavorare qui, spesso scontrandosi con chi li sfrutta oppure con una burocrazia che appare, paradossalmente, assurda nei confronti anche di chi è nato, vive e lavora qui da sempre. L’epilogo del libro è emblematico: dopo essere stata la “fidanzata” di Gazmed, lo scrittore la incontra a sorpresa anni dopo. E la trova diversa da come l’ha conosciuta, diventata negli anni una signora anziana, con “addosso una maglia grigia e il suo sguardo era inchiodato nel nulla”, incapace di riconoscere l’uomo che l’amava.

Un libro “Il mio nome è Europa” di Gazmed Kapllani, che si legge d’un fiato, fa riflettere e ci aiuta a capire che, anche se i confini cadono, ci sono sempre diverse frontiere da attraversare. E che bisogna imparare, sempre, a varcarle per sopravvivere.


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