Garganide, da Vieste a Manfredonia
Quarta puntata del ciclo-viaggio attraverso il Gargano. Da Vieste pedaliamo verso sud per raggiungere Manfredonia. In una giornata di ottobre, salite e tornati che seguono il sinuoso contorno del mare

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L'Arco di San Felice. Foto: Fabio Fiori
Un paese, un’isola. Un poeta, un verso. Tutto questo in una sola mattina, in poche ore: Vieste, Sant’Eufemia, Kavafis, Itaca. Perciò sono praticamente ubriaco, ma devo risalire in sella, per pedalare sulla costiera, fino a Manfredonia. Una settantina di chilometri, con quasi 900 metri di dislivello. Non pochi in mezza giornata corta, perché d’ottobre. Provo a farmi passare la sbronza con un tuffo al cospetto di Pizzomunno, un bianco pinnacolo calcareo che si alza dalla spiaggia. Leggendaria pietrificazione di un marinaio inviso alle sirene per la sua fedeltà all’amata. Una storia rivisitata in chiave pop da Max Gazzè. Spiaggia deserta, acqua torbida, mare e cielo grigi. Perfezioni adriatiche. Provo a fare il pieno d’energie con una paposcia vegetariana: friarielli, scamorza e peperoncino. L’integratore salino per il pedalatore vagabondo è una Raffo, birra tarantina con l’etichetta dell’eroe Taras che cavalca un delfino.
In sella verso sud

Vieste, Pizzomunno. Foto: Fabio Fiori.
Si parte comodi, pedalando con vento in poppa sul lungomare in direzione sud. Questa che era la piana agricola del paese è da mezzo secolo la piana turistica, con decine di bar, campeggi, residence, alberghi e alberghetti che fuori stagione restituiscono un sapore ancora più amaro a uno sviluppo senza progresso, parafrasando Pasolini che proprio in un lido svilito venne barbaramente ucciso 50 anni fa. Era Ostia, ma gli stessi sentieri asfaltati, eucalipti stanchi, baracche rappezzate, ginestre malmesse, insegne divelte, tettoie sbilenche, rottami abbandonati ci sono qui a Scialara, come in tutte le infinite periferie balneari d’Italia. Forse prima di un Ponte faraonico avremmo bisogno di investire la stessa cifra in un restauro ecologico delle coste italiane, anche in prevenzione di calamità naturali a venire.
Ma la strada sale e i tornanti profumati dai rosmarini e la vista che si apre sul mare, distoglie da pensieri critici e regala emozioni animali. Per fortuna! Perché non tutto ci venga rubato dal consumismo, perché non tutto si perda nella disillusione. Strada doppiamente spettacolare fuoristagione, perché priva del traffico turistico e di quello locale, che per andare a Mattinata e poi a Manfredonia, percorre la più breve e veloce SS89.
Tappa su belvedere di fronte alla Torre di San Felice, da poco restaurata e testimone di un sistema di difesa costiero che diventa anche un monito di nuove necessità difensive, non più dai saraceni guerreschi, ma dalle nostre saracene malefatte ambientali. Con la stessa attenzione l’omonimo arco naturale che si vede in direzione, diventa un fragile gioiello da conservare. La strada si stringe e si fa più tortuosa, stretta da una macchia che in alcuni tratti si fa bosco.
Per chi è in bici o a piedi, attenzione a prendere il bivio a destra, dopo l’isola di Campi, uno scoglio a trecento metri dalla riva, che meriterebbe una nuotata e un’esplorazione. Sono pochi chilometri che sempre in uno splendido su e giù di mare e cielo, di odori e visioni porta fino a Pugnochiuso. Un altro capitolo, almeno ordinato, della rivoluzione urbanistica balneare del dopoguerra. Altrettanto attraente sarebbe il sentiero per il Faro di Pugnochiuso, che rimane un secondo invito per nuove garganidi. Pensieri che la salita distoglie. Ripida, ma pedalabile e apprezzabile, fino all’innesto con la SP53 per Mattinata. Un paese che è un’isola bianca in un mare verdoliva. Un abitato al centro di un grande uliveto che ha fatto la storia di Mattinata, una storia d’olivi e frantoi, di olio e d’u’ciucce.
A Manfredonia
“Dai! Dai! Pedala!!!”, mi sembra di sentire la voce di Davide, mio sodale in tante altre avventure ciclistiche. M’invita sempre a non fermarmi, a pensare alle strade e alle salite che ci aspettano. Oggi però sono solo e devo ancora fare 20 chilometri per arrivare a Manfredonia, prima che faccia buio.
Eccola quindi la città fondata dal Re Manfredi, figlio di Federico II nel XIII secolo. La città che si preannuncia stasera scendendo dalle colline garganiche con il pontile ex-Nastro d’oro al centro di una vergognosa vicenda economico-politico-giudiziaria che s’allunga in mare, con i capannoni e le ciminiere di SISECAM, il colosso turco del vetro che ha rilevato dieci anni fa una storica azienda vetraria pugliese, con le dighe portuali che sono braccia protettive della sua importante flotta peschereccia.

Il fanale di Manfredonia. Foto: Fabio Fiori.
Ed è proprio in cima al molo settentrionale che si conclude idealmente la mia pedalata di oggi, quando già s’è acceso il lampeggio verde di uno dei più bei fanali portuali dell’Adriatico. Una colonna bianca a scanalature inverse, stretta da un collare quai in cima, che è poi la stilizzazione di un fascio littorio (bello architettonicamente! facendo astrazione politica, come chiedono le arti), con in testa una lanterna minimalista verde bottiglia. Un fanale che sull’altro molo ha il corrispettivo rosso.
Il luogo è ancor più elegante perché protetto a mare da cubi in calcestruzzo. Una geometria brutalista che per contrasto rende ancor più etereo l’orizzonte marino. Torno indietro sul molo a piedi con la bici al seguito. Un ragazzo sta pescando polpi con un’asta telescopica. Un uomo chiacchiera con lui fumando. Arriva un terzo che li osserva e poi scusandosi per un italiano incerto, essendo francese, chiede cosa stiano facendo.
“Pesco polpi”, dice il ragazzo in dialetto, mostrandogliene un paio in un bidone, mentre tira fuori dall’acqua la polpara.
“Mais la pieuvre est un animal très intelligent !”
“Intelligente? Sarà anche intelligente,” interviene il fumatore sempre in dialetto, “ma è un gran fesso! se stringe la zampa della gallina fino a farsi catturare”. I due se la ridono, mentre il francese li guarda perplesso. Non so bene perché. Avrà capito? Evito comunque d’intervenire, facendomi solo fedele trascrittore di questa sottile metafora pugliese da banchina.
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