Fare giornalismo dentro le carceri

Per quanto piccole e fragili, in Italia le riviste prodotte da persone detenute sono decine. È una realtà con pochi pari in Europa, e un’esperienza preziosa che aiuta a dar voce agli ultimi e a rompere il muro tra il “dentro” e il “fuori”

17/12/2025, Francesco Berto
copertine di riviste carcerarie

copertine di riviste carcerarie

Copertine di riviste carcerarie europee (immagine: © OBCT)

La condizione delle carceri e della libertà di stampa in Italia non è rosea, per usare un eufemismo. Ma c’è un ambito in cui carcere e libertà di stampa nel nostro Paese si incrociano in modi virtuosi e con pochi paragoni nel resto d’Europa: è l’ambito delle riviste carcerarie, cioè delle pubblicazioni che vengono prodotte all’interno dei penitenziari con la partecipazione di persone detenute.

A differenza di quanto accade altrove, in Italia esistono da decenni decine di esperienze di questo tipo, tra cui probabilmente la più solida e più nota è quella di Ristretti Orizzonti, il bimestrale del carcere di Padova. Ma il primo esempio di rivista carceraria in Italia risale a ben un secolo fa, con la fondazione della Domenica del Carcerato nel 1925 nel carcere di Regina Coeli a Roma.

Il giornalismo detentivo in Italia

“Le riviste carcerarie hanno una lunga storia in Italia”, conferma Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione degli adulti per l’associazione Antigone. “Generalmente nascono come tentativo di informare la popolazione carceraria. Negli anni però, lentamente, queste riviste si sono aperte verso l’esterno, diventando un ponte tra società e carcere”, spiega.

È questa una delle funzioni più importanti delle riviste carcerarie. In molti casi il mondo della detenzione si trova dietro un muro: da fuori non se ne conosce quasi nulla, e persino le testate realizzate da giornalisti professionisti tendono a fornire delle rappresentazioni distorte. Le riviste provenienti “da dentro” aiutano a far conoscere un po’ meglio il carcere e a rendere la società più consapevole – una precondizione per affrontare meglio i bisogni delle persone detenute, secondo Scandurra.

“Fin da subito, l’idea è stata quella di non fare il giornalino. Io detesto la parola giornalino. La sfida è stata fare un’informazione di qualità nel luogo più privo di qualità al mondo, che è il carcere”. Così racconta a OBCT Ornella Favero, direttrice di Ristretti Orizzonti, parlando della nascita della rivista di Padova.

Favero è una persona decisa, diretta, con le idee molto chiare. La rivista che dirige è nata nel 1998, quasi per caso. La sorella di Favero, che era coinvolta nella scuola del carcere di Padova, l’aveva invitata per un incontro sul giornalismo. Alla fine dell’incontro i detenuti si sono avvicinati a Favero chiedendole se si potesse fare un giornale, per provare a parlare del carcere in modo diverso rispetto alle testate tradizionali.

“Siamo partiti subito con questa idea. La qualità è stata subito alta: non avevo redattori che avessero delle capacità reali, però avevo persone con delle storie di vita assolutamente fuori dall’ordinario”, racconta Favero.

Anche altrove, le riviste carcerarie nascono spesso su iniziativa di singoli volontari o di piccoli gruppi di volontari. È stato questo il caso di S-catenati, la rivista fondata all’interno del carcere di Matera nel 2023: “La nostra testata nasce da un’idea di un gruppo di volontari che frequentava il carcere”, spiegano a OBCT Vincenzo Pace e Elena Baldassarre. “Insieme ai detenuti abbiamo scelto il nome del giornale, e i loghi sono stati disegnati e scelti dagli stessi detenuti. ‘S-catenati’, quindi senza catene, ma anche perché i detenuti hanno tanta voglia di fare, tanta voglia di riscattarsi”, raccontano.

Secondo Alessio Scandurra, per quanto piccole “le redazioni di queste riviste si sono conquistate uno spazio piano piano – se lo sono conquistato e guadagnato, producendo ottimi risultati. Hanno dimostrato che si può fare”.

Altre esperienze in giro per l’Europa

Quella delle riviste carcerarie non è di per sé una specificità italiana. Per esempio, ogni quattro mesi dal carcere di Burgos, in Spagna, esce La Voz del Patio, una rivista creata nel 2019. La pubblicazione viene stampata in circa settemila copie, molte delle quali vengono distribuite nella città, aiutando a creare un legame tra gli abitanti di Burgos e le persone che vi sono detenute.

“In carcere ci sono persone che hanno commesso degli errori e la società li esclude – ma i detenuti fanno ancora parte della società, e iniziative come questa li aiutano a reintegrarsi una volta usciti”, spiega Victor Cámara, il coordinatore della Voz del Patio in un’intervista con il nostro partner El Confidencial.

Ma si faticano a trovare Paesi europei dove le riviste carcerarie sono così radicate e numerose come in Italia. In Romania e in Croazia non ne risultano, per esempio. In Grecia esiste un’unica rivista carceraria, che viene prodotta all’interno della scuola del carcere di Avlona, nell’Attica. È un prodotto dalle finalità più educative che informative, ma che nel tempo è riuscito a ottenere un’intervista perfino con il Presidente della Repubblica greco.

In altri casi le riviste carcerarie si rivolgono essenzialmente a chi è detenuto e non alla società esterna, oppure vengono prodotte in buona parte da persone che non sono detenute. È questo il caso di Börtönújság (‘Giornale del carcere’), un semestrale dedicato alla popolazione carceraria ungherese fondato già nel 1898. La rivista include qualche contributo da parte dei detenuti, ma viene scritta perlopiù dal personale carcerario.

L’Envolée, la maggiore rivista carceraria francese, viene invece scritta essenzialmente da ex detenuti, parenti dei carcerati e attivisti, anche se raccoglie lettere e altri materiali prodotti dai detenuti. L’Envolée pubblica anche resoconti di processi e analisi della società o delle leggi, e collabora con alcuni programmi radiofonici.

Come funziona nella pratica

Per realizzare Ristretti Orizzonti, 30-40 persone detenute si riuniscono con un gruppo di volontari ogni giorno della settimana, tranne il sabato. “Intorno al nostro grande tavolo si discute di tutto, si approfondiscono un sacco di temi e scegliamo gli argomenti da trattare – invitiamo persone, intervistiamo persone, tra cui anche vittime di reati”, spiega Ornella Favero.

Le interviste avvengono sia in persona, sia via internet. La possibilità di realizzare interviste online, sottolinea Favero, è stata una conquista notevole: l’accesso a internet rimane tabù all’interno delle carceri italiane, a differenza di quanto avviene in altri paesi europei.

Al lavoro della redazione di Ristretti Orizzonti prendono parte anche alcuni ex detenuti, che continuano a seguire il progetto pure dopo la fine della loro pena; Favero lo rivendica con orgoglio.

Anche dietro ai quattro numeri annuali di S-catenati c’è molto lavoro, spiegano Vincenzo Pace ed Elena Baldassarre. Nel loro caso le redazioni sono addirittura tre, di cui due interne al carcere – composte da sei persone ciascuna – e una esterna, fatta da volontari che preparano gli articoli per la pubblicazione. “Lavoriamo con due sezioni di detenuti differenti, quelli ‘comuni’ e quelli ‘protetti’. Il numero di partecipanti è molto vario”, raccontano. Per prendere parte al progetto i detenuti devono presentare un’apposita richiesta e poi attendere che la direzione la valuti.

Una volta stampata, la rivista viene distribuita gratuitamente all’interno della casa circondariale di Matera e spedita in tutta Italia agli abbonati. Per ogni uscita S-catenati organizza degli incontri sul territorio, così da far conoscere il suo lavoro e consolidare il legame con la società esterna.

Oltre a coprire le spese, i proventi degli abbonamenti vanno a diretto beneficio delle persone detenute: “Abbiamo perso il conto del numero di scarpe che abbiamo comprato, dei condizionatori e dei ventilatori per l’estate, dei vestiti per chi non ha niente”, raccontano Pace e Baldassarre.

Scrivere per un cambiamento

In un paese dove le carceri sono sovraffollate e i diritti dei carcerati non sono sempre rispettati, il giornalismo detentivo rappresenta un’esperienza positiva per le persone detenute che vengono coinvolte. “Per alcuni detenuti, S-catenati è un motivo di speranza nella loro vita, per loro è stata una svolta avere la possibilità di riaccendere la speranza. Per noi questo significa tanto”, confermano Elena Baldassarre e Vincenzo Pace. La rivista che curano cerca proprio di valorizzare i talenti e le passioni dei detenuti, e di fornire loro uno spazio di riflessioni prezioso.

Ristretti Orizzonti ha in parte un approccio diverso. “Le persone detenute conoscono il mondo del carcere, conoscono il male, conoscono cosa vuol dire fare del male agli altri – e quindi secondo me è cosa buona e utile che raccontino di quello”, secondo Ornella Favero.

L’obiettivo principale di Ristretti Orizzonti è abbattere gli stereotipi sui detenuti attraverso le loro stesse parole: mostrare che nessuno nasce intrinsecamente cattivo, ma allo stesso tempo mostrare da dove e come nascono i reati e aiutare così la società a fare prevenzione. Anche per questo la redazione di Ristretti Orizzonti ospita spesso scuole del territorio.

Per una persona detenuta, racconta Favero, “Ristretti può rappresentare una voglia di mettersi in gioco, di darsi la possibilità del cambiamento”. Prendere parte alla realizzazione della rivista è anche un esercizio di lingua, visto che spesso i detenuti non hanno completato gli studi o hanno frequentato la scuola con difficoltà: “La battaglia più difficile è quella dei congiuntivi […], la sfida è cambiare anche in quello, riappropriarsi della lingua, della grammatica. Diventare una persona che sa comunicare e scrivere, che ha la capacità di riflettere e approfondire”, aggiunge Favero.

Sfide e ostacoli

Il primo anno S-catenati ha registrato quasi 200 abbonamenti, ma poi sono diminuiti, rendendo meno sostenibile l’attività. Un altro limite che incontra la rivista è la natura stessa della casa circondariale di Matera, che spesso è solo un luogo di transito per i detenuti. Quindi la redazione di S-catenati non riesce a organizzare progetti a medio-lungo termine: “I detenuti molto spesso ci sono al primo incontro, ma poi al secondo già non ci sono più”.

Pur contando su circa 1500 abbonati, anche Ristretti Orizzonti resta una pubblicazione di nicchia. La rivista viene pubblicata gratuitamente online, ma l’abbonamento all’edizione cartacea aiuta a coprire i costi del giornale e le attività collegate.

Sia i volontari di Padova sia quelli di Matera possono contare su un buon rapporto con la direzione del carcere, ma non è sempre questo il caso. Il rapporto con le direzioni è decisivo, per via degli ampi margini di discrezionalità di cui gode chi gestisce un carcere. Le riviste carcerarie sono soggette ad alcune limitazioni, che variano da carcere a carcere e che in alcuni casi possono anche essere gravi.

Per esempio, nel 2023 il direttore del carcere di Ivrea ha subordinato la prosecuzione delle attività della rivista L’Alba alla pubblicazione di tutti gli articoli in forma anonima e a un controllo preventivo di tutti i contenuti da parte della direzione, che può censurarli. Casi simili si sono verificati recentemente anche nelle carceri di Lodi, Rebibbia (Roma) e Trento.

Per questo, nell’aprile 2025 più di venti riviste carcerarie italiane hanno inviato una lettera aperta al Ministero della Giustizia, chiedendo che venga garantita la libertà d’espressione delle persone detenute. Chi si trova in carcere deve avere la possibilità di esprimersi quanto più liberamente possibile, visto che la scrittura rappresenta un mezzo formidabile di emancipazione e quindi di libertà.

Se sei interessata/o a seguire più da vicino o sostenere il lavoro di Ristretti Orizzonti o di Scatenati puoi fare riferimento al sito www.ristretti.org e alla pagina DISMA ODV.

Questo articolo è stato prodotto nell'ambito di PULSE, un'iniziativa europea coordinata da OBCT che promuove le collaborazioni giornalistiche transnazionali. Giota Tessi (Efsyn, Grecia), Lola García-Ajofrín (El Confidencial, Spagna), Laszlo Arato (EUrologus/HVG, Ungheria) e Francesca Barca (Voxeurop) hanno contribuito alla sua realizzazione.