Ex Ju: spolverare la memoria dell’Olocausto
Tra archivi, ex campi di concentramento e scoperte inaspettate, la discendente di una famiglia ebrea sterminata durante la Seconda guerra mondiale e un giornalista vanno alla ricerca dei tasselli mancanti per completare una storia familiare e preservare la memoria dell’Olocausto

Cukovic family
Foto della famiglia Cukovic. Archivio privato Ružica Ćuković
(Originariamente pubblicato da Haaretz, il 25 gennaio 2026)
Ci sono storie che ci spingono a muovere mari e monti per una persona da poco conosciuta pur di scoprire la verità. Nel mio caso, si tratta di storie di famiglie ebree annientate dall’Olocausto.
Ružica Ćuković è la discendente dell’unico membro di una famiglia di ebrei sefarditi di Sarajevo di sappiamo con certezza di essere sopravvissuto all’Olocausto. Da bambina, Ružica ha vissuto con la sua famiglia in Israele. Oggi questa giovane donna di ventisette anni vive a Pančevo.
“Mi dichiaro serba, ma sono orgogliosa anche di quella piccola parte ebraica di me”, afferma Ružica. “I miei familiari ci hanno sempre ricordato la storia della nostra famiglia e, vivendo in Israele, è stato molto più facile rimanere in contatto con quella parte della famiglia e mantenere viva la memoria”.
Ružica spiega di aver ereditato il nome dalla bisnonna Ružica Ćuković, nata Rosa Kabiljo, morta a Bergen-Belsen nel 1945, pochi mesi prima della liberazione del campo. Il nonno di Ružica, Dragutin, sopravvisse alla guerra grazie ad una famiglia serba ortodossa di Loznica, in Serbia, che lo ospitò durante la guerra fino a quando non fu portato a casa della nonna paterna, a Pančevo.

Dragutin Cukovic (1943 circa). Archivio privato Ružica Ćuković
Dopo la fuga da Sarajevo, attraversando il fiume Drina – che all’epoca segnava il confine tra lo Stato indipendente di Croazia (NDH), controllato dagli ustascia, e la Serbia occupata dai nazisti – Dragutin non ebbe più notizie di suo padre, Žarko.
Ružica dispone di poche e vaghe informazioni sulla famiglia Kabiljo. Non sa nemmeno quanto siano attendibili le storie che ha sentito da alcuni parenti. Il nonno di Ružica, Dragutin, è morto nel 2003. Anche il padre di Ružica è deceduto, quindi è difficile ricomporre la storia della famiglia.
“Purtroppo, le informazioni di cui dispongo sulla sorte della mia famiglia durante l’Olocausto sono parziali e non sempre attendibili”, spiega Ružica. “Mi dispiace molto che mio nonno non abbia raccolto tutte le informazioni mentre era vivo e in buona salute”.
Ružica mi ha spesso aiutato nel mio lavoro di giornalista, in particolare con gli articoli sull’ex Jugoslavia che di tanto in tanto scrivo per i giornali israeliani. Quando non era impegnata con il suo lavoro quotidiano di assistente personale dell’ambasciatore del Portogallo in Serbia, ha tradotto per me vari documenti dall’serbo all’inglese.
Dopo circa un anno, ho deciso di ricambiare il favore provando a districare l’enigma della sua famiglia.
A caccia di informazioni

Ruzica Cukovic. Archivio Ružica Ćuković
Il primo indizio l’ho avuto dall’associazione ebraica La Benevolencija di Sarajevo, che ha accesso agli archivi della comunità ebraica della città del periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. Abbiamo così scoperto che Rosa Kabiljo aveva due sorelle e un fratello. Il fratello Elias e una delle sorelle, Flora, erano morti prima della scoppio della Seconda guerra mondiale.
Con il passare del tempo, la famiglia ha distorto il ricordo di Elias, trasformando il suo nome in un nome femminile, Elie. Anche il nome della sorella sopravvissuta fino all’Olocausto, Đentila, col tempo è stato deformato.
Munita di documenti attendibili che fino a quel momento eravamo riusciti a recuperare, Ružica si è recata all’Archivio della Jugoslavia a Belgrado sperando di trovare ulteriori informazioni sulla bisnonna Rosa e sulla prozia Đentila.
Dai dati di un censimento della popolazione ricavati dagli archivi è emerso che Đentila fu uccisa nel 1942 dagli ustascia nel campo di concentramento di Đakovo, in Croazia. Ružica ha poi consultato anche altri materiali d’archivio custoditi a Belgrado per scoprire qualcosa di più sulla sua famiglia.
Nel frattempo, ho contattato l’Archivio Arolsen in Germania, che conserva i documenti dell’International Tracing Service, un’iniziativa britannica del secondo dopoguerra nata con l’idea di documentare il destino dei sopravvissuti all’Olocausto e di altre vittime della persecuzione nazista. Ho chiesto informazioni su Rosa e Đentila Kabiljo, ma non ci hanno detto nulla di nuovo, nulla che non sapessimo già.
Non siamo riusciti a scoprire nemmeno se il fratello di Rosa e sua sorella Đentila avessero figli.
“Mi piacerebbe credere che da qualche parte ci sia ancora qualcuno della mia famiglia, che abbiamo qualcosa in comune, e mi sono spesso chiesta se ci sia qualcuno in questo mondo che sta cercando di trovarci, proprio come noi stiamo cercando loro”, afferma Ružica.
“[Elias e Đentila] avevano raggiunto l’età per cui si può supporre che avessero figli. Ma come reagirei se dovessi venire a sapere che anche quei bambini furono uccisi? Sarebbe una scoperta terribile… Non vorrei scoprire altre tombe e storie di altri familiari scomparsi”.
Ružica ha appreso altri due dettagi dai suoi parenti: il nome dell’uomo che denunciò sua nonna Rosa alla polizia di Loznica, Matija Drobnić, e i nomi delle persone che nascosero Rosa, insieme al figlio Dragutin, per diversi mesi durante la Seconda guerra mondiale, i coniugi Žika e Danica Tomić. Ružica ha cercato di scoprire qualcosa di più su queste persone nell’Archivio della Jugoslavia, ma senza successo.
Quasi dieci mesi dopo l’inizio della ricerca, sono arrivato a Belgrado per provare a recuperare ulteriori informazioni e completare la storia. In Serbia, ho contattato diversi giornalisti locali, che mi hanno indirizzato a Ivana Nikolić, una giornalista che in precedenza si era spesso occupata dell’Olocausto in Serbia.
Alla ricerca di una tomba scomparsa
Pochi giorni dopo, mi sono recato a Đakovo, in Croazia, per visitare il luogo dove fu uccisa Đentila. Non sono però riuscito a trovare la sua lapide nel cimitero.
L’assenza di una lapide mi ha lasciato perplesso fino a quando non ho incontrato Damir Lajoš, il presidente della comunità ebraica di Osijek. Lajoš mi ha spiegato che solo poche persone internate a Đakovo furono sepolte nel cimitero ebraico. Molti dei prigionieri del campo morirono in realtà durante il viaggio verso il più grande campo di sterminio di Jasenovac, dopo la chiusura di Đakovo, e con ogni probabilità furono sepolti senza contrassegnare la tomba.
Poi ho contattato un giornalista del quotidiano serbo Telegraf, che aveva accesso a ogni sorta di archivio documentale, per cercare di scoprire qualcosa sul traditore di Rosa, Matija Drobnić, ma non è saltato fuori nulla.
Ivana Nikolić, raccomandata da un giornalista di Belgrado, aveva già scritto diversi articoli sull’Olocausto nei Balcani e conosceva bene il territorio e le problematiche legate all’argomento.
È emerso che Maja, la moglie di un amico d’infanzia di Ivana, era di Loznica. Ivana l’ha chiamata subito, chiedendole di verificare se qualcuno della sua famiglia o del suo quartiere conoscesse la famiglia Tomić o la taverna di loro proprietà, dove Rosa aveva lavorato durante i mesi della clandestinità.
Tre giorni dopo, è arrivata la risposta. Il cognato di Maja ha confermto che la taverna si trovava in via Miodraga Borisavljevića, nel centro di Loznica. L’edificio, però, non esiste più, è stato demolito decenni fa.
Ivana si è poi rivolta a Stefan Vilić, uno storico di Loznica, raccontandogli tutta la storia e chiedendogli di aiutarci. Pochi giorni dopo, Stefan ha chiamato Ivana per comunicarle di avere il nome e il numero di telefono di un discendente della famiglia Tomić.
È emerso che la moglie di Stefan è imparentata con la moglie di Janko Jovanović, pronipote dei coniugi Tomić. Pochi giorni dopo, Ivana e Jovanović si sono incontrati su Zoom.

Darinka i Milutin Janković con figli e nipoti. Archivio privato Janko Jovanović
Scoprire che i tuoi antenati erano eroi
Janko Jovanović, professore universitario di Podgorica, era completamente all’oscuro del coraggioso gesto compiuto dai suoi bisnonni, Danica e Žika Tomić, quando accolsero una famiglia ebrea nella Serbia occupata dai nazisti negli anni ’40.
Janko afferma che la sua intera famiglia è rimasta sorpresa e felicissima nell’apprendere la storia.

Janko Jovanovic. Archivio privato Janko Jovanović
“È stata una sorpresa per tutti noi”, spiega Janko. “Immagino che Živko e Danica non considerassero il loro gesto come qualcosa di speciale, ma piuttosto come un atto ordinario. Non ritenevano importante parlarne solo per vantarsene. Per loro era un gesto naturale, un gesto che nella nostra famiglia è stato tramandato di generazione in generazione”.
Secondo il sito web di Yad Vashem, a gennaio 2024 141 serbi avevano ricevuto il titolo di Giusti tra le Nazioni. In seguito alla scoperta di Ivana, Ružica ha presentato domanda allo Yad Vashem per aggiungere i coniugi Tomić a questo prestigioso elenco.
Il processo è lungo e complesso: ci vuole anche più di un anno per ricevere una risposta definitiva. La domanda presentata da Ružica è ancora in fase di valutazione preliminare.
Ružica spera di incontrare Janko Jovanović nel prossimo futuro e di completare così la storia dell’esperienza di suo nonno Dragutin durante la guerra.
“Trovare un discendente delle persone che hanno salvato mio nonno e aiutato lui e sua madre nel periodo più difficile della loro vita significa molto”, afferma Ružica. “Sono grata a nome di mio nonno e penso che gli piacerebbe molto saperlo se fosse ancora vivo”.
Alla domanda su cosa significhi per lui e la sua famiglia la proposta di riconoscere i suoi antenati come Giusti tra le nazioni, Janko risponde: “Nella nostra famiglia, siamo sempre stati educati ad essere umani. In questo senso, non avrei potuto aspettarmi che i miei bisnonni si comportassero diversamente”.
“È sempre piacevole e appagante sentire qualcuno parlare bene dei tuoi antenati – padre, madre, nonna, nonno – e in questo senso mi dà davvero un senso di soddisfazione, e sarebbe bello ricevere una qualche forma di riconoscimento. Non per la famiglia, ma per Živko e Danica, protagonisti di questa storia. Noi non abbiamo alcun merito per quello che hanno fatto, però significherebbe molto per noi e sarebbe un onore se le loro azioni venissero riconosciute in qualche modo”, conclude Jovanović.
Ivana Nikolić ha contribuito a questo articolo.
Tag: Ebrei | Giorno della Memoria
In evidenza
- Cronaca criminale












