Bulgaria, sei morti misteriose che spaccano il paese

Un fatto di cronaca divide e sgomenta la Bulgaria: cinque uomini e un minore, membri di un’organizzazione ambientalista, sono morti in circostanze ancora da chiarire. Per la procura si tratta del suicidio rituale di una vera setta, ma i dubbi restano

13/02/2026, Francesco Martino Sofia
© KPPD/Shutterstock

shutterstock_2315524453

© KPPD/Shutterstock

Sei vittime, cinque uomini e un minore, morti in circostanze violente e ancora misteriose e un paese attonito e spaccato da “un caso criminale senza precedenti in Bulgaria”, nelle parole del capo della polizia Zahari Vaskov.

I fatti

Per prima cosa i fatti, o almeno quei fatti che al momento sembrano incontrovertibili. Lunedì 2 febbraio agenti di polizia rispondono ad un allarme incendio: le fiamme hanno avvolto il rifugio di montagna “Petrohan”, situato sulla catena dei Balcani non distante dal confine con la Serbia.

Sul posto gli agenti accertano che l’edificio sta effettivamente bruciando, ma nel perimetro del rifugio trovano anche i cadaveri di tre persone, uccise da colpi d’arma da fuoco alla testa. Nonostante la riservatezza degli inquirenti, le vittime vengono presto identificati: sono Plamen Statev, Ivaylo Ivanov e Detcho Vasilev.

I tre facevano parte dell’Ong “Agenzia nazionale per il controllo delle aree protette”, che aveva la sua base operativa proprio nel rifugio “Petrohan”. L’agenzia, oltre a pattugliare – secondo alcune fonti armata – l’area, organizzava ufficialmente attività ricreative ed educative con giovani.

Senza fornire molti dettagli, le istituzioni impegnate ad investigare il caso non hanno tardato a gettare lunghe ombre sull’organizzazione e i suoi membri. Per il procuratore generale Borislav Safarov il caso “Petrohan” è degno della serie “Twin Peaks”, mentre la polizia afferma che si tratta di “una società chiusa, con elementi della setta”.

Anche i servizi di sicurezza, il DANS, sono attivi nelle indagini e parlano di vecchie accuse di pedofilia e violenza sessuale nei confronti dei membri dell’Agenzia, proprio verso i giovani coinvolti nelle loro attività. Tutte accuse che però, per motivi non chiariti, non avrebbero provocato alcuna reazione da parte di polizia e procura.

Mentre già nascono le prime polemiche, l’attenzione si sposta su Ivaylo Kalushev, proprietario del rifugio, noto speleologo e “leader spirituale” dell’Agenzia, che risulta introvabile. Insieme a lui sono scomparsi anche due giovani di ventidue e quindici anni, da tempo affidati dalle loro famiglie alle cure di Kalushev.

Alcuni elementi – resi noti dai media bulgari, ma tratti da fonti non sempre verificabili – fanno pensare al peggio: tra questi un lungo e a prima vista confuso messaggio che Kalushev avrebbe inviato alla madre, in cui la invita “a non credere a nulla di quello che ti verrà detto” e che “non abbiamo più la forza di di batterci contro tutto questo schifo”.

Kalushev e i due ragazzi si sarebbero allontanati dal rifugio “Petrohan” proprio il 2 febbraio, su un camper che viene cercato in ogni angolo del paese. Secondo alcune informazioni, sempre spurie, sarebbe stato avvistato non lontano dalla costa del Mar Nero.

E invece, domenica 8 febbraio – secondo la versione ufficiale – un pastore avrebbe avvistato il camper non lontano dalla cima Okolchitsa, che sovrasta la città di Vratsa, a meno di due ore di viaggio dal rifugio “Petrohan”.

Nel camper, Kalushev e i due ragazzi sono stati trovati morti: i due giovani nel vano abitativo, Kalushev al posto di guida. Tutti e tre sono stati uccisi, ancora una volta, da colpi d’arma da fuoco.

Per gli inquirenti il caso è chiaro

Fin dalle prime notizie sul caso, che è apparso subito di una gravità fuori dal comune, la Bulgaria ha cominciato a interrogarsi e a spaccarsi sull’interpretazione dei fatti.

Per gli inquirenti, la pista da seguire è una: quella dei suicidi rituali all’interno di un’organizzazione claustrofobica trasformatasi in una setta, diretta in modo carismatico da Ivaylo Kalushev e dedita ad attività inconfessabili dietro la facciata della protezione della natura.

A suicidarsi, dopo aver appiccato il fuoco all’edificio del rifugio, sarebbero state le prime tre vittime. In un secondo momento, Kalushev avrebbe prima ucciso i due ragazzi che si trovavano con lui nel camper, per poi mettere fine alla sua vita.

In una conferenza stampa successiva al ritrovamento delle ultime vittime, la polizia ha mostrato dei video del cortile del rifugio – ripreso da una telecamera di sicurezza – in cui gli uomini del gruppo sembrano accomiatarsi uno dall’altro, con le parole “è stato un onore!”. Un secondo video mostrerebbe poi le prime tre vittime entrare nel rifugio per appiccare le fiamme.

A rendere più sospette le attività dell’“Agenzia nazionale per il controllo delle aree protette” sono stati portati altri elementi: il fatto che – come testimoniato dal sindaco del vicino villaggio di Gintsi, i membri dell’organizzazione avrebbero pattugliato i boschi intorno al rifugio armati, come “auto-proclamati rangers”.

All’inizio si è parlato di un vero e proprio “gruppo paramilitare”, accusa poi lentamente scomparsa: a una successiva verifica, tutte le armi del gruppo sono risultate registrate e legalmente detenute.

Sotto gli occhi dei media sono stati poi evidenziati sia la lunga permanenza di giovani e giovanissimi all’interno del gruppo, con tanto di lunghi viaggi all’estero, che assume contorni sinistri alla luce delle accuse di pedofilia, ma anche la fede buddista di Kalushev, interpretata senza maggiori approfondimenti come un allontanamento dalle norme etiche e religiose tradizionali bulgare.

Una mostruosa montatura?

Per una parte sostanziosa della società bulgara, però, le (mezze) spiegazioni delle autorità non sono convincenti, e forse sono state create ad arte per nascondere una verità indicibile.

Dopo la scoperta dei primi tre cadaveri, l’attuale sindaco di Sofia Vasil Terziev – in un lungo post su Facebook – ha dichiarato di conoscere le vittime e di aver supportato l’organizzazione, anche finanziariamente.

“Vedo quello che scrivono: parlano di paramilitari, membri di una setta, trafficanti…Vedo come in appena ventiquattr’ore si inventa una storia secondo i migliori metodi del KGB” ha scritto Terziev sui social media.

Secondo il sindaco, e la tesi è stata ripresa da più parti, l’“Agenzia nazionale per il controllo delle aree protette” si sarebbe fatta potenti nemici per la sua azione decisa a difesa della natura, e per questo i suoi membri sarebbero stati uccisi.

I colpevoli andrebbero ricercati quindi nella “mafia del legname”, o in altre organizzazioni criminali che vedevano i propri interessi contrastati dai pattugliamenti dei “rangers”.

Altri ancora hanno puntato l’attenzione sulla vicinanza al confine con la Serbia, e a possibili traffici che l’attività di monitoraggio dell’Agenzia avrebbe interrotto o ostacolato. Dietro le sei morti ci sarebbe quindi la possibilità che i membri dell’organizzazione siano stati testimoni di qualcosa di indicibile, di gravissimo, che ne avrebbe decretato la condanna a morte.

Questa è la tesi portata avanti anche da Ralitsa Asenova, madre di Nikolay Zlatkov, uno dei giovani trovati morti nel camper di Kalushev. “È evidente che abbiano visto qualcosa che non dovevano”, ha dichiarato Asenova. “Per me si tratta di un omicidio professionale”.

Anche il padre del minore morto con Zlatkov e Kalushev, Yani Manushev, che ha continuato a difendere il leader dell’organizzazione e a dichiararsi tranquillo sulle sorti del figlio fino alla scoperta dei cadaveri, sui social media ha scritto di una “manipolazione di questo dramma al più alto livello istituzionale”, rigettando in toto la versione ufficiale delle autorità.

Per i tanti scettici, anche i video mostrati dalla procura sarebbero contraffatti, parte di un enorme e mostruosa montatura.

E a rendere ancora più complessa e sfaccettata la figura di Kalushev, sono presto emersi dei video – risalenti al 2010 – in cui l’uomo si era reso protagonista dell’eroico salvataggio di sette persone, tra cui tre bambini, rimaste bloccate in una grotta allagata dalle piogge. Mostro o eroe, vittima del sistema?

La settima vittima, lo stato

Col passare dei giorni, nuovi elementi si sono aggiunti all’inquietante caso “Petrohan”, che inevitabilmente sta assumendo una dimensione politica, oltre a quella criminale.

È stato accertato che denunce di abusi sessuali, che avrebbero visto protagonista Kalushev e vittime alcuni dei minori a lui affidati, sono state effettivamente presentate alla polizia negli anni scorsi, che però non ha reagito alle segnalazioni.

Mercoledì 11 febbraio in parlamento il principale partito di opposizione “Continuiamo il cambiamento” ha chiesto esplicitamente se tra i membri dell’Agenzia nazionale per il controllo delle aree protette ci fossero elementi reclutati dai servizi segreti (DANS). Il direttore dell’agenzia si è però rifiutato di rispondere.

Secondo una versione non verificata, ma che circola sui media bulgari, proprio i servizi avrebbero utilizzato l’organizzazione basata nel rifugio Petrohan per gestire non meglio identificati traffici.

Secondo numerosi esperti, l’unico modo per venire a capo della verità sarebbe mettere le indagini nelle mani di una commissione d’inchiesta internazionale, estranea agli indicibili interessi emersi dalla morte delle sei vittime. La proposta è ora appoggiata anche da una petizione popolare lanciata su internet.

“Il settimo cadavere che, alla fine, emerge da questa oscura tragedia è quello dello stato […] un cadavere di cui si è parlato troppo poco nei giorni passati”, ha scritto il giornalista Krasen Nikolov in un amaro editoriale sul portale Mediapool.

Pur riconoscendo la difficoltà nell’affrontare un “caso senza precedenti” è infatti difficile non sottolineare quanto le autorità abbiano contribuito a creare dubbi più che certezze, attraverso una combinazione di affrettate mezze verità e lunghi ed inspiegabili silenzi sui tragici fatti delle scorse settimane.

La società bulgara resta sgomenta e spaccata di fronte a delle morti che rimangono senza un perché, ufficiale o meno. E anche di fronte a nuovi elementi, che di certo emergeranno nel prossimo futuro, i dubbi e la sfiducia nei confronti delle istituzioni non verranno sciolti con facilità.