BiH: quando la quotidianità smentisce la retorica nazionalista
A dispetto della propaganda politica che semina paura, i cittadini della Bosnia Erzegovina continuano a vivere normalmente, dando priorità alla convivenza quotidiana rispetto all’ingannevole narrazione politica, come dimostra l’esempio di Sarajevo e Istočno Sarajevo

Cartello indicante la fine della municipalità di Istočno Sarajevo
Cartello indicante la fine della municipalità di Istočno Sarajevo - Foto M. Softić
La Bosnia Erzegovina è un paese in cui politica e vita quotidiana spesso non parlano la stessa lingua. Se da un lato i leader politici e i media a loro vicini da anni ormai diffondono narrazioni imperniate su paura, minacce e conflitti perenni, dall’altro nella vita quotidiana persiste la normalità: le persone lavorano, comprano case, mandano i figli a scuola e attraversano confini invisibili del tutto spontaneamente.
Tuttavia, chi per anni, o addirittura per decenni è esposto ai discorsi di odio e paura può facilmente cadere preda della propaganda. È un rischio incombente in un paese, come la Bosnia Erzegovina, dove l’instabilità politica viene deliberatamente mantenuta, perché solo così i politici riescono a distogliere l’attenzione dalla cattiva gestione economica e dal basso tenore di vita della popolazione.
“È un inganno. Non fanno che ingannarci, e si arricchiscono a nostre spese”, afferma Svetlana Cenić, nota analista economica e politica bosniaco-erzegovese.
La retorica della paura
A scatenare l’ultima ondata di propaganda è stato un servizio realizzato dall’emittente pubblica Radiotelevisione della Republika Srpska (RTRS). Il programma è stato mandato in onda alla vigilia di Capodanno e, con ogni probabilità, continuerà a risuonare e a rappresentare una minaccia per tutto l’anno davanti a noi. Nel servizio si critica la vendita di appartamenti ai bosgnacchi a Istočno Sarajevo, definendola “una tendenza pericolosa”, utilizzando un linguaggio contrario a tutti i principi legali, etici, umani e di civiltà.
Questa situazione è forse più facile da comprendere se la si confronta con quella italiana.
Provate a immaginare che i media e i politici di una città italiana ripetano costantemente che l’arrivo di persone dai comuni o dalle regioni limitrofe rappresenta una minaccia per la comunità locale, nonostante quelle persone lavorino ogni giorno, mandino i figli a scuola e facciano la spesa nei negozi locali.
Invece di proporre agli spettatori una storia sul mercato immobiliare, su questioni familiari e sulla realtà economica, la RTRS ha fatto ricorso alla retorica della paura, rievocando la guerra e l’esodo e rilanciando ipotesi su presunti progetti politici.
Nel corso della trasmissione, Ljubiša Ćosić, sindaco di Istočno Sarajevo, ha dichiarato, cito testualmente: “Penso che questa tendenza, che è ‘pericolosa’, porterà ad una situazione in cui potremmo nuovamente avere un problema”.
Pur non avendo specificato a quale problema si riferisse, il sindaco lo ha suggerito affermando: “Dobbiamo adottare misure […] che non siano dannose per la Federazione, ma che rispettino il prefisso RS, Srpsko Sarajevo.
Srpsko Sarajevo è stato il nome ufficiale di Istočno Sarajevo fino al 2004, quando la Corte costituzionale della Bosnia Erzegovina ha deciso di vietare l’utilizzo del prefisso “srpsko” [serbo] nei nomi di città e comuni, giudicandolo discriminatorio nei confronti degli altri due popoli costituenti della BiH (bosgnacchi e croati).
Media di regime
In precedenza, anche l’ormai ex presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, un politico populista vicino a Vladimir Putin, nelle sue esternazioni pubbliche aveva fatto ricorso ad una retorica analoga a quella del sindaco di Istočno Sarajevo. Dodik aveva a più riprese fatto riferimento ai bosgnacchi (musulmani) chiamandoli “turchi”, un appellativo spesso utilizzato dai serbi radicali per esprimere l’intolleranza religiosa.
Anche il generale serbo Ratko Mladić aveva utilizzato il termine “turchi” riferendosi ai bosgnacchi all’inizio del genocidio di Srebrenica nel 1995, per il quale è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale dell’Aja.
Dodik non riconosce quel verdetto e le autorità serbe continuano a considerare Ratko Mladić e altri criminali di guerra condannati come eroi. Negano anche l’assedio di Sarajevo dal 1992 al 1996, in cui più di undicimila persone, compresi 1.601 bambini (stime ufficiali), furono uccise da granate e cecchini.
Oggi, su diverse strade che portano alla capitale della Bosnia Erzegovina, ci sono cartelli con il simbolo olimpico, in ricordo delle Olimpiadi invernali del 1984, e la scritta: “Benvenuti. Sarajevo, 1.425 giorni sotto assedio”.
Dopo la firma degli Accordi di pace di Dayton nel 1995, con cui la Bosnia Erzegovina venne divisa in due entità, la Federazione BiH e la Republika Srpska, iniziò la reintegrazione delle aree intorno a Sarajevo. Una parte significativa della popolazione serba abbandonò le proprie case, per poi venderle, stabilendosi in quelle aree della Republika Srpska da cui in precedenza erano state espulse la popolazione bosgnacca e quella croata.
Fu così che a Lukavica, uno dei sobborghi di Sarajevo, nacque l’odierna città di Istočno Sarajevo. La leadership della Republika Srpska ripete con insistenza che i serbo-bosniaci furono costretti ad abbandonare le loro case e stabilirsi a Istočno Sarajevo. Le autorità di Sarajevo affermano, invece, che a costringere la popolazione serba ad andarsene fu l’allora leadership serba, i cui esponenti, per la maggior parte, sono stati condannati per crimini di guerra dal Tribunale dell’Aja.
All’ingresso di Istočno Sarajevo, sul confine tra le due entità costitutive della Bosnia Erzegovina, le autorità serbe hanno posizionato un grande cartello con la scritta: “Benvenuti. Città di Istočno Sarajevo. Città in cui vivono 157 mila serbi che hanno dovuto lasciare Sarajevo”.
Miro Lazović, un politico di nazionalità serba rimasto a Sarajevo, ha a più riprese dichiarato che la maggior parte dei serbi di Sarajevo lasciò la città nel 1996 sotto pressione, minacce e ricatti da parte della leadership serba. A quel tempo il presidente dell’entità serba era Radovan Karadžić, arrestato a Belgrado nel 2008, dopo anni di latitanza, durante i quali si presentava come dottor Dragan David Dabić e praticava medicine alternative.
L’analista Svetlana Cenić, che oggi vive a Sarajevo, spiega che l’immagine della capitale della Bosnia Erzegovina, promossa da alcuni media della Republika Srpska, non corrisponde alla realtà.
“Nessuno mi ha mai guardata male per il fatto di essere serba”, afferma Cenić, aggiungendo che i media allineati in Republika Srpska presentano un’immagine completamente diversa di Sarajevo.
Lavorare nella capitale della BiH
Cercando di corroborare l’ipotesi sulla “pericolosa tendenza” dei bosgnacchi ad acquistare appartamenti a Istočno Sarajevo, nel servizio della RTRS di cui sopra sono stati presentati i dati pubblicati dal Dipartimento per gli affari geodetici e legali della BiH. Stando ai dati diffusi, negli ultimi tre anni, 220 persone residenti nella Federazione BiH hanno acquistato appartamenti nella municipalità di Istočno Ilidža e 113 persone nella municipalità di Istočno Novo Sarajevo.
Nel servizio si afferma inoltre che, nello stesso periodo, 58 persone hanno acquistato appartamenti nella località sciistica di Jahorina, nello specifico 60 proprietà, tra case di villeggiatura e terreni. Tutte le località menzionate fanno parte del comune di Istočno Sarajevo.
“Questo dimostra quanto siano ottusi”, afferma Svetlana Cenić. “Sia i costruttori che gli investitori sono serbi. I serbi vendono case ai bosgnacchi. Allora, dov’è il problema? Perché i serbi non comprano a Sarajevo? Chi glielo impedisce?”, chiede polemicamente l’analista.
Cenić spiega che molti serbi residenti a Istočno Sarajevo ogni giorno passano da un’entità all’altra e vanno a lavorare nella capitale.
“Se Sarajevo chiudesse il passaggio, dove lavorerebbero i serbi di Istočno Sarajevo? Moltissimi lavorano a Sarajevo, lo si capisce dalle colonne di veicoli che passano nei giorni feriali, al mattino, quando vanno al lavoro, e al pomeriggio, quando tornano a casa.
Cenić spiega che più volte le è capitato di imbattersi in persone che fanno ricorso ad una retorica simile a quella diffusa dalla Radiotelevisione della Republika Srpska.
“Le loro affermazioni sono frutto di strumentalizzazioni politiche. Queste persone non sanno nulla di economia o letteratura. Chiedeteglielo, non fanno altro che ripetere la stessa storia”.
Ma come influisce questa storia sui bosgnacchi che hanno comprato appartamenti e vivono a Istočno Sarajevo? Al di là degli schermi televisivi e delle tribune politiche, la vita a Sarajevo e Istočno Sarajevo scorre senza tensioni. Mentre la propaganda cerca di ripristinare le divisioni degli anni Novanta, i cittadini dimostrano ogni giorno che la vita sfugge ai dettami del discorso etnico.
L’acquisto di appartamenti, le amicizie tra vicini, le attività commerciali e le decisioni quotidiane dimostrano chiaramente che la vita reale è immune dalla retorica del panico diffusa dai politici.
Un’immagine irrealistica
Il bosgnacco Mirza Softić vive con la moglie a Dobrinja, una municipalità amministrativamente divisa tra le due entità della BiH. Softić, il cui appartamento si trova nella parte di Dobrinja che ricade nel territorio della Republika Srpska, afferma di aver avuto la sensazione di essere rappresentato in quella trasmissione della RTRS non come una persona reale, ma come un “bersaglio” astratto.
“[Quel servizio] non ha nulla a che vedere con la vita reale”, sottolinea Softić. “Percepisco Sarajevo come una città unica. Non dico mai di vivere a Istočno Sarajevo, ma a Dobrinja. Di fronte al mio palazzo c’è il confine con la Federazione. La gente vive, lavora, i bambini vanno a scuola, nessuno si preoccupa dell’appartenenza etnica”.
Softić spiega che la maggior parte delle persone ufficialmente residenti a Istočno Sarajevo utilizza i servizi offerti da scuole, ospedali e istituzioni del cantone di Sarajevo per motivi pratici.
Descrive i suoi rapporti con i vicini come normali, persino amichevoli. “Di recente siamo usciti tutti a spalare la neve davanti al palazzo e siamo rimasti lì per sei ore a bere. La maggior parte dei miei vicini non sa nemmeno a quale gruppo etnico appartengano gli altri”.
Ammette però di sentirsi a disagio quando sente affermazioni incendiarie come quelle pronunciate dal sindaco di Istočno Sarajevo.
“Mi è dispiaciuto sentire il sindaco dire ‘bisogna fare qualcosa’. Vorrei chiedergli cosa intende fare e, dato che l’ho visto spesso a Sarajevo, la sua città natale, sono sicuro che non la pensa così”.
Tuttavia, come sottolinea Softić, i cittadini non si lasciano sopraffare dalla paura.
“Quella a cui assistiamo oggi è la continuazione della propaganda degli anni Novanta, una retorica che sta ormai svanendo”, afferma Softić. “Da tempo tutti i cittadini frequentano entrambe le parti della città, che in realtà è un’unica città anche se sulla carta è divisa, però funziona come un insieme, e funzionerà sempre di più come tale. Alcune leggi si differenziano leggermente, ma in sostanza tutto è uguale”.
La vita reale
Softić spiega che con la sua famiglia ha deciso di acquistare un appartamento a Istočno Sarajevo per ragioni puramente pratiche.
“I miei genitori e quelli di mia moglie vivono nelle vicinanze, e tutto costa molto di più nel cantone di Sarajevo”, precisa Softić. “Non c’è nessuna strategia, nessun piano per superare numericamente i serbi. E nessuno vota a Istočno Sarajevo. Quindi, quella notizia riportata della RTRS è totalmente falsa. Credo che i serbi che possiedono immobili nel cantone di Sarajevo siano molto più numerosi dei bosgnacchi che vivono a Istočno Sarajevo”.
Sottolinea che i bambini frequentano le scuole nel cantone di Sarajevo e che non c’è alcuna intenzione da parte dei bosgnacchi di cambiare il quadro politico a Istočno Sarajevo, perciò la popolazione locale non si deve preoccupare.
“La vita reale a Dobrinja scorre tranquillamente, su entrambi i lati del confine, e non si verificano mai incidenti”, sottolinea Mirza Softić.
Nella vita di tutti i giorni, Sarajevo funziona come una città unica. Le persone attraversano il confine amministrativo tra le due entità delle BiH senza nemmeno pensarci, fanno la spesa, lavorano, socializzano. Ci sono alcune differenze dal punto di vista legislativo e amministrativo, ma non nella vita.
È proprio il divario tra discorso politico e realtà a saltare all’occhio. Mentre i media e i politici producono narrazioni facendo leva sulla paura, i cittadini trovano il modo di vivere normalmente, spesso ignorando le affermazioni dei propri rappresentanti politici. Questa silenziosa normalità quotidiana è la più grande conquista che scardina la retorica nazionalista in Bosnia Erzegovina.
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