Balcani, la storia come strumento di comprensione e dialogo
“Joint History Project”, vincitore del premio CESPIC, è il più grande progetto della società civile nei Balcani, che ha riunito oltre cento esperti provenienti da tredici paesi. L’idea è trasformare la storia, spesso utilizzata come strumento di divisione, in uno spazio di apprendimento, comprensione e dialogo. Ne abbiamo parlato Zvezdana Kovač, responsabile del progetto

ZvK
Zvezdana Kovač © JHP
Joint History Project celebra oltre vent’anni di attività con questo premio. Ci può ricordare come tutto è iniziato e qual era l’obiettivo originario del progetto?
Tutto ebbe inizio esattamente ventotto anni fa. Alla fine degli anni Novanta, in un periodo in cui i conflitti nel territorio dell’ex Jugoslavia non erano ancora conclusi e la regione stava ancora affrontando le conseguenze di violenza, distruzione e profonde divisioni sociali, un gruppo di intellettuali e imprenditori provenienti dalla Grecia e da altri paesi europei decise di riunire le forze.
In quel periodo, divenne sempre più chiaro che i conflitti non nascevano da un giorno all’altro. Erano il risultato di un lungo processo in cui le narrazioni nazionaliste, spesso supportate dai sistemi educativi e dal discorso pubblico, plasmavano il modo in cui le giovani generazioni comprendevano la propria storia e le relazioni con i vicini. Se la regione voleva una vera riconciliazione e uno sviluppo democratico, era chiaro che il cambiamento doveva iniziare nelle scuole.
Le società democratiche non possono essere costruite su interpretazioni unilaterali del passato, ma sulla capacità di osservare la storia da prospettive diverse. Da questa convinzione è nato il Centro per la Democrazia e la Riconciliazione nel sud est Europa (CDRSEE), un’organizzazione il cui obiettivo principale è migliorare il modo in cui la storia viene appresa e compresa nella regione.
Uno dei primi passi è stata una ricerca approfondita su come veniva insegnata la storia nei paesi del sud est Europa. I risultati sono stati in gran parte simili. L’insegnamento della storia nella maggior parte dei paesi era fortemente etnocentrico, con un atteggiamento fortemente parziale e acritico nei confronti del proprio ruolo negli eventi storici. Prevalevano narrazioni che presentavano la propria comunità esclusivamente come vittima, mentre la responsabilità veniva quasi sempre attribuita agli altri. Raramente c’era spazio per una revisione critica, per l’analisi di diverse fonti e per una valutazione onesta della complessità dei processi storici.
Tuttavia, gli autori di quella ricerca non si sono fermati alla mera diagnosi del problema. Il messaggio era chiaro: se sappiamo come stanno le cose, abbiamo il dovere di cercare di cambiarle. Da questa idea è nata l’iniziativa di creare Common Historical Reading Books, una raccolta di materiali didattici che offrisse a studenti e insegnanti un approccio diverso alla storia. Invece di raccontare un’unica storia nazionale, nei libri di testo si è cercato di presentare gli eventi storici attraverso molteplici prospettive, utilizzando fonti, documenti e interpretazioni diverse.
L’idea era semplice, ma in questo contesto estremamente coraggiosa: la storia, anziché uno strumento di divisione, doveva diventare uno spazio di apprendimento, comprensione e dialogo.
Joint History Project è il più grande progetto della società civile nella regione e ha riunito oltre cento esperti provenienti da tredici paesi. Tuttavia, gli esperti di diversi paesi hanno spesso esperienze accademiche e professionali diverse. Come si è sviluppata la cooperazione, tenendo conto di queste differenze?
In primo luogo, è stato formato un team di storici-editori provenienti da tutti i paesi della regione, e la professoressa Christina Koulouri, nota storica greca, è stata nominata coordinatrice dell’iniziativa. Il team è stato scelto principalmente in base a competenza, credibilità accademica e integrità personale. Questo è stato un criterio chiave, perché era importante che al progetto partecipassero persone che rappresentassero la loro professione e il loro approccio scientifico alla storia, e non le narrazioni politiche o nazionali dei paesi di provenienza. Tutti i partecipanti erano consapevoli che prima di tutto andava difesa l’integrità della scienza storica.
Naturalmente, come atteso, c’erano divergenze di opinione. Tuttavia, l’obiettivo del progetto non è mai stato quello di giungere ad una versione “definitiva” della storia. Al contrario, l’idea era di dimostrare che gli eventi storici potevano essere interpretati in modi diversi. Ecco perché, laddove non è stato possibile raggiungere un pieno accordo sulle posizioni, nei libri di testo sono state presentate diverse fonti storiche, spiegando gli eventi storici da molteplici prospettive.
È importante sottolineare che ogni fonte citata nei libri doveva essere accettata con il consenso di tutti i redattori. Questo approccio ha richiesto molta discussione, argomentazione e rispetto reciproco.
Gli storici-editori avevano anche i propri team di collaboratori nei loro paesi di originen, compresi professori universitari, ricercatori, ma anche insegnanti di storia delle scuole. È stata questa combinazione di diverse esperienze accademiche e professionali a conferire al progetto un valore speciale, rendendo i libri di testo scientificamente fondati e, al tempo stesso, adatti all’insegnamento. L’obiettivo era offrire agli studenti uno spazio per il pensiero critico e la comprensione del passato da molteplici prospettive.

L’11 marzo, a Tirana, si è svolta la cerimonia della prima edizione del premio CESPIC per la Pace, promosso dalla Fondazione Nostra Signora del Buon Consiglio (NSBC) di Tirana, coordinato dal Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione (CESPIC), in collaborazione con OBC Transeuropa/ CCI. Il premio al Joint History Project è stato conferito “per il lavoro educativo di lungo termine volto a promuovere la comprensione reciproca e la riconciliazione”.
La multiprospettiva è l’approccio principale di questo progetto, che si differenzia in parte dai precedenti tentativi di scrivere manuali di storia transnazionali in aree di conflitto. I vostri libri mettono a confronto diverse fonti relative agli stessi eventi, sollevando domande per stimolare il dibattito. Come funziona concretamente questo approccio nell’insegnamento? Indubbiamente, richiede una grande dedizione da parte dei docenti. Qual è il loro ruolo?
La multiprospettiva è in effetti un approccio chiave del Joint History Project, però è importante sottolineare che i nostri libri non sono stati pensati per sostituire i libri di testo esistenti, bensì come materiale didattico ausiliario. Sono progettati per offrire a insegnanti e studenti fonti e prospettive storiche aggiuntive, spesso non presenti nei libri di testo nazionali.
In classe, gli studenti lavorano direttamente con fonti storiche: documenti, estratti da libri di testo di diversi paesi, fotografie, discorsi politici o testimonianze di un determinato periodo. Le fonti si riferiscono allo stesso evento, ma provengono da contesti nazionali o sociali diversi. Quindi, seguendo le domande che accompagnano ciascuna fonte, gli studenti mettono a confronto diverse interpretazioni, individuano differenze e somiglianze e cercano di capire perché uno stesso evento sia interpretato in modi diversi in contesti diversi.
Capita, ad esempio, che in un paese venga elaborata solo una parte di un certo evento storico, quella che rientra nella narrazione nazionale dominante, mentre in un altro paese viene enfatizzato un altro aspetto dello stesso evento. Nei nostri libri, gli studenti hanno l’opportunità di consultare enm più fonti, ottenendo così un quadro più completo che permette di comprendere la complessità dei processi storici.
Il ruolo dell’insegnante non è quello di dare agli studenti una sola risposta “corretta”, ma di incoraggiarli ad analizzare le fonti, porre domande e sviluppare il pensiero critico. In questo processo, l’insegnante diventa più un moderatore della discussione che un trasmettitore di conoscenze precostituite. Allo stesso tempo, ci sono alcune sfide. In alcuni paesi della regione, il contesto politico non è ancora particolarmente favorevole all’utilizzo di tali materiali, perché l’approccio multiprospettico spesso mette in discussione narrazioni nazionali semplificate.
Inoltre, alcuni aspetti pratici del sistema educativo giocano un ruolo importante. Ad esempio, gli anni ‘90 occupano solo poche pagine in alcuni libri di testo e spesso vengono affrontati alla fine del programma scolastico, quando le lezioni sono accelerate e certi temi vengono spesso saltati.
Ecco perché è importante leggere libri come quelli realizzati nell’ambito del nostro progetto. Permettono a insegnanti e studenti, anche in tempi limitati, di lavorare con fonti autentiche e di aprire spazi di riflessione su prospettive di cui potrebbero non essere a conoscenza.
Nel 2017 sono stati pubblicati due libri di testo sulla seconda metà del XX secolo, quindi dodici anni dopo la pubblicazione dei primi quattro volumi dedicati al periodo storico precedente. Quali sono state le reazioni al progetto nei diversi paesi nel corso degli anni? Le reazioni sono state maggiormente influenzate dai cambiamenti del contesto politico generale e locale, oppure a suscitare reazioni sono stati principalmente gli argomenti trattati, dal ruolo dell’Impero ottomano alle guerre jugoslave?
Nel corso degli anni, le reazioni al progetto sono state molto forti e spesso molto spiacevoli per il team di progetto. Nelle prime fasi del progetto, abbiamo dovuto affrontare critiche molto dure. Nella sfera pubblica, siamo stati spesso accusati di essere “nemici di stato” e “mercenari al soldo degli stranieri”. In molte comunità, i nostri libri sono stati inizialmente rifiutati, spesso senza una seria discussione sul loro contenuto.
Col tempo, è emerso che gran parte di queste accuse proveniva da persone che in realtà non avevano letto i libri né tanto meno ne conoscevano il contenuto. Le reazioni erano spesso il risultato di una radicata convinzione che mettere in discussione il proprio ruolo storico significasse mettere a repentaglio gli interessi nazionali. In un simile quadro di valori, ammettere la responsabilità, parlare di crimini, chiedere perdono o impegnarsi per la riconciliazione è percepito come un tradimento. In sostanza, si è trattato (e si tratta tuttora) di uno scontro tra due sistemi di valori: uno che vede la storia come mezzo di mobilitazione nazionale e l’altro che percepisce la storia come spazio di riflessione critica e dialogo.
Tuttavia, grazie ad un lavoro costante e attento, al dialogo con gli insegnanti, la comunità accademica e le istituzioni, la situazione pian piano è cambiata. Abbiamo organizzato numerose presentazioni, corsi di formazione e dibattiti pubblici per presentare il contenuto effettivo dei libri di testo e il loro potenziale educativo. Tutti i ministeri dell’Istruzione dei paesi dei Balcani occidentali hanno sostenuto il progetto e hanno permesso di organizzare corsi di formazione per gli insegnanti. La presentazione degli ultimi due volumi, che trattano il periodo più delicato, le guerre degli anni Novanta, è stata particolarmente simbolica. La promozione si è tenuta al Parlamento europeo, alla presenza di ministri e rappresentanti dei ministeri dell’Istruzione di tutti i paesi della regione.
Un ruolo importante è stato svolto anche dal contesto politico più ampio, in particolare dal processo di integrazione europea della regione. È diventato fondamentale dimostrare che le società dei Balcani occidentali sono pronte ad accettare i valori europei, tra cui il dialogo, il confronto critico con il passato e un’educazione basata sul pluralismo delle prospettive. In questo contesto, un progetto come il nostro ha acquisito ulteriore importanza.
In altre parole, a inuenzare le reazioni al progetto non sono stati solo gli argomenti trattati, ma anche il contesto politico e sociale in cui tali argomenti sono stati affrontati.

I libri prodotti dal Joint History Project © JHP
Il Centro per la democrazia e la riconciliazione nel sud est Europa è stato chiuso nel 2019 per mancanza di risorse finanziarie. Grazie a nuovi donatori, i libri di testo sono ora nuovamente disponibili al pubblico. Oltre ai libri di testo online, quali attività prevedete di implementare?
Purtroppo, è vero. Il Centro è stato chiusa a causa di una certa rigidità burocratica dei meccanismi finanziari dell’Unione europea. In particolare, l’UE ha modificato ad un certo punto i criteri in base ai quali le organizzazioni non governative possono richiedere sovvenzioni destinate alla regione dei Balcani occidentali. Secondo queste regole, le organizzazioni devono essere registrate sul territorio della regione per poter presentare domanda di finanziamento.
Dal momento che la sede centrale del CDRSEE era a Salonicco, questo cambiamento ci ha praticamente reso impossibile richiedere fondi destinati ai progetti nei Balcani occidentali. Comprendo la buona intenzione dell’Unione europea di investire i fondi nella regione stessa, ma non c’è stata la flessibilità necessaria per fare un’eccezione per un progetto che ha dimostrato di essere di fatto regionale sin dall’inizio, un progetto destinato alla regione e radicato in essa. Dopo che l’UE ha modificato le regole, criteri analoghi sono stati adottati anche da numerose fondazioni.
È particolarmente paradossale che proprio la nostra posizione geografica “neutrale” e la composizione internazionale del personale e del consiglio di amministrazione abbiano contribuito in modo determinante al successo del progetto. Per questo nei paesi dei Balcani occidentali il nostro progetto non è stato percepito come fazioso, bensì come una piattaforma dedicata a creare uno spazio di dialogo e cooperazione.
Molti di noi non sono riusciti ad accettare il fatto che il progetto, frutto di anni di lavoro e che aveva riunito più di cento storici, fosse destinato a scomparire e che i libri prodotti rimanessero ad accumulare polvere sugli scaffali. Ad un certo punto, il ministero degli Affari Esteri tedesco ha riconosciuto l’importanza del progetto, sostenendo l’idea di rilanciarlo.
Bisognava però individuare un’organizzazione capace di fungere da nuova sede istituzionale del progetto per consentirne ulteriore sviluppo. Abbiamo riscontrato la grande comprensione del Fondo Europeo per i Balcani, che ha accettato di ospitare il progetto. Oggi disponiamo di un ampio archivio online di tutti i libri pubblicati in diverse lingue, disponibile sul sito multilingue jointhistory.net.
Inoltre, sviluppiamo nuovi materiali didattici per insegnanti e studenti, siamo attivamente presenti sui social, dove pubblichiamo vari contenuti multimediali relativi alla storia dei Balcani e organizziamo conferenze internazionali che trattano argomenti di grande attualità.
Ci concentriamo in particolare sul lavoro con i giovani. Organizziamo una scuola invernale regionale che riunisce giovani provenienti da tutti i Balcani occidentali. Attraverso tre unità didattiche – storia, psicologia e media – discutiamo i modi in cui il passato viene interpretato, i traumi ancora presenti nelle società dei Balcani, ma anche come i giovani possano sviluppare un pensiero critico e una resistenza alla manipolazione delle narrazioni storiche.
Il nostro obiettivo è avvicinare le nuove generazioni ad un approccio multiprospettico alla storia e offrire ai giovani gli strumenti per sviluppare il proprio potenziale, comprendere la complessità del passato e diventare cittadini responsabili e aperti delle loro società.
Inizialmente, il progetto ha goduto del sostegno dei ministeri dell’Istruzione di tutti i paesi della regione, ma quando i libri di testo avrebbero dovuto entrare nelle scuole, il progetto è stato interrotto. Lei ha affermato che l’obiettivo rimane lo stesso: impegnarsi affinché i libri di testo realizzati nell’ambito del progetto diventino parte integrante del curriculum scolastico. Siete ancora in contatto con i ministeri? Ritiene che possano sostenere il progetto in questa seconda fase?
Sì, abbiamo già ripreso i contatti con diversi ministeri dell’Istruzione della regione. In Serbia e Montenegro abbiamo già ottenuto le autorizzazioni per organizzare nuovi corsi di formazione per i docenti, mentre siamo in trattative avanzate con la Macedonia del Nord e l’Albania e speriamo di raggiungere presto un accordo.
Il nostro obiettivo rimane lo stesso: rendere i libri di testo transnazionali riconoscibili come prezioso materiale didattico ausiliario, in grado di arricchire le lezioni di storia e di incoraggiare il pensiero critico tra gli studenti. Nel prossimo futuro, intendiamo proseguire il dialogo con altri ministeri dell’Istruzione della regione e crediamo di poter raggiungere una comprensione reciproca.
Le giovani generazioni di oggi non hanno assistito direttamente agli eventi del passato, ma vivono in un’epoca in cui diverse interpretazioni di quegli eventi si ripetono costantemente nello spazio pubblico. Qual è la sua esperienza nel lavorare con le giovani generazioni? La distanza temporale e storica gioca un ruolo? A suo avviso, quali processi sociali e culturali influenzano l’atteggiamento dei giovani verso il passato?
La nostra esperienza di lavoro con i giovani è stata in gran parte una piacevole sorpresa. Pur non avendo vissuto direttamente gli eventi degli anni Novanta, le giovani generazioni continuano a crescere in società in cui sono molto presenti diverse interpretazioni di quegli eventi: attraverso il sistema educativo, i media, il discorso politico, ma anche attraverso i ricordi familiari.
In questo senso, possiamo anche parlare di un trauma transgenerazionale, ovvero della trasmissione dell’eredità emotiva e narrativa del conflitto a generazioni che non hanno vissuto personalmente quegli eventi. Ecco perché abbiamo introdotto nel progetto attività che affrontano l’aspetto psicologico del rapporto con il passato.
Lavorando con i giovani abbiamo notato che spesso sono molto più aperti e disponibili al dialogo di quanto non si pensi. Alla nostra recente scuola invernale hanno partecipato circa venti giovani provenienti da Bosnia Erzegovina, Montenegro, Croazia e Serbia. Hanno mostrato grande interesse per gli argomenti trattati, hanno posto domande molto ponderate, non si sono lasciati convincere dai cliché precostituiti ed erano pronti ad ascoltare e comprendere prospettive diverse.
Per molto tempo abbiamo coltivato lo stereotipo per cui i giovani sarebbero disinteressati e indifferenti. Tuttavia, eventi come i movimenti studenteschi in Serbia dimostrano che abbiamo profondamente sottovalutato i giovani. I giovani hanno dimostrato di avere energia, pensiero critico e la volontà di affrontare importanti interrogativi sociali.
Ecco perché credo che il rapporto tra le generazioni in questo processo sia bidirezionale: i giovani hanno bisogno del sostegno, della conoscenza e dell’esperienza degli adulti, ma anche noi abbiamo bisogno dell’energia, dell’apertura e della determinazione dei giovani. È in questa combinazione che vedo un grande potenziale per un confronto diverso e più maturo con il passato nei Balcani.
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