Adriatique, un mare che profuma anche in francese

Il nostro Fabio Fiori ci accompagna nel mondo adriatico di Jean-Arnault Dérens, esperto di Balcani e fondatore de Le Courrier des Balkans. Un mare giovane, uno spazio unico di commistione tra lingue, culture e genti, raccontato nel libro “Adriatique. La mer serenissime

20/03/2026, Fabio Fiori
Premuda, Croazia. Traghetto della Jadrolinija - Foto F. Fiori

Premuda, Croazia. Traghetto della Jadrolinija – Foto F. Fiori

Premuda, Croazia. Traghetto della Jadrolinija - Foto F. Fiori

“L’Adriatico è prodigo di miraggi”, scrive Jean-Arnault Dérens in apertura del suo piccolo, intenso racconto di questo mare serenissimo, parafrasando il titolo del libro. “Adriatique. La mer serenissime” (2024, Editions Nevicata, pp 92, 9 euro), che meriterebbe d’essere tradotto in italiano, è all’interno di una collana molto interessante Collection l’Ame des Peuples che permette di conoscere luoghi e genti del mondo, attraverso uno sguardo francese, ma attento alle testimonianze di chi abita quei luoghi. Sono infatti racconti di viaggio seguiti da interviste a testimoni locali, che intrecciano vita quotidiana, attualità, storia e cultura.

L’Adriatico dunque ha ragione d’essere considerato una regione del mondo, a prescindere dai confini nazionali o anzi proprio come archetipo di regione sovranazionale, direi io. Una “pianura liquida”, prendendo a prestito le parole di Fernand Braudel, dove le lingue e le culture s’incrociano, quelle di ieri e quelle di oggi.

Una vitalità che metaforicamente s’intreccia con la costatazione d’apertura di Dérens, legata al fatto che l’Adriatico per come lo conosciamo ora è il più giovane dei mediterranei, essendo legato alla trasgressione Flandriana, circa 12.000 anni fa.

È quindi geologicamente e biologicamente un mare giovane e, metaforicamente, lo è anche per la freschezza delle relazione, per la dinamicità delle culture, per la promiscuità delle religioni. Se della geografia bisogna sempre tener conto, l’autore è capace di renderla cosa viva, agganciandola a fatti storici e a cronache recenti.

Ecco allora che le 42 miglia nautiche che separano le opposte sponde albanesi e italiane, in corrispondenza del Canale d’Otranto, sono anche state una tragica rotta negli anni Novanta del Novecento, quando con i “gommoni” migliaia di albanesi e kosovari scappavano dai loro paesi sconvolti da fatti militari, politici, economici e civili disastrosi.

Jean-Arnault Dérens è nato nel 1968 a Watford in Inghilterra, cresciuto e laureatosi in Francia, storico e giornalista con una particolare attenzione ai Balcani, dove ha viaggiato a partire dalla fine degli anni Ottanta del Novecento.

“Io sono un figlio dell’oceano e ho scoperto tardivamente l’Adriatico”, dichiara all’inizio del libro. La prima volta durante un viaggio famigliare a Venezia, ma il primo vero ricordo risale al 1 ottobre 1991 quando tornava da Dubrovnik all’Italia con i partecipanti alla “Carovana della pace” e alla radio VHF ascoltò le prime notizie dei bombardamenti sulla città che aveva appena lasciato alle spalle. Anche per loro l’Adriatico fu una via di fuga, una promessa di salvezza. Accadimenti tragici che Dérens ha seguito e raccontato anche attraverso la fondazione nel settembre 1998 del sito web Le Courrier des Balkans.

In poche pagine l’autore riassume abilmente la storia adriatica ricordando tra le altre peculiarità la Pax romana e la relazione viaria tra Roma e Bisanzio attraverso l’Appia, l’Adriatico come pontus, l’Egnazia, una direttrice antecedente a Costantinopoli. Si accenna alla Civitas Classis la “Ville de la Flotte” e alla sua magnifica basilica di Sant’Apollinare. Si parla di Venezia e Trieste che secondo la definizione di Winston Churchill divenne una delle città simbolo della “cortina di ferro”.

Seguono pagine che ripercorrono la storia novecentesca con un interessante capitolo al “Communisme bling-bling”, cioè alla relazione articolata e controversa della Jugoslavia con il turismo, a partire dal discorso fatto da Tito a Spalato nel 1946. “La nostra magnifica costa dalmata è perfetta per le vacanze delle masse lavoratrici della Repubblica Federale di Jugoslavia”, perciò negli stessi anni il Maresciallo avviò un massiccio piano economico per finanziare la realizzazione di strutture turistiche di ogni tipo, per ogni gusto. Anche naturistico, designato con l’acronimo FKK, mutuato dal tedesco Freikörperkultur. Nel 1978 si contavano 59 spiagge FKK e una sessantina di spiagge “sauvages”.

Anch’io ricordo quando, in un viaggio fatto con gli amici nel 1987 a bordo di un pulmino Fiat 850, noi ragazzi cresciuti nella bigotta Italia, scoprimmo con stupore quelle spiagge, quei corpi, quelle libertà.

Ulcinj, Montenegro, 1987 - Foto F. Fiori

Ulcinj, Montenegro, 1987 – Foto F. Fiori

Per inciso Tito preferiva e risiedeva per lunghi mesi d’estate nelle isole Brioni, bucoliche ed esclusive, nonché hollywoodiane e terzomondiste. Amava poi viaggiare e ospitare presidenti e star internazionali a bordo del Galeb, il leggendario panfilo presidenziale. Molto belle e poetiche le ultime pagine della prima parte, intitolate “Incoscient géologique”, difficilmente traducibile in italiano ma intrigante, dove Dérens ricorda la fragilità ambientale dell’Adriatico, prendendo a prestito anche i versi di Andrea Zanzotto e Umberto Saba.

Tre interviste lunghe completano la seconda parte, non meno appassionante. Sono le voci di Roul Pupo, professore di storia contemporanea all’Università di Trieste, Maja Jurisic, che vive nella piccola isola spalatina di Solta dove ha fondato “Pokret otoka” un movimento di rivitalizzazione delle isole alternativo alla gentrificazione, e Mustafa Canka giornalista e scrittore di Ulcinj, oggi città costiera montenegrina, per secoli base dei terribili pirati dulcignottti come li chiamavano gli italiani, dal nome della loro città: Dulcigno.

Un libretto denso e appassionato che offrirebbe anche agli italiani, che in generale pochissimo conoscono della riva orientale, un sintetico compendio delle vicende passate e delle cronache contemporanee. Quelle di un mare da scoprire o riscoprire, magari viaggiando con quei meravigliosi piccoli traghetti della Jadrolinija che collegano il continente alla terraferma, anche d’autunno e d’inverno, stagioni particolarmente amate dall’Homo adriaticus.