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Sono migliaia e spesso laureate. Ma il percorso di studi delle donne ucraine in Italia non viene quasi mai valorizzato. Ci sono però storie che vanno in controtendenza

26/10/2016 -  Elena RisiValentina Vivona

Il territorio italiano è testimone dell'arrivo di numerose persone laureate che lasciano il loro paese per svolgere mansioni di basso rango lontano da casa. Un fenomeno silenzioso che ha spesso il volto delle iper-qualificate donne ucraine impiegate in Italia come collaboratrici domestiche.

Oltre un quinto (21,5%) dei cittadini ucraini residenti in Italia è in possesso di un titolo universitario. Una percentuale doppia rispetto alla popolazione italiana (11,2%) ed ancora più alta tra le donne ucraine, le quali costituiscono l’88% del collettivo. Sono dati pubblicati a giugno 2016 da Franco Pittau, lo stesso autore del recente rapporto “Italiani nel mondo” che ha riportato in auge il termine ‘fuga di cervelli’. Nella meno discussa pubblicazione precedente (“Le migrazioni qualificate in Italia”) i redattori preferiscono invece parlare di ‘spreco di talenti’. L’emigrazione italiana sarebbe infatti compensata dalla presenza di personale qualificato straniero, ma il paese non è in grado di offrire loro un lavoro adeguato.

Un problema strutturale che le donne ucraine hanno negli anni cercato di risolvere da sole. Olga dice che la sua storia non è niente di speciale. Per oltre dieci anni ha lavorato come badante e investito il suo tempo libero nel riconoscimento della propria laurea in Medicina. Un investimento anche economico che l’ha infine ricompensata. Oggi lavora come medico chirurgo presso la clinica Villa Stuart di Roma. Una foto di maggio scorso la ritrae con il pallavolista della nazionale russa Evgeny Sivozhevez, suo paziente. “Come tutti mi sono rimboccata le maniche”, ribadisce. Tale determinazione caratterizza molte storie di migrazione al femminile dall’Ucraina.

Valigie

Con lo sgretolamento dell’Unione Sovietica e la caduta dei regimi nell’Europa centro-orientale, tutta l’area dell’ex blocco comunista conosce una crisi economica profonda, il fallimento delle banche e una disoccupazione altissima. La povertà colpisce trasversalmente, ma la ristrutturazione economica e l’avvio di politiche liberiste inseriscono i paesi di quest’area nel processo globale di femminilizzazione della povertà. È proprio in questi anni che per molte donne, ucraine e non solo, la migrazione diventa l’unica speranza per garantire un futuro migliore per se stesse e la propria famiglia.

Col passaporto in una mano e la valigia nell’altra, per molte di loro è la prima volta fuori dal paese. Entrano in Italia con un visto turistico e in poche settimane diventano irregolari. “Sono arrivata a Roma durante il periodo natalizio”, ricorda Svitlana Kovlaska fondatrice dell’Associazione Donne Ucraine Lavoratrici, “cercavo un momento di spiritualità e mi sono ritrovata immersa nella buona tavola italiana e mille luci colorate”. Era il Natale del 1999, anche lei è entrata come turista e ha cominciato a costruire la sua vita in Italia. Laureata in lingua e letteratura russa, per quindici anni ha lavorato come badante, ma non erano questi i suoi progetti di vita. Ha ricominciato a studiare per diventare mediatrice culturale, passando per Roma Tre, Istituto Sacro Cuore e Angelicum University: oggi, da pluri-specializzata, lavora al San Camillo nel ruolo per cui si è formata in tutti questi anni. Racconta di come la gente si stupisce quando si parla di donne ucraine che svolgono lavori qualificati in Italia: lo stereotipo è duro a morire e, nell’immaginario collettivo di molti, la donna dell’Est continua ad essere, come ‘per natura’, badante o colf.

Appena arrivate, nessuna di queste donne pensava che si sarebbe fermata più di uno o due anni. Giusto il tempo per mettere da parte un po’ di soldi. Per restare senza passare guai con la legge hanno cominciato a colmare una domanda nel mercato del lavoro italiano che cresceva a vista d’occhio. L’assistenza domestica garantiva a queste donne, sole e con famiglia a carico, un posto dove dormire e la sicurezza di sfuggire ai controlli. Non avevano contratto e nessun poliziotto avrebbe sbirciato dentro le case dove lavoravano. Tuttavia, il lavoro è duro. E, a lungo andare, essere invisibili per le autorità significa diventarlo per la società, con il rischio di ritrovarsi in situazioni di grave sfruttamento. Momenti di riposo e lavoro si accavallano, non c’è privacy, non c’è autonomia. Molte di queste donne scivolano nella depressione o nell’esaurimento nervoso, un male oscuro che nel mondo delle badanti dell’est ha preso il nome di ‘sindrome Italia’. “A nessuna di noi piaceva fare questo mestiere”, garantisce Svitlana, “anche perché nel nostro paese eravamo tutte abituate a ruoli e incarichi professionalmente di prestigio”.

Emersione

La cosiddetta legge Bossi/Fini del 2002 ha facilitato la regolarizzazione e l’ingresso del personale domestico extra-comunitario, facendo uscire dall’ombra numerose immigrate ucraine e rendendo il richiamo del Bel Paese ancora più forte. Alla fine del 2004 risultavano residenti regolarmente in Italia oltre 80 mila ucraini in più rispetto alla fine del 2002; nel tempo la cifra si è stabilizzata attorno le 110mila presenze. La semplificazione dell’ottenimento del permesso di soggiorno ha modificato, di conseguenza, anche il progetto migratorio.

Svitlana è un punto di riferimento per le donne della sua comunità emigrate nella capitale. “Mi hanno chiamato anche per sapere come curarsi in caso di mal di denti o per capire a chi rivolgersi quando avevano dimenticato le chiavi dentro casa”. Ma oltre agli aneddoti più singolari, riporta anche i casi più difficili. Una sua amica lavorava come badante di una signora quasi sorda, non parlavano mai l’una con l’altra e l’anziana teneva le serrande abbassate in tutta casa per il giorno intero. Ventiquattro ore di buio o luce artificiale, senza la possibilità di uscire per non lasciare sola l’assistita. Sepolta dentro casa. Sono tante le storie di dolore tra queste donne, più e meno giovani.

Ai ‘rischi’ del mestiere si aggiungono le storie personali di madri e mogli che vivono lontano da casa lasciando nel proprio paese figli e mariti. ‘Orfani bianchi’, così è chiamato il fenomeno dei tanti bambini dell’est Europa cresciuti dai nonni, mentre le madri emigrate spediscono a casa le rimesse che negli anni finanziano gli studi dei figli. Donne in bilico tra due paesi che, troppo spesso, finiscono per ricoprire il ruolo di mamme-bancomat. Il 71,2% delle ucraine sono tuttora registrate come donne sole. “Mio figlio è venuto qua per qualche mese, ma si vergognava del lavoro che facevo ed è tornato in Ucraina”, spiega Valentina, un’amica e collaboratrice di Svitlana. In numerosi altri casi, le donne convivono con i loro assistiti e non possono nemmeno valutare l’ipotesi del ricongiungimento familiare. A meno che non cambi la loro posizione sociale.

Cambiare lavoro

L’Associazione Donne Ucraine Lavoratrici ha l’obiettivo di indirizzare verso percorsi lavorativi differenti. Chi l’ha detto che donna ucraina vuol dire badante? “La prima cosa che consiglio a tutte è una sola: studiate!”, ammonisce Svitlana. Lo conferma Valentina, spinta dall’amica a riprendere gli studi per realizzarsi professionalmente. “Racconta della giovane che ti ha scritto dall’Ucraina”, incalza Valentina rivolgendosi all’amica. Si tratta di una ragazza che scrisse all’Associazione appena finiti gli studi, chiedendo informazioni su come trovare il solito lavoro da badanti. “Cerca un corso di specializzazione nel tuo campo, piuttosto”, le rispose Svitlana. In seguito ha saputo che la giovane è venuta in Italia e si è laureata in architettura, mantenendosi gli studi con un lavoro da barista.

Storie di donne che si sono fatte da sole, ma non solo. Negli ultimi due anni le richieste d’asilo da parte degli ucraini sono aumentate esponenzialmente a causa della guerra non dichiarata contro la Russia. L’Italia è al secondo posto, tra i paesi dell’Unione europea, per numero di domande ricevute. Svitlana ha notato il cambiamento perché spesso la chiama l’Ufficio Immigrazione come traduttrice. C’è invece chi, negli anni, è tornato per investire in Ucraina non solo i suoi risparmi, ma anche quanto appreso in Italia e ha aperto un ristorante o un negozio di prodotti italiani. “Nel mio paese producono proprio le mozzarelle”, racconta Valentina. Piccole imprese nate dall’unione di italiani e ucraini che sfuggono alle statistiche della Camera di Commercio, ma si inseriscono in un quadro vivo e positivo di scambi economici tra i due paesi. I benefici della libertà di movimento delle persone si dimenticano troppo facilmente, preferendo ad essi slogan allarmanti che scelgono parole sbagliate come ‘invasione’ o ‘fuga’. Per fortuna le storie di queste donne fanno invece parlare di ‘scelta’.


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