Istanbul (© epic_images/Shutterstock)

Istanbul (© epic_images/Shutterstock)

In questi anni solo la letteratura è stata in grado di scavare nell'antro rimosso della nazione turca. Lo fa anche Filiz Özdem, nel suo Il Silenzio della Pietra, indagando nell'animo di una donna, Sude

13/05/2020 -  Francesco Marilungo

Chiuso dentro un silenzio duro come una roccia, c’è un segreto, un arcano che riguarda l’esistenza di Sude. Quel silenzio duro e inaccessibile va lavorato ai fianchi, scavato a forza di parole, di metafore, di immagini, di domande. Al fondo, nel cuore di quella pietra c’è l’anello della catena che non tiene, lo scartamento improvviso della storia che rende possibile il presente così com’è adesso. Dentro quella pietra di silenzio di Sude, una giovane stilista turca che vive a Istanbul, c’è scritto: io sono armena.

Non è una verità come le altre; scoprire di essere armeni in Turchia vuol dire fare i conti con il doppio, il perturbante che alloggia dentro sé stessi. Sude riconosce questo doppio dentro di sé, o più che altro lo sente parlare il linguaggio della paura (il titolo originale del libro tradotto alla lettera sarebbe: La paura è la mia padronaKorku benim sahibim). È una paura che confonde i pensieri, che li avvolge in metafore spesso accartocciate, in elenchi che giustappongono, in immagini che sembrano alludere a qualcosa che si trova oltre. La scrittura, la voce di Sude, va e viene su vari livelli temporali, torna nel passato, nella casa dei nonni, poi di nuovo rincontra il presente e ne spreme tutta l’angoscia. Un’angoscia che spinge a cercare, a chiedere, a rifiutare il silenzio di pietra che la famiglia ha scelto di imporre su quel passato inconfessabile: essere armeni; sopravvissuti al genocidio, convertiti, “travestiti”, in un certo senso, da turchi per tutte le generazioni a venire.

Come molti storici e studiosi hanno sottolineato, ci sono due grandi rimossi che sorreggono l’impalcatura della narrazione nazionale turca: la questione curda e il genocidio armeno. Quelli sono i due tasselli di silenzio che reggono tutto il mosaico nazionale: tolti quei due il disegno crolla. Dagli anni ’90 la questione armena, degli armeni convertitisi per sfuggire alle deportazioni soprattutto, ha assunto una certa rilevanza nella letteratura turca: citiamo solamente – perché disponibili in italiano – La bastarda di Istanbul di Elif Shafak (BUR, 2012) e Heranush, mia nonna di Fethiye Çetin (Alet, 2011). In questi ultimi anni la letteratura è stata capace di scavare nella memoria per andare a visitare quell’antro rimosso, quell’oscuro capitolo. Sullo stesso filone si colloca dunque questo Il silenzio della pietra uscito in Turchia nel 2007. Oltre a questo libro l’autrice ha firmato numerosi libri per bambini e guide di viaggio, nonché le traduzioni in turco di molti importanti scrittori italiani fra cui Calvino, Pasolini, Rodari.

Lo pubblica in Italia la barese Stilo Editrice, all’interno della interessante collana Limina, dedicata agli spazi di confine e di conflitto dell’Europa, ai bordi, geografici e storici.

La scrittura di questo breve libro ha la persistenza della goccia che vuole scavare la roccia, è ricca di immagini, densa, segue il filo di un ragionare emotivo che si muove negli spazi temporali capricciosamente. La ricerca della propria identità culturale e religiosa confina anche, pericolosamente, con la ricerca della propria identità psicologica, relazionale, erotica. Il mistero che la famiglia di Sude cela, somiglia al mistero che ognuno cela in sé, a quel cuore di pietra che si solidifica attorno a una ferita, al trauma, al dolore di qualcosa che non si è riusciti a spiegare o non si è voluto accettare, né perdonare.


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