Edirne, 29 febbraio 2020 (© deepspace/Shutterstock)

Edirne, 29 febbraio 2020 (© deepspace/Shutterstock)

Due sociologhe e giornaliste turche sono andate a verificare sul campo quanto sta accadendo al confine tra Turchia e Grecia. Un intenso reportage

(Pubblicato originariamente da Birikim on-line il 2 marzo 2020, selezionato e tradotto da Kaleydoskop )

La mattina del 28 febbraio l’Agenzia Reuters ha condiviso in breve tempo due importanti notizie: «Un attacco aereo a Idlib ha ucciso almeno 34 soldati turchi»   e «La Turchia ha preso la decisione di non impedire più ai rifugiati di raggiungere l’Europa via terra e via mare» . Non riuscivamo a credere a quello che leggevamo quando i dati dell’Osservatorio Internet NetBlocks hanno confermato il blocco dei social media in Turchia: Facebook, Twitter, Instagram sono stati chiusi per ore . Volendo verificare con i nostri occhi quanto stava accadendo nella nebulosa di notizie che giungevano, per prima cosa siamo andate a Zeytinburnu dove avevamo sentito dire che autobus comunali partivano per il confine. Dopo aver girato un po’ per le strade laterali siamo arrivate nella piazza di Zeytinburnu dove ha sede il palazzo del governatore, la sede della polizia comunale e provinciale e abbiamo visto giovani uomini zaino in spalla e persone intenti a guardarli. Secondo quanto ci è stato riportato, gli autobus comunali li avrebbero condotti a Ipsala, al confine con la Grecia, per centocinquanta lire turche. Secondo quanto abbiamo appreso in seguito invece, gli autobus comunali erano prima gratuiti e a mano a mano che si riempivano i migranti hanno cominciato a salire sui mezzi in cambio di denaro per un prezzo sempre più alto. Tutto questo succedeva davanti agli occhi di tutti.

Abbiamo deciso di andare a Ipsala per capire come si sarebbe concluso quel viaggio. Lungo la strada non abbiamo notato nessun traffico particolare o anomalia. Nel frattempo siamo riuscite ad accedere a Twitter dove abbiamo letto che il passaggio dei migranti si era intensificato alla frontiera di Pazarkule, a nord, e abbiamo quindi deviato per Edirne. Nonostante una donna che lavorava alla pompa di benzina ci abbia detto che il traffico era stato intenso per tutto il giorno – pur non avendo visto lei stessa nessun autobus di migranti – fino al confine non abbiamo notato nessun affollamento o situazione particolare. Soltanto nel centro di Edirne siamo passate di fianco a un gruppo di giovani che lanciavano slogan:  «I martiri non muoiono, la patria non si divide». Poi è cominciato a piovere.

A circa un chilometro dalla frontiera di Pazarkule la strada era stata chiusa al traffico da polizia e gendarmeria. Abbiamo parcheggiato l’auto lasciandola insieme a altri mezzi lasciati a destra e sinistra lungo la strada e ci siamo messe a camminare, ma vedendo che eravamo turche, la polizia non ci ha permesso di avanzare. Quando abbiamo chiesto loro dei piccoli gruppi che si avvicinavano alla frontiera ci hanno risposto: "Loro sono stranieri, se ne vanno per non tornare". La pioggia è aumentata. Per circa due ore siamo rimaste a cercare di capire cosa stesse succedendo. Abbiamo visto avanzare verso il confine piccoli gruppi formati principalmente da giovani uomini, famiglie con bambini, donne anziane a braccetto di ragazzi e neonati avvolti in sacchetti di plastica per essere protetti dalla pioggia. Non soltanto siriani, c’erano anche persone provenienti dall’Afghanistan e dall’Africa. Qualcuno invece era molto meglio equipaggiato con abiti adatti alle condizioni meteo. Contrariamente alla pratica comune di parlare dei migranti con un linguaggio uniformante e stereotipato, è importante raccontare simili dettagli per mostrare la diversità delle persone che dalla Turchia vogliono raggiungere l’Europa.

Abbiamo visto anche approfittatori in attesa di vendere qualcosa alle persone che arrivavano per varcare il confine. Ci hanno fatto pensare ai datori di lavoro che fanno lavorare bambini migranti senza alcuna sicurezza in laboratori improvvisati nei sottoscala per oltre dieci ore al giorno, sei giorni a settimana; agli uomini in età avanzata che con la benedizione dell’imam prendono come seconda, terza o quarta moglie ragazzine giovanissime; ai proprietari immobiliari che affittano a prezzi esorbitanti i loro appartamenti minuscoli e fatiscenti e poi si lamentano che gli affitti delle case sono aumentati per colpa dei siriani e tutti coloro che se interrogati si rifugiano immediatamente nella narrazione della fratellanza inorgogliendosi di aver compiuto una buona azione.

Secondo quanto appreso da un uomo che vendeva impermeabili a ottanta lire il pezzo, affermando di averli pagati lui stesso sessanta lire l’uno, nella zona tampone tra le due frontiere in un giorno si sono radunate tra le due e le tremila persone. Mentre una parte di queste cercava di attraversare l’Evros dai paesini di frontiera dove è risaputo che le acque sono meno profonde, altri aspettavano l’apertura della frontiera greca creando un muro di carne. La maggior parte delle persone che arrivavano erano bisognose, perciò – ci ha raccontato – a qualcuno ha venduto gli impermeabili allo stesso prezzo pagato da lui. Per quanto sottolineasse che questi fatti rappresentano un dramma umano, la paura più grande di quell’uomo che pure vive a Edirne da dieci anni, è che queste persone non potendo andare né in Grecia né tornare da dove sono venute e rimanendo a Edirne, descritta come un bel luogo, fiore all’occhiello di studenti e turisti, sciupino il tessuto della città.

A mezzanotte mentre tornavamo verso il centro di Edirne piccoli gruppi di persone intenzionate a raggiungere l’Europa continuavano ad arrivare al confine. Anche all’interno della città abbiamo visto persone, per la maggior parte famiglie con bambini, che camminavano verso il punto di transito. Abbiamo pensato a cosa sarebbe successo se quei gruppi di gente si fossero incontrati con i giovani che avevamo visto lanciare slogan nel pomeriggio.

L’indomani in tutt’altro luogo in Turchia, a Elbistan, è stata diffusa la notizia di un linciaggio contro siriani in seguito a una manifestazione di sostegno ai soldati; la notizia è stata poi ritirata e la popolazione è stata invitata a non cedere alle provocazioni . Se anche non è possibile ancora tracciare un quadro preciso delle possibili conseguenze di questo genere di incontri nei diversi luoghi della Turchia, non bisogna dimenticare che le politiche a breve termine possono creare grandi aspettative agli occhi della popolazione sul fatto che «tutti i siriani se ne andranno».

Circa un’ora dopo, quando siamo tornate a Pazarkule, ci siamo accorte che la strada era stata bloccata dalla polizia a due chilometri e mezzo dal confine e non abbiamo potuto proseguire. Ci hanno detto che la frontiera era stata chiusa e dovevamo andare a Kapıkule per passare. Facevano tornare indietro anche i migranti, le persone cercavano di rifugiarsi dalla pioggia sotto i ponti, alle fermate o sotto i cornicioni. Una parte di quelle persone erano dirette a Edirne. Più tardi abbiamo appreso che quella notte donne e bambini sono stati accolti nella Casa di accoglienza per stranieri e nel Centro di espulsioni di Edirne. Non avendo potuto raggiunge la zona tampone non abbiamo potuto osservare il tipo di sostegno umanitario fornito da organizzazioni come Unhcr o la Mezzaluna Rossa.

Quando da Pazarkule siamo tornate a Kapıkule tutto sembrava più tranquillo, a parte una lunga fila di tir parcheggiati al lato della strada, abbiamo incontrato molte poche persone. Ma una volta imboccata l’Autostrada Europa la situazione è cambiata completamente. Abbiamo notato folle di persone provenienti da Istanbul che procedevano in direzione di Edirne; mentre la polizia fermava i mezzi che andavano verso quella direzione, lasciava passare le persone a piedi. Era davvero difficile vederle mentre camminavano nella corsia di sicurezza. Famiglie che spingevano passeggini con il freddo da una parte e il rischio di essere colpiti dalle auto dall’altra… Tutti al lato della strada, diventati invisibili con il buio e la pioggia.

Per i due giorni successivi le persone hanno continuato a diventare invisibili. Prima si sono trasformate in numeri. Nessuno era d’accordo sulle cifre. Secondo il presidente della Repubblica di Turchia 18.000 , secondo il ministro degli Interni erano 47.113 persone ad avere superato il confine turco, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni delle Nazioni Unite 13.000 persone erano in attesa alla frontiera , secondo le autorità greche 9.600 avevano cercato di varcare il confine. In un’incertezza simile le cifre non hanno più nessuna importanza.

Migranti, rifugiati, richiedenti d’asilo, comunque li vogliate chiamare, le persone continuano a diventare invisibili. Perché su entrambe le sponde dell’Evros i governi le trasformano in mezzi per coltivare i propri interessi, perché su entrambe le rive dell’Egeo la maggioranza che ha dimenticato il proprio passato da migrante sembra dimenticare anche che quegli uomini e donne ammassate lungo la frontiera sono persone.

Da quando la sociologa Renée Hirschon ha pubblicato il suo studio sugli scambi forzati di popolazione avvenuti tra Turchia e Grecia nel 1922-23, la maggior parte di coloro che lavorano sul tema sottolinea che quanto si è perso con gli scambi di popolazione è la cultura della convivenza, ma purtroppo pochi ricordano che non siamo arrivati a questo punto in un giorno, che tutto ciò non è soltanto un dramma dell’attualità, che alle nostre spalle ci sono ancora molti conti aperti. Perciò le persone continuano a diventare invisibili…


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