Plastico del progetto Belgrado sull'acqua (foto Leeturtle)

Plastico del progetto Belgrado sull'acqua (foto Leeturtle )

La scorsa settimana a Belgrado migliaia di persone sono scese in piazza per protestare perché ad un anno dalla misteriosa distruzione del quartiere Savamala le indagini non hanno portato ad alcun risultato

04/05/2017 -  Antonela Riha Belgrado

Nella notte del 25 aprile 2016, poche ore dopo la pubblicazione dei risultati preliminari delle elezioni parlamentari anticipate, che davano la vittoria alla coalizione guidata dal SNS di Aleksandar Vučić, alcune decine di uomini vestiti di nero, con dei passamontagna in testa, hanno fatto irruzione nel quartiere di Savamala, situato nel centro storico di Belgrado.

Intorno alle due del mattino, un gruppo di uomini incappucciati, scesi da automobili senza targhe e muniti di mazze telescopiche, hanno cominciato a fermare i cittadini trovatisi nella zona, costringendoli a scendere dalle macchine, impossessandosi dei loro documenti d’identità e cellulari.

Nel frattempo, una decina di edifici che sorgevano lungo il fiume Sava, nell’area dove si sta costruendo il complesso denominato “Belgrado sull’acqua”, venivano demoliti con le ruspe. Alcune delle strutture distrutte, per lo più magazzini, erano di proprietà privata, altre costruite abusivamente, molto tempo fa. In uno degli edifici, gli uomini mascherati si sono imbattuti in un custode, disarmandolo e immobilizzandolo.

Quella notte è stato smantellato quel poco di stato di diritto che era rimasto in una Serbia governata dal primo ministro, e da un mese anche presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić.

Una volta liberati e tornati in possesso dei propri documenti e cellulari, alcuni dei cittadini coinvolti nella vicenda hanno chiamato la polizia. Come emerge dalle trascrizioni delle registrazioni di queste chiamate, riportate nel rapporto redatto dall’Ufficio del Difensore civico (all’epoca guidato da Saša Janković), al tentativo dei cittadini di denunciare quanto avvenuto gli operatori di turno rispondevano che “dai vertici della polizia” è arrivato l’ordine di inoltrare le chiamate alla polizia comunale, pur essendo ovvio che quest’ultima non è competente a indagare su eventuali reati penali.

Benché già verso mezzogiorno del 26 aprile i media avessero riportato le prime testimonianze dei cittadini, le uniche informazioni attendibili su questa vicenda continuano ad essere quelle contenute nel rapporto dell'Ombudsman, pubblicato due settimane dopo l’accaduto. Si è ancora nella fase delle indagini preliminari, e ad ogni domanda in merito posta dai giornalisti i rappresentanti del potere rispondono che “l’indagine è in corso”.

In cerca degli “idioti” dell’”amministrazione comunale”

Alcuni giorni dopo la controversa demolizione, il premier Aleksandar Vučić, evidentemente innervosito dalle ripetute domande sul “caso Savamala”, ha dichiarato che chiunque abbia demolito quegli edifici è “un completo idiota, perché doveva farlo in pieno giorno, in quanto si trattava di strutture abusive”. Per poi precisare, nel giugno 2016, che è “indubbio che dietro a quello che è successo a Savamala stanno i più alti organi dell’amministrazione di Belgrado”, i quali, stando alle sue parole, dovranno assumersi la propria responsabilità penale, disciplinare e di ogni altro tipo.

Una parte dell’opinione pubblica faceva infatti notare che, nonostante alcuni degli edifici distrutti siano stati costruiti abusivamente, il modo in cui è stata attuata la loro demolizione era altrettanto illegale.

L’unico procedimento penale avviato in merito a questa vicenda è stato condotto nei confronti del settimanale NIN, denunciato dal ministro dell’Interno Nebojša Stefanović per aver pubblicato una copertina che lo definiva “il principale uomo mascherato di Savamala”. Il ministro ha vinto la causa in primo grado, ma la Corte d’appello ha ribaltato la sentenza, ordinando che Stefanović versasse al settimanale NIN la somma di 3000 euro, corrispondente al risarcimento dei danni e alle spese legali.

Ben più importante è il fatto che a tutt’oggi non si sa ancora quale ditta sia stata incaricata di abbattere quegli edifici nel quartiere di Savamala, chi abbia ingaggiato gli uomini mascherati che maltrattavano i cittadini e chi abbia ordinato alla polizia di ignorare le chiamate di quest’ultimi.

Belgrado sull’acqua

Savamala, una zona del centro di Belgrado, situata lungo la riva del fiume Sava, per anni è stata oggetto di promesse elettorali di tutti i leader politici che annunciavano la sistemazione di questo quartiere trascurato.

Nel 2012, appena diventato il vice-premier, Aleksandar Vučić ha promosso il progetto “Belgrado sull’acqua” come un investimento cruciale, firmando a nome del governo, nel febbraio 2013, un accordo di cooperazione tra la Serbia e gli Emirati Arabi Uniti.

Da quel momento in poi, tutte le decisioni riguardanti questo progetto sono state prese in maniera opaca, senza coinvolgere né gli esperti né l’opinione pubblica.

Nel maggio 2014, il governo di Aleksandar Vučić ha deciso di definire “Belgrado sull’acqua” come un progetto di interesse nazionale, la cui realizzazione è stata resa possibile tramite una Lex specialis, adottata dal Parlamento serbo nell’aprile 2015, la quale ha praticamente reso inapplicabile, su una superficie di 80 ettari nel pieno centro della capitale, la legge sull’espropriazione che vieta l’esproprio di proprietà private ai fini della costruzione di edifici ad uso commerciale o abitativo.

La realizzazione di questo progetto che, stando a quanto annunciato, prevede la costruzione di 2 milioni di metri quadri di spazi commerciali e abitativi – compresa una torre di 180 metri di altezza e un enorme centro commerciale, il più grande dei Balcani – è stata affidata, senza alcuna gara d’appalto, alla compagnia Eagle Hills di proprietà del magnate Mohamed Ali Rashed Alabbar.

Sulla base dell’accordo bilaterale stipulato tra il governo della Serbia e gli Emirati Arabi Uniti è stata costituita la società “Belgrado sull’acqua” di cui lo stato detiene il 30%, mentre l’azionista di maggioranza è il sopracitato investitore di Abu Dhabi (Belgrade Waterfront Capital Investement e Al Maabar International Investment), che ha ottenuto il terreno in questione in concessione per 99 anni.

Inizialmente si parlava di 3,5 miliardi di euro di investimenti, ma in occasione della stipula dell’accordo è stato reso noto che l’azionista di maggioranza investirà 300 milioni di euro, di cui la metà tramite un “prestito sotto forma di credito fondiario”, mentre la somma restante verrà garantita dal reinvestimento dei profitti maturati.

Invece di 4 anni, come inizialmente annunciato dal premier Vučić, ovvero 10, come in un secondo momento prevedevano le autorità cittadine, la durata dell’esecuzione dei lavori è stabilita in 30 anni.

Al fine di rendere fattibile questo progetto, il Piano regolatore generale è stato modificato, prescindendo da procedure previste dalla legge nonché dal coinvolgimento dell’opinione pubblica, in modo da privilegiare gli interessi dell’investitore.

Fin dal principio, “Belgrado sull’acqua” è stato duramente criticato da numerosi giuristi per il modo, tutt’altro che trasparente e conforme alla legge, in cui è stato concluso l’affare; da urbanisti per l’incompatibilità dell’annunciato grattacielo con il paesaggio urbano; nonché da ingegneri edili, convinti che la costruzione di tali imponenti edifici sulla riva del fiume, dove il suolo è permeato da acque sotterranee, causerà tutta una serie di problemi.

Una parte dell’opinione pubblica vede questo investimento come un progetto personale dell’attuale premier/presidente Aleksandar Vučić, la cui messa in atto ha comportato l’annullamento sia di beni di proprietà privata esistenti sul terreno in questione sia dell’interesse pubblico.

In una Serbia impoverita, dove lo stipendio medio mensile resta sotto i 400 euro, sono decisamente pochi coloro che potrebbero permettersi di fare lo shopping in un centro commerciale di lusso, figuriamoci di comprare un appartamento in un quartiere d’élite.

Un anno senza risposte

Prima ancora che iniziasse la costruzione della torre “Belgrado sull’acqua”, un gruppo di cittadini riuniti intorno all’iniziativa “Ne da(vi)mo Beograd ” [Non (affon)diamo Belgrado] ha cominciato a organizzare manifestazioni di protesta per esprimere il proprio dissenso contro l’illegalità del modus operandi del governo. Il simbolo della loro protesta, una gigante papera gialla, raccoglieva sempre più consensi, tanto che dopo quella “misteriosa” demolizione avvenuta nella notte del 25 aprile 2016, decine di migliaia di cittadini si sono riversati nelle strade della capitale, chiedendo le dimissioni del sindaco Siniša Mali e del ministro dell’Interno Nebojša Stefanović .

L’ex moglie di Siniša Mali ha dichiarato in un’intervista rilasciata ai media che, quella controversa notte, Mali si è vantato con lei di aver organizzato “la demolizione di alcune baracche, capanne”. Nel febbraio 2017, il premier Vučić ha dichiarato che Mali non ricoprirà ancora a lungo la carica di sindaco della capitale.Ad oggi però il sindaco è ancora al suo posto.

A tutt’oggi non è chiaro perché e per chi sia stato necessario inviare gli uomini mascherati a “vigilare” sui lavori notturni affidati a una ditta “sconosciuta”. A distanza di un anno dall’accaduto, Aleksandar Vučić continua a ripetere che l’indagine è nelle mani degli organi competenti, nel cui operato lui non si immischia. Così facendo, dà ragione a coloro che gli rimproverano non solo di aver privatizzato, violando numerose leggi, una zona del centro di Belgrado, ma anche di aver privatizzato la magistratura, che in tutto questo tempo non è riuscita a scoprire l’identità degli “uomini mascherati”. In tal modo manda un chiaro messaggio che gli uomini mascherati fanno parte del suo entourage, è lui a proteggerli, ricevendo in cambio il loro incondizionato sostegno.


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