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Nella formazione del nuovo governo la Serbia si trova a scegliere tra tre cattive soluzioni e una quarta, ancora peggiore delle altre, ossia che la soluzione non ci sia per niente e che la crisi politica sprofondi in modo estremo

10/02/2004 -  Željko Cvijanović Belgrado

 

Scegliendo tra la formazione del governo con l'appoggio del partito di Slobodan Milošević e le nuove elezioni, la Serbia si spinge sempre più in fondo nella crisi post elettorale.

Mentre dal Partito democratico della Serbia (DSS), il più forte partito del blocco che un tempo era contro Milošević, giungono dichiarazioni che la soluzione finale sarà presa entro la fine della settimana, già lunedì a Belgrado sono iniziati gli ultimi contatti tra i partiti del suddetto blocco al fine di mettere da parte i conflitti reciproci e formare insieme il governo.

Parallelamente a ciò, proseguono i contatti tra il DSS e il Partito socialista serbo di Milošević (SPS), il quale potrebbe appoggiare il governo di minoranza formato dal conservatore DSS, dai riformisti G17 Plus e della coalizione monarchica del Movimento per il rinnovamento serbo (SPO) e Nuova Serbia (NS).

La scorsa settimana il Partito democratico (DS), forza principale del governo uscente, ha rifiutato di partecipare alla formazione del governo alle condizioni poste dai tre gruppi.

I colloqui di un mese grazie ai quali si sarebbe dovuti giungere all'avvicinamento dei quattro gruppi, un tempo rappresentanti di un'unica coalizione anti Milošević, sono falliti, così che la costituzione del parlamento è passata con l'appoggio del SPS.

La scorsa settimana è stato eletto come presidente del parlamento, il vice presidente del DSS, Dragan Maršićanin, per il quale hanno votato, oltre al suo partito e l'SPS, anche il G17 Plus e la coalizione SPO-NS.

Un fatto che ha sollevato parecchie polemiche, dove all'interno del DS è stato detto che, grazie a tale appoggio, sulla scena politica è tornato Milošević, il quale, nonostante fosse sotto processo all'Aia, alle elezioni era il capolista del SPS.

Dai DSS è giunta voce che si è trattato di una risposta alle minacce del DS e che il partito di Koštunica non fuggirà dall'appoggio del DS col sostegno al governo.

Alla polemica si sono aggiunti gli USA, la UE e l'ONU, i quali sono rimasti piuttosto scettici su una qualsiasi alleanza col Partito socialista serbo.

La pressione internazionale ha portato anche a differenze tra i tre gruppi filo democratici che hanno chiesto l'appoggio al SPS per l'elezione del presidente del parlamento.
Il DSS non ha niente contro l'appoggio del SPS al governo, basta che non ne faccia parte. Dall'altro lato, il G17 Plus ha formulato la sua posizione tra l'appoggio al DS e nuove elezioni, mentre la coalizione SPO-NS cerca di bilanciarsi tra queste due posizioni.

Un grosso interrogativo sarà, invece, se riusciranno questi partiti con un ulteriore tentativo ad assicurarsi l'appoggio del DS.
Lo scontro tra di loro è rimasto tale da quando due anni fa il DSS e la NS uscirono dal governo serbo. Lo stesso fece la scorsa estate il G17 Plus, sollevando numerosi scandali e mostrando che il governo era appesantito dalla corruzione, da controversi contatti con la malavita e da decisioni non democratiche, come la falsificazione della votazione al parlamento.

Nonostante il forte scontro, le elezioni tenutesi a dicembre dello scorso anno hanno dimostrato che il governo può essere formato unicamente da questi quattro gruppi oppure costituito con un'alleanza con i partiti filo Milošević - SPS o l'ultranazionalista Partito radicale serbo (SRS).
Il DSS nei colloqui ha chiesto al DS di appoggiare il governo di minoranza formato dal DSS, G17 Plus e SPO-NS.

Dal canto suo, il DS all'inizio desiderava appoggiare il governo di minoranza, ma la sua posizione più tardi si è evoluta fino al punto di volere anch'esso far parte del governo.
Il motivo di ciò è la lotta per il potere del DS, che il 21 febbraio dovrebbe eleggere il nuovo presidente al posto di Zoran Ðinđić, ex leader del partito e premier della Serbia, rimasto ucciso nell'attentato del 12 marzo dello scorso anno.

Mentre il moderato ministro della difesa Boris Tadić, uno dei candidati alla presidenza del DS, si mostra a favore della collaborazione con gli altri partiti anti Milošević, il suo concorrente Zoran Živković, attuale ministro della Serbia, ai colloqui si è mostrato per niente conciliante .
Il loro scontro ha contribuito ad far cadere l'accordo alla cui realizzazione hanno partecipato Koštunica e Tadić: il DSS consentiva che il DS partecipasse al governo, mentre il DS avrebbe dovuto accettare che qualcuno del DSS diventasse presidente del parlamento fino all'elezione del governo, dopo di che, quel posto sarebbe andato a un funzionario del DS.

Živković, invece, ha infranto l'accordo e Tadić si è trovato d'accordo con lui valutando che le concessioni verso il DSS avrebbero fatto cadere l'indice di gradimento all'interno del partito in vista delle elezioni.
Il DSS allora ha cercato l'appoggio del SPS, il quale non è parso titubante, credendo che, grazie alla disubbidienza che nelle ultime settimane ha manifestato verso Milošević, avrebbe goduto di un qualche perdono sulla scena internazionale.

Per questo l'SPS non ha posto grandi condizioni. Perché in effetti non ha intenzione né la forza di partecipare alla formazione della politica del nuovo governo e si accontenterebbe di alcuni direttori e posti nei consigli di amministrazione delle aziende statali.
Tuttavia la riabilitazione internazionale del SPS, invece, non è accaduta, e nel frattempo ci sono sempre meno chance anche per l' idea iniziale del DSS, secondo la quale per formare il governo si deve aspettare la fine dello scontro nel DS dove il conciliante Tadić è il favorito.

Non sembra però che l'assemblea elettorale del DS possa portare ad una soluzione, perché è sempre più evidente che Tadić non avrà la forza di ripulire il partito dai funzionari compromessi, la cui partecipazione al governo è contrastata dal DSS, ma anche dal G17 Plus e dalla SPO-NS.
Ecco perché Koštunica, che dovrebbe essere l'incaricato della costituzione del nuovo governo, si trova a scegliere tra alcune opzioni piuttosto difficili.

Al primo posto c'è l'alleanza con il DS, a dispetto delle differenze che si sono mostrate insuperabili. Persino se alla fine si arrivasse all'accordo, sarebbe un'alleanza di nemici rancorosi, i quali non sarebbero in grado di formare un governo stabile proprio nel momento in cui la Serbia, da più di un anno, si trova a un punto critico delle riforme interrotte.
L'appoggio del SPS al nuovo governo renderebbe - a quanto pare - il gabinetto di Koštunica privo di legittimità sulla scena internazionale. Nella situazione in cui la Serbia dipende molto dall'aiuto internazionale, ciò significherebbe non solo l'impossibilità della continuazione delle riforme, ma anche un inabissamento in una crisi economica molto profonda.

D'altra parte, la campagna che è stata sollevata è un colpo contro i principi della democrazia: perché è stato comunque consentito all'SPS di partecipare alle elezioni se non gli si permette di appoggiare il governo o di partecipare ad esso?
L'ultima variante nella difficile scelta di Koštunica sono nuove elezioni. È poco credibile che dopo di esse la situazione possa cambiare drasticamente, tranne il fatto che gli elettori penalizzerebbero con l'astensione il blocco democratico.

E in questo caso, l'ultranazionalista SRS di sicuro guadagnerebbe ancora più seggi in parlamento.
Più pericolosa ancora delle tre opzioni è, invece, la continuazione della crisi, che potrebbe incrementare le differenze anche all'interno di ciò che è rimasto del blocco filo democratico.

Dall'altra parte, ciò incoraggerebbe coloro che all'interno del blocco riformista, innanzitutto nel partito di Koštunica, erano favorevoli alla formazione di un governo con i radicali ultranazionalisti.
Mentre piccola è la possibilità che quelli come l'SPS si accontentino di qualche posto nei consigli di amministrazione.

La conclusione è che ogni soluzione oltre l'accordo del blocco filo democratico e l'appoggio del SPS al governo di minoranza al momento non fa che rinforzare gli ultranazionalisti.

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